Israele | Kolòt-Voci

Categoria: Israele

Re Davide combattente con la cetra: la gloria e le debolezze

Con il 6° volume «Le leggende degli ebrei» (Adelphi) si conclude l’opera di Louis Ginzbergs. Le aristocrazie reale e sacerdotale sono unite in una sola figura

Centrale, in questo ultimo volume, è la figura di Davide. Pronipote di Miriam, sorella di Mosè, discende da una famiglia eletta nella quale l’aristocrazia reale si fonde con quella sacerdotale. Suo padre è Isai, uno dei maggiori eruditi del suo tempo, ma anche uno dei quattro uomini morti assolutamente immacolati, senza peccato. Un giorno, una delle sue schiave si innamora di lui e lo concupisce. Isai non resiste alla tentazione. Il Signore, però, lo vuole salvare e consiglia Nasebet, la moglie di Isai, di travestirsi da schiava e prendere il suo posto. Così, Isai non fa peccato: perché si congiunge con sua moglie e da questo amplesso ignaro, che solo per la volontà di Dio non è illecito, nasce Davide. La Bibbia (primo libro di Samuele 16,12), lo descriverà «fulvo, con begli occhi, e di gentile aspetto». Dalle Leggende, sappiamo che avrebbe dovuto rimanere in vita soltanto tre ore, se non ci fosse stata l’intercessione di Adamo che pregò il Signore di sottrarre settanta anni alla sua esistenza e donarli a quel bambino. Il Signore accetta e in aggiunta annuncia che questo bambino avrà tre doni: quello della bellezza, quello del dominio, e quello della poesia.

Passa qualche tempo. Considerato dal padre figlio illegittimo, Davide è mandato nel deserto, lontano dai fratelli, a pascolare le pecore. Il deserto — come sapremo dai Vangeli — è il luogo della purificazione. Nella solitudine e nel silenzio,il corpo si fortifica, l’anima lotta con se stessa, si tempra, e rinasce. Davide uccide tre leoni e due orsi, ma tratta con gentilezza il suo gregge: è un Buon Pastore. Dio se ne accorge e dice: «Sa come occuparsi delle pecore: diventerà dunque il pastore del mio gregge, che è Israele».

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La democrazia del guardaroba

Quanto ci piace Tobia quando va controcorrente!

Tobia Zevi

tobia-zeviGrande polemica in Israele sulla minigonna in Parlamento: il caso esplode la settimana scorsa, quando un’assistente parlamentare viene bloccata all’ingresso per via dell’abbigliamento non decoroso. Immediata la reazione di molti colleghi e anche parecchi eletti: sit in di protesta e sfoggio abbondante di mîses ovviamente imbarazzanti. Deputati a torso nudo, collaboratori in ciabatte, minigonne esibite da maschi oltre che da femmine, sopra e sotto i pantaloni.

La battaglia, di per sé comica, ha dei risvolti che vanno al di là della bizzarra rivendicazione: l’esclusione della ragazza è stata interpretata come l’ennesima vittoria dei religiosi nella società e nelle istituzioni, oltre che un episodio di sessismo.

Da osservatore esterno, sono un po’ combattuto: capisco le preoccupazioni, ma trovo giusto mostrare un rispetto anche formale per le istituzioni e per i cittadini che vi sono rappresentati. Mio nonno Guido mi raccontava che quando era ragazzo non era consentito salire sull’autobus senza la giacca. Una prescrizione oggi inimmaginabile e forse eccessiva, sebbene non sia piacevole trovarsi a luglio, nelle ore calde, vicino a qualcuno in canottiera. In Israele il rifiuto della formalità è da sempre un elemento costitutivo dell’identità nazionale, di un popolo che si considera forte, pragmatico, giovane e sano, senza paura di mostrare il proprio corpo. E decisamente non mancano gli eccessi girando per le città israeliane.

