Israele | Kolòt-Voci

Categoria: Israele

Minhag italiano e tanta passione a Natanya

Tanto per fare due conti: per l’Ucei Nathanya dovrebbe essere una media-piccola comunità. Indovinate quanto 8×1000 riceve? Zero. Perché non ha una sinagoga da restaurare (anzi ne cerca una nuova). (Kolòt)

Daniele Regard

regard-danieleSi sa, le tradizioni culturali e religiose sono una parte fondamentale della storia dell’ebraismo. Immaginate delle famiglie romane trapiantate in Israele, precisamente a Natanya, abituate da sempre a pregare con il loro rito rispettando le tradizioni della città natale. Immaginate poi che sempre quelle famiglie sentano la necessità di continuare a pregare, non solo nello loro case, ma in una sinagoga, come capitava a Roma. Immaginate infine che delle persone straordinarie si siano battute e abbiano lottato per trovare un luogo dove far pregare quelle famiglie e tener vivo quel magnifico rito e quella storica tradizione. Bene, ora smettete di immaginare, perché tutto quello che ho scritto, già da qualche tempo, è una splendida realtà. Ce lo raccontano le foto che spesso compaiono sui social e oggi me lo sono fatto raccontare dal rav che ha compiuto questo miracolo, Aaron Leotardi. Circa due anni fa lo Shaliach della comunità francese di Natanya diede in prestito ad un gruppo abbastanza nutrito di italiani una sala del suo Bet Chabad.

Come ho già scritto, la volontà delle famiglie era quella di mantenere viva la tradizione ebraica romana. Non parlando italiano, lo Shaliach francese si mise alla ricerca di un rav che parlasse la lingua e che aiutasse i conterranei nella preghiera. Fu così che contattò rav Leotardi, romano, sposato con un figlio, che dopo un breve periodo di riflessione decise di accettare il trasferimento. L’avventura in Israele iniziò ufficialmente il 1 gennaio del 2015. La comunità italiana a Natanya conta circa 270 persone quasi tutti romani. Fondamentale – mi ha spiegato rav Leotardi – è stato nei primi tempi il supporto di Dario Di Cori, oggi presidente del Bet Chabad italiano. Insieme ad altri volenterosi hanno costruito il tempio che oggi accoglie la maggior parte delle attività, religiose e ricreative. La sinagoga italiana di Natanya ha inoltre la fortuna di avere anche un nutrito comitato femminile molto attivo nell’organizzazione di eventi come il banchetto di Purim, i sedarim, pasti sotto la Sukkah, pasti di shabbat e tutto quello che possa coinvolgere i membri di questa piccola ma attivissima comunità. Poi il Rav ci parla di numeri: il venerdì sera e il sabato mattina partecipano circa una settantina di persone (anche più di 100 nel periodo estivo).

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Matriarche bibliche e “utero in affitto”

Un po’ di chiarezza sugli esempi biblici a sostegno delle maternità surrogata che stanno spopolando nei Social

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoNella animata discussione che si sta sviluppando sul tema della maternità surrogata (nel caso più frequente del cosiddetto “utero in affitto”) è stata tirata in ballo la matriarca Rachele come modello antico e sacro di una maternità surrogata. È il caso di discutere se e quanto questo accostamento sia lecito. La storia biblica racconta che la moglie prediletta del patriarca Giacobbe non riusciva ad avere figli e questo la faceva molto soffrire, fino al punto di offrire al marito la serva (amà) Bilhà: “unisciti a lei, che partorisca sulle mie ginocchia, e anche io possa avere figli (ibbanè) da lei” (Gen. 30:3). Giacobbe obbedisce, Bilhà partorisce e Rachele dice: “il Signore mi ha giudicato e ha anche ascoltato la mia voce e mi ha dato un figlio” (v. 6). Il paragone con la maternità surrogata starebbe nel fatto che una donna che non riesce ad avere figli ricorre a un’altra donna per averli.

