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Categoria: Israele

La Brigata Ebraica e la rinascita del 25 aprile

La memoria può essere inquinata, annacquata e banalizzata: per questo va difesa bene. Lettera al “Corriere della Sera” del Rabbino Capo di Roma.

Riccardo Di Segni

Caro direttore, nell’ultima commemorazione del massacro delle Fosse Ardeatine, è stato scorto tra il pubblico il gonfalone della Guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon. Molti si sono chiesti che ci stessero a fare, i custodi della memoria di casa Savoia, in quel momento e in quel luogo le poco onorevoli gesta dell’ultimo re di Savoia. Il fatto è che le celebrazioni possono perdere senso, gli inquinamenti sono sempre possibili.

Si fa presto a dire memoria. La memoria di fatti importanti non solo può evocare traumi e divisioni mai composte, ma se gestita incautamente provoca ulteriori lacerazioni. Il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, non è la festa di tutti, come qualcuno dichiara retoricamente, è il ricordo di una guerra civile. Ma per gli ebrei è una festa, non solo come la fine di un incubo ma anche come segno di rinascita. Perché la partecipazione ebraica alla lotta contro il nazifascismo è un dato reale e non di piccolo conto.

Non c’è stata infatti solo la resistenza nei ghetti e nelle foreste dell’Europa orientale, c’è stata la partecipazione di migliaia di ebrei nell’Armata Rossa e negli eserciti delle democrazie occidentali; c’è stata anche la resistenza nell’Europa occidentale, con un contributo di partecipazione, di decorazioni e di vittime ben superiore all’entità numerica degli ebrei; c’è stata infine la Brigata ebraica, che seppure inquadrata tardivamente nei ranghi dell’esercito britannico, che non si fidava di un corpo ebraico organizzato, nel marzo e nell’aprile del 1945 fece a tempo a versare il suo sangue per la liberazione dell’Italia.

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L’israeliano “persecutore” è il nuovo antisemitismo

Pierluigi Battista

Dunque, non c’è che da ribadire la domanda: come mai l’ostilità, l’indignazione, il furore sono tutti indirizzati contro le presunte abiezioni della storia sionista e israeliana e non suscitano reazioni nemmeno lontanamente paragonabili nel resto del mondo, e nella spaventosa storia del Novecento?

A me sembra che in questa «dismisura» non c’entri la storia, così come si è effettivamente svolta, ma il modo in cui funziona una mentalità diffusa. Diffusa anche al di là degli steccati ideologici più conosciuti e ovvi. Diffusa, intendo dire, pure in ambienti e tra persone che non appaiono particolarmente sensibili ai richiami di un terzomondismo perenne, di un antiamericanismo di maniera, e che non sono certo scossi da brividi di sdegno all’udire parole riprovevoli per un terzomondista doc, come «imperialismo», «capitalismo», «Occidente». Diffusa come un marchio appetibile, una divisa alla moda che fa indossare la kefiah palestinese come un accessorio attraente in grado di trasmettere a chi la indossa la sensazione di fare la cosa giusta, di segnalare l’adesione a una causa buona e commovente. Diffusa dove un’antica giudeofobia di matrice cristiana non ha ancora, malgrado svolte conciliari e ammirevoli impegni papali, smaltito le sue scorie millenarie: come si evince dalle rozzezze con cui, anche tra molti vescovi, viene liquidata la questione sionista ricorrendo a luoghi comuni vestiti da argomenti teologici.

Diffusa però, in Italia e in Europa, anche in una borghesia «perbene» e autocontrollata che mai pronuncerebbe una parola scortese o irriverente nei confronti degli ebrei e della cultura ebraica, ma nello stesso tempo ammicca compiaciuta a ogni severità riguardo lo Stato che storicamente gli ebrei hanno conquistato. Che dice di adorare l’ebreo della Diaspora (quello ancora oggi quantitativamente più numeroso nel mondo, peraltro), ma non l’ebreo guerriero specializzato nell’uso delle armi. Marc Chagall o Woody Allen, ma non Moshe Dayan. Che adora Elie Wiesel quando ricorda in lacrime, custode della memoria, le vittime della Shoah ma non quello, troppo politicamente esposto, che accampa diritti religiosi e storici sulla città di Gerusalemme. […]

Un simile, plateale abbandono degli ebrei si giustifica solo con quella mentalità diffusa che ha fatto in questi anni e in questi decenni del Palestinese non un’entità storica, ma l’incarnazione, il paradigma, il simbolo della Vittima. L’emblema del reietto, la sintesi di tutti i «dannati della Terra». Il popolo per antonomasia che carica su di sé tutte le sofferenze, le atrocità, le angherie che i popoli oppressi subiscono