Tutto sommato, però, una piccola eccezione per il Parlamento – nell’epoca dell’antipolitica globale – si può anche fare: c’è proprio bisogno di andare a lavorare in Aula con le infradito?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

http://moked.it/blog/2016/12/20/la-democrazia-del-guardaroba/

Il 4 e 5 dicembre: Quando una data civile irrompe nel calendario ebraico

David Gianfranco Di Segni

Gianfranco Di SegniOgni anno, quando si avvicinano il 4 e 5 dicembre, spesso viene posta la domanda sul perché questi giorni del calendario civile siano stati scelti per iniziare a recitare la richiesta della pioggia nella ‘Amidà (preghiera) dei giorni feriali. Che c’entra una data non ebraica con la Halakhà? È lecito indicare nei siddurim di preghiera le date civili? Quest’ultima domanda è stata in effetti posta alcuni anni fa da un giovane bachur yeshivà italiano al suo rosh yeshivà, il famoso rav Yehoshua Neuwirth z.l., il quale si è fatto portare un voluminoso tomo del Tur Orach Chaim, il codice di rabbì Yaakov ben Asher. Al cap. 117 il Rav ha mostrato un paragrafo del Bet Yosef, il commento di rabbì Yosef Caro (l’autore dello Shulchan Arukh, che proprio sul Tur si basa), dove è scritto che la richiesta della pioggia va fatta a partire dal 22 novembre (scritto proprio così, in lettere ebraiche) o dal 23 novembre negli anni in cui il successivo mese di febbraio (anche questo così scritto) ha 29 giorni. E tra parentesi, nelle edizioni comuni risalenti all’Ottocento, è aggiunto, rispettivamente, 3 e 4 dicembre. Ma perché novembre e non dicembre, se l’indicazione nei nostri siddurim è dicembre? E perché tra parentesi nel Tur è indicato 3 e 4 dicembre piuttosto che 4 e 5, come abbiamo indicato sopra? Di seguito la risposta a tutte queste domande.

La richiesta della pioggia si aggiunge nella preghiera dei giorni feriali con le parole “wetèn tal umatàr” (nel rito italiano e ashkenazita queste parole si aggiungono alla usuale berakhà; nel rito sefardita tutta la berakhà è sostituita con un’altra che include quelle parole). Il passaggio dalla formulazione estiva a quella invernale avviene a partire da giorni differenti, a seconda che ci si trovi in Eretz Israel o nella Golà (Diaspora). In Israele la si recita dal 7 di Cheshwan in poi, ossia quindici giorni dopo la fine della festa di Sukkot. In realtà, il ricordo della potenza divina che fa sì che scenda la pioggia si aggiunge, in tutto il mondo, già dalla mattina di Sheminì Atzeret, l’ottavo giorno dall’inizio di Sukkot. Però, la richiesta vera e propria della pioggia è posticipata di quindici giorni per dare modo ai pellegrini saliti a Gerusalemme per festeggiare Sukkot di tornare ai propri villaggi senza trovare le strade infangate e inagibili.

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Il calcio di Shabbat: un autentico autogol

L’irrisolta questione delle partite di pallone giocate in Israele nel giorno del riposo.

Luca D’Ammando

calcio-shabbatIl calcio al tempo dello Shabbat è molto più che una questione sportiva in Israele. Diritti televisivi, pianificazione logistica e disponibilità degli stadi hanno creato da anni un corto circuito per giocatori e tifosi: il sabato si può scendere in campo? Si può andare sugli spalti? D’altra parte il tema è di stretta attualità politica, dopo che a settembre il premier Benjamin Netanyahu ha subito critiche e un calo negli indici di gradimento per le ripercussioni di una lite avuta col ministro dei trasporti Israel Katz sull’opportunità di svolgere lavori urgenti di manutenzione alle ferrovie durante il riposo sabbatico.