Ma fino a che punto il paragone regge? Intanto bisogna ricordare ai frequentatori casuali della Bibbia che la storia di Rachele che citano è la seconda di questo tipo, essendo preceduta da quella di Sara, moglie di Abramo, nonno di Giacobbe. Al capitolo 16 della Genesi si racconta che Sara non avendo figli consegna al marito Hagàr, la sua serva (qui chiamata shifchà) con la speranza di avere figli da lei (anche qui si usa ibbanè); Abramo obbedisce, la mette incinta e a questo punto si scatena un dramma tra le due donne che porta alla cacciata di Hagàr, poi al suo ritorno e alla nascita di un figlio: “Abramo chiamò il nome di suo figlio che aveva generato Hagàr, Ismaele” (v. 15; si noti l’attribuzione della paternità e maternità). Anche qui c’è una situazione di sterilità che viene gestita con l’aiuto di una seconda figura femminile.

Se si devono fare confronti ogni dettaglio è importante. Intanto che vuol dire ibbanè: qui la lingua biblica è ambigua, perché il termine può indicare sia la costruzione (la radice bnh) che il figlio (la parola ben) e quindi i messaggi sono due: “avrò un figlio da lei”, nel senso che lei me lo fa e io me lo prendo per me come se fosse figlio mio, oppure che “sarò costruita da lei”, nel senso che grazie a questa procedura la mia sterilità sarà curata (cosa che in tempi differiti avverrà per entrambe le matriarche); i midrashim commentano che “chi non ha figli è come se fosse distrutto”. Continua a leggere »

Israele, barbe rasate per i soldati

Dietro le polemiche (che seguono a ruota quelle sugli spettacoli con cantanti femminili) c’è il terrore che la minoranza degli osservanti possa diventare maggioranza nell’esercito d’Israele, visto che sempre più laici o lasciano Israele o lasciano l’esercito (Kolot)

Davide Frattini

Soldati BarbaGERUSALEMME – I comandanti israeliani sono rimasti colpiti dalle differenze tra i loro soldati e gli americani. Poche settimane fa i due eserciti hanno organizzato esercitazioni congiunte e – racconta il portavoce di Tsahal – «i nostri erano i soli a esibire tutte quelle barbe lunghe, a volte è un segno di trascuratezza che si trasferisce in battaglia». Così da oggi i militari che vogliono lasciare crescere quel simbolo di devozione (per gli ultraortodossi) o di tendenza estetica (per gli hipster in divisa) devono chiedere il permesso in anticipo ai superiori e i casi considerati speciali saranno molto pochi.

La decisione

Le nuove regole erano state decise un anno fa e congelate dalla Corte Suprema perché i giudici avevano deciso che rischiavano di discriminare i soldati laici: i religiosi hanno sempre ottenuto l’esenzione dai rabbini militari. Adesso le norme prevedono che il giovane in divisa – la leva obbligatoria per i maschi è di tre anni –  debba dimostrare quanto la barba sia parte profonda della sua identità. Le richieste per evitare la rasatura obbligatoria sono state 24 mila solo nell’ultimo mese.

La ribellione

Il tentativo di imporre le norme ha causato la ribellione dei rabbini, soprattutto i leader spirituali delle colonie in Cisgiordania. Il numero di ragazzi che arrivano dagli avamposti è sempre più alto e seguono il precetto religioso che indica di lasciar crescere la barba. Il rabino Shlomo Aviner della colonia di Beit El ricorda che ha rappresentato il simbolo dei guerrieri ebrei fin dai tempi di re Davide e incita i soldati a disobbedire agli ordini: «I nazisti ci obbligavano a tagliare la barba». Continua a leggere »

A Roma rinascono gli ebrei di Tripoli

In tremila scapparono dalla Libia in fiamme. In fuga dai pogrom del dopoguerra, si stabilirono nel Quartiere Africano. Oggi sono una comunità unita, che ricorda l’esodo e la propria seconda vita.

Ariela Piattelli

Shalom Tesciuba

Shalom Tesciuba

A Roma è rinata la Tripoli ebraica. Una cultura sommersa ha ricominciato a vivere nella zona che oggi ospita gli ebrei fuggiti dalla Libia. Si trova al nord del centro, il Quartiere Africano, che comprende vie intitolate alle ex-colonie italiane, come viale Somalia, viale Etiopia, viale Eritrea e, ironia della sorte, viale Libia: una zona tranquilla, residenziale, abitata prevalentemente da famiglie italiane, con strutture, parchi e servizi.

Nell’estate del ’67 piazza Bologna, incastonata nel Quartiere Africano, era affollatissima, una rete di comunicazione per ritrovarsi e connettersi. Trovare un familiare, un contatto, un indirizzo. Intanto a Fiumicino atterravano i voli partiti da Tripoli, carichi di profughi ebrei libici, fuggiti, scampati alla morte e alle rivolte arabe che chiedevano la loro testa. In Libia dopo i sanguinosi pogrom e un periodo di relativa calma, lo scoppio della Guerra dei Sei Giorni diventò il pretesto per una nuova caccia all’ebreo. A Roma sbarcarono in seimila, un gruppo proseguirà il viaggio per Israele, gli altri, circa tremila, resteranno nella Città Eterna. E piazza Bologna diventerà per molti anni terra di confronto, in cui come in una terapia psicanalitica a cielo aperto, ognuno affrontava il trauma della fuga, mentre i figli si rimboccavano le maniche e diventavano nuovi italiani.
Oggi questa zona è epicentro, insieme al Vecchio Ghetto, di vita ebraica. Quattro sinagoghe di rito tripolino, ristoranti caratteristici, negozi, macellerie kasher, vivono in armonia con la città. La prima sinagoga di rito tripolino fu organizzata all’indomani dell’arrivo in via Garfagnana, e visto che gli ebrei libici sono religiosi, si è sentita l’esigenza di aprirne altre. Un vecchio cinema rimesso a nuovo diventò la sinagoga Beth El, che adesso ospita fino a settecento fedeli a funzione. II leader è Shalom Tesciuba, nato a Tripoli nel ’34. Tesciuba, insieme ad altri “padri”, ha guidato gli ebrei tripolini di Roma fino ad oggi. «In questa zona viveva già qualche nostra famiglia – spiega Tesciuba-, così è stato naturale stabilirci qui». Alcuni passarono per campi profughi e altri alloggi, prima di arrivare nel Quartiere Africano: una residenza temporanea fu una piccola pensione a Trastevere, la Locanda Carmel gestita da Miriam Zard, una signora ebrea tripolina, che fece la crocerossina durante il pogrom del ’46. Miriam era l’unica ad assicurare ai profughi un servizio kasher.

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La vita in nove vignette

Intervista a Asaf Hanuka

Francesco Giai Via

ko_a_tel_aviv_2_5_small-450x655Artista fra i più significativi della scena israeliana, Asaf Hanuka è approdato nel nostro paese con Ko a tel Aviv, raccolta dei suoi lavori pubblicati settimanalmente sulla rivista Calcalist con il titolo orginale di The Realist. I primi due volumi (uno e due) sono usciti nel 2015 per i tipi di BAO Publishing e un terzo vedrà la luce quest’anno. Sempre BAO ha lanciato durante l’ultima edizione di Lucca Comics & Games Il Divino, volume realizzato a 4 mani da Asaf con il fratello Tomer, illustratore di fama internazionale. Abbiamo intervistato Hanuka, per parlare di autobiografia, politica, codici della comunicazione e tanto altro.

Vorrei iniziare chiedendoti di raccontarci il contesto in cui hai iniziato il lavoro su The realist.