Già all’inizio dello scorso campionato la questione si era posta in maniera drastica e l’avvocato dello Stato, Yehuda Weinstein, aveva stabilito che «nessuno può essere legalmente perseguito perchè gioca a calcio di sabato» nonostante una sentenza del Tribunale del Lavoro andasse nel senso opposto. Ora il campionato è ricominciato e il problema si pone di nuovo. Soprattutto per i tifosi, costretti a lasciare lo stadio prima della conclusione delle gare per rispettare i dettami del sabato ebraico, che inizia esattamente al tramonto del venerdì. Storicamente, il governo calcistico israeliano ha spinto per far disputare le gare di sabato, contrastato dai calciatori che non volevano scegliere tra la santità del sabato e i loro obblighi nei confronti dei club di appartenenza. Tra giudici che chiedevano al governo di validare deroghe e tentennamenti politici, la questione è rimasta irrisolta. Poi, dalla scorsa stagione, la Professional Football League israeliana, che è a capo delle prime due divisioni del Paese, ha stretto accordi con una televisione per trasmettere le partite di campionato in alcune finestre ben precise, una delle quali comincia appunto il venerdì alle 15. Le ricadute di tali scelte sono, tuttavia, più complesse: cominciare le gare in quell’orario, soprattutto in inverno, significa correre il rischio di far coincidere pericolosamente le gare con l’arrivo del tramonto. Per molti appassionati che non guidano o utilizzano energia elettrica durante lo Shabbat, telefoni cellulari compresi, tornare a casa richiede spesso l’uscita anticipata dallo stadio.

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God bless America

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

ugovolliCari amici, Trump ha vinto le elezioni. E’ una vera e propria rivoluzione. Può piacere o meno, ma il messaggio dell’elettorato americano è chiarissimo. Quel complesso ideologico, prima che politico, che ha governato il mondo ancor prima di Obama, negli ultimi trent’anni, a partire da Clinton marito, non è più accettabile. I risultati che ha ottenuto questo approccio politico sono giustamente sembrati pericolosi e dannosi alla maggioranza degli americani, come lo appaiono anche da tempo a buona parte degli europei. L’estremismo antioccidentale e filoislamico di Obama appare sonoramente sconfitto. Ma, come scriveva di recente Caroline Glick (http://www.jpost.com/Opinion/Column-One-Trumps-true-opponent-471671) Trump si opponeva non solo ai democratici, ma anche all’establishment del suo partito.

Quel che è accaduto è qualcosa di più di una mera alternanza di partiti, non è neppure solo il rifiuto di una candidata che appariva inadeguata e corrotta, ma la chiusura di un’epoca, di un modo di concepire il rapporto fra l’America e il mondo. Basta terzomondismo masochistico, basta accettazione delle sconfitte come buone e giuste, basta prevalenza di un’ideologia socialisteggiante sugli interessi concreti del paese. Basta con l’idea che la globalizzazione economica, frutto dello straordinario successo economico e tecnologico degli stati che hanno adottato dopo la seconda guerra mondiale o mantenuto da prima il liberalismo economico e la libertà politica, richieda l’abbandono della loro identità. Come l’Unione Sovietica e il socialismo reale sono stati sconfitti per l’azione di Tatcher e Reagan, liberale e non compromissoria, così deve avvenire oggi per l’islamismo e le altre minacce di regimi autoritari. Ci sarà tempo per analizzare nei dettagli questa svolta che non è esagerato definire storica e che avrà certamente grandi conseguenze anche da noi in Europa, sommandosi a Brexit. Continua a leggere »

Har habayit, istruzioni per l’uso

Riccardo Di Segni

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoIl nome.  Significa “il monte della Casa”, è il monte dove si trova la casa del Signore. Compare  in questa forma esplicita in Geremia 26:18 e Micha 3:1   והר הבית לבמות יערed è una forma semplificata dell’espressione  הר בית ה’  , “il monte della Casa del Signore”, che troviamo in Isaia 2:2 all’inizio della famosa profezia dove è detto “spezzeranno le loro spade per farne aratri e loro lance per farne falci, un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo e non studieranno più la guerra”.