Ho iniziato The Realist sei anni fa. Era un lavoro commissionato dall’editor di una rivista economica israeliana chiamata “Calcalist”. Mi era stato chiesto di realizzare una pagina a fumetti a cadenza settimanale che affrontasse i problemi dell’economia da un punto di vista individuale. A quell’epoca io e mia moglie stavamo cercando un appartamento così stabilimmo che nel fumetto io avrei raccontato, con un taglio autobiografico, la mia personale battaglia col mercato immobiliare. Era la prima volta che disegnavo me stesso come personaggio di una storia ma fu una cosa facile e naturale. Dopo tre mesi di pagine pubblicate ogni settimana incominciai a stufarmi delle questioni finanziarie: volevo raccontare storie su altri argomenti, le relazioni familiari, i problemi politici e sociali e anche ricordi e travagli emotivi.

L’autobiografia è il centro di The Realist. Con i fumetti tu crei un racconto della tua quotidianità dove le pagine diventano una sorta di specchio deformante. Questo è molto interessante non solo per i lettori ma credo anche per te nella misura in cui questo processo diventa una forma di auto-analisi. Chi sono i tuoi riferimenti principali nel genere autobiografico e come lo declini da un punto di vista tanto personale quanto creativo?

È vero che la motivazione che mi spinge a scrivere una storia parte da un problema. Si tratta solitamente di qualcosa che non riesco a risolvere o che fatico a capire. Può essere frustrazione, paura, confusione. Tutti questi sentimenti sono come il primo granello della storia, perché mi forniscono un punto di partenza e un conflitto. Il mio metodo consiste nel mettere questo problema su una “time-line” in forma di fumetto, solitamente di nove vignette. Il mio problema personale diventa una storia di nove vignette e sono in grado di osservarlo da un nuovo punto di vista. Nel cercare di trovare una narrazione in nove vignette devo forzatamente trovare una qualche forma nel caos e fare nuove connessioni fra cose fra di loro scollegate. Ho lavorato come illustratore in ambito commerciale per venti anni (principalmente per “New York Times” e “Wall St. Journal”) e ho dunque una grande esperienza nello spiegare un concetto astratto con il linguaggio dell’illustrazione. Uso questi codici della comunicazione visiva di derivazione commerciale con lo scopo di dire qualcosa di personale. Sento che per me il lavoro su The Realist è un modo per parlare apertamente di argomenti che altrimenti tenderei a nascondere e rimuovere, sono interessato al contrasto creato da argomenti personali duri e i colori felici e divertenti di una storia a fumetti di una pagina. È un modo di raccontare qualcosa di triste in chiave divertente. Concordo sul fatto che si tratti di un processo con un effetto terapeutico, nel senso che mi aiuta a capire cose che solitamente preferirei rimuovere. I miei riferimenti vanno da Robert Crumb a Moebius. Mi piace lo stile dettagliato e divertente di Crumb, il modo in cui rappresenta se stesso nel suo lavoro e il suo coraggio di addentrarsi in zone oscure della sessualità e della spiritualità. Nel lavoro di Moebius ammiro l’integrazione della fantasia nella realtà. Quel suo modo di disegnare una donna bellissima che si trasforma di colpo in un mostro.

Ci sono due contesti principali in The Realist. Il primo è la tua famiglia. Come pensi che il racconto dei vostri problemi, amori, speranze e fallimenti possa influenzare la vostra vita? Ti sei mai censurato su qualche fatto o tema in particolare?