Secondo il midrash i tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe  istituirono ciascuno una delle tre preghiere fondamentali, rispettivamente  shachrit, minchà e arvit, e ognuno chiamò il luogo di preghiera con un nome differente: Abramo lo chiamò  har, monte (“nel monte il Signore si mostrerà, Genesi 22:14); Isacco pregò sul far della sera in un sadèh, campo (“Isacco uscì a conversare nel campo sul far della sera”, Genesi 24:63) e Giacobbe lo definì  bayit, casa di Dio, (“questa altro non è che la casa di Dio”, Genesi 28:17).

Le differenze tra i modi con cui è chiamata la preghiera nei tre episodi (hashkamà, sichà, peghià),  i tempi, e le definizioni dei luoghi rispecchiano i diversi modi di rivolgersi al Signore, e il senso del luogo dove si prega (una montagna da scalare, un luogo aperto , una casa); l’espressione har habayit riprende la prima e ultima definizione, e omette la seconda, quella del campo, che evoca il destino di abbandono e distruzione di Sion (Geremia 26:18); il campo nella Torà ha infatti spesso significati negativi: è il luogo dove Caino uccide Abele  (Genesi. 4:8), dove le donne vengono violentate (Deut. 22:25); viene evocato proprio da Isacco perché dei tre patriarchi è quello che rappresenta l’aspetto severo dell’incontro con Dio, il sacrificio da cui lui stesso è sopravvissuto.

La tradizione, già dai tempi biblici, identificò il luogo dove Salomone costruì il Tempio con il luogo del mancato sacrificio di Isacco; Abramo infatti ricevette l’ordine di recarsi  a fare il sacrificio “nella terra di Morià, in uno dei monti che ti dirò”; e il libro 2 delle Cronache (3:1) scrive che Salomone “cominciò a costruire la casa del Signore a Gerusalemme sul monte Morià”.

Si parla di monte, perché è una struttura elevata separata da valli; l’altezza attuale non è quella originaria perché quando Erode fece grandiosi lavori di restauro del Tempio decise di spianare alcune parti; poi furono i diversi conquistatori dai Romani in avanti a compiere opere di distruzione e livellamento.

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La nuova terribile normalità degli ebrei in Francia

Dopo gli attentati degli ultimi anni sembrava ci potesse essere una migrazione in Israele, ma la più grande comunità ebrea in Europa sta invece imparando a convivere con la minaccia

James McAuley – The Washington Post

juif-de-franceIl capodanno ebraico dovrebbe essere un momento di gioia, passato tra mele e miele, famiglia e religione. Ma in Francia – il paese con la più grande comunità ebraica d’Europa – le feste sono anche un periodo di metal detector e perquisizioni su tutto il corpo, controlli dei documenti e interrogatori sulle strade fuori dalla sinagoghe. Nella Francia del 2016 è questa la nuova normalità. Nonostante le molte notizie che parlano di un possibile “esodo” degli ebrei dalla Francia verso Israele, gli ebrei di Francia rimangono in gran parte dove sono e si adattano alla nuova e arbitraria minaccia del terrorismo, che non colpisce le persone solo sulla base della loro religione ma anche a seconda del bar con i tavoli all’aperto che hanno scelto.

«La cosa importante da sapere è che oggi – anche se continuano a essere un bersaglio – gli ebrei non sono i soli a essere minacciati», ha detto Francis Kalifat, presidente del Conseil Représentatif des Institutions juives de France, la più grande organizzazione ebrea in Francia. Da anni la violenza di stampo antisemita è una presenza fissa nei titoli dei giornali francesi: accoltellamenti, sparatorie e insulti. Dopo l’attacco del gennaio 2015 a un supermercato kosher fuori Parigi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva invitato gli ebrei francesi a trasferirsi in Israele. Alcuni l’hanno fatto: in una comunità di circa 600mila persone, l’anno scorso in circa 8mila si sono spostati in Israele, il numero più alto di sempre. Nonostante molti di loro se ne siano andati dalla Francia per motivi che non hanno a che fare con l’antisemitismo – ma piuttosto con fattori come le prospettive economiche, la pensione e il desiderio di riunirsi alla loro famiglia – l’immagine è stata comunque terribile.

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