Mia moglie ed io abbiamo avuto dei problemi molto seri qualche anno fa e a un certo punto avevamo anche parlato seriamente di divorzio. Ne ho scritto in un fumetto che è stato pubblicato sul giornale. Ricevetti una chiamata da mia madre, scioccata, che mi chiese “State divorziando????”, così le dissi che doveva leggere il fumetto della settimana successiva per scoprirlo. Questo per dire che in realtà racconto le battaglie quotidiane senza pensarci troppo su. Non mi interessa perdere una parte della mia privacy per una buona storia. Ci sono però dei confini invalicabili: non scriverò mai qualcosa che possa far soffrire un membro della famiglia. Per esempio mio figlio ci rimase molto male perché scrissi una storia su quanto fossi arrabbiato con lui perché non voleva fare i compiti. Non lo feci più e non presenterò mai più in quel modo un conflitto fra me e mio figlio. Alla fine la vita è più importante dell’arte. Continua a leggere »

Sanders, il kibbutz, l’educazione ebraica e la questione palestinese

Scovato, grazie a un’intervista uscita 25 anni fa su Haaretz, il nome del kibbutz in cui il candidato democratico alle presidenziali Usa passò diversi mesi agli inizi degli Anni 60

Bernie SandersÈ stato scovato, grazie a un articolo uscito 25 anni fa su Haaretz, il nome del kibbutz in cui il candidato democratico alle presidenziali Usa Bernie Sanders, passò diversi mesi agli inizi degli Anni 60.  Ai tempi dell’articolo, nel 1990, Sanders stava per essere eletto tra le fila dei socialisti alla Camera. E al giornalista di «Haaretz» disse che era Shaar HaEmekim il kibbutz nel quale aveva lavorato come volontario. Sinora, nonostante le ricerche, nessun giornale, neanche quelli israeliani ed ebrei, era riuscito a rintracciarne il nome.

Nell’intervista Sanders racconta che andò in Israele nel 1963 come ospite del movimento sionista di sinistra Hashomer Hatzair e poi rimase nel suo kibbutz a Nordest di Haifa. Shaar HaEmekim era stato fondato nel 1935 da immigrati romeni e iugoslavi specializzati in tecniche agricole. Il kibbutz ha ancora oggi terreni agricoli, un mulino e un caseificio, ma il suo reddito principale viene prevalentemente dalla fabbricazione di pannelli solari.

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Non credere ma capire. La missione degli ebrei

Un estratto dal nuovo libro del filosofo francese Bernard-Henri Lévy «L’Esprit du Judaïsme» in uscita giovedì 4 febbraio per l’editore Grasset

Bernard-Henri-Levy-Bernar-006Uno dei miei figli, cui faccio leggere qualche pagina di questo libro e che si meraviglia del mio modo di evocare, evitare, senza però invocarlo mai veramente, il nome del divino, mi pone la domanda che forse si porranno altri lettori: credi in Dio? A una domanda così diretta, rispondo altrettanto direttamente che non è lì il problema e che, in ogni caso, non si pone in quei termini.

Infatti, se tutto quello che ho scritto finora è, se non vero, almeno sensato, se il genio di Rashi, di Maimonide o di Giona somiglia a ciò che asserisco, se il Talmud è proprio quel getto di scintille che continuano a sfavillare fra coloro che hanno mantenuto il gusto di accostarsi alla parola di Mosè accantonata e riattivata a colpi di enigmi, di paradossi, di parole limpide o ingannevoli, di sensi costruiti o decostruiti, di enunciati ben articolati o bruscamente aberranti, allora tutto questo significa che gli Ebrei sono venuti al mondo meno per credere che per studiare; non per adorare, ma per comprendere; e significa che il più alto compito al quale li convocano i libri santi non è di ardere d’amore, né di estasiarsi davanti all’infinito, ma di sapere e di insegnare.

Ricordo i testi di Levinas che accompagnarono i miei primi passi e che insistevano sulla grande ostilità del pensiero ebraico al mistero, al sacro, alla mistica della presenza, alla religiosità. Ricordo i suoi ammonimenti, ripresi da Blanchot, contro il grande errore che sarebbe dare ai nostri doveri verso Dio la precedenza sugli obblighi verso gli altri, al punto di vista sull’etica, all’indiscrezione nei confronti del divino la precedenza sulla sollecitudine verso il prossimo. (…)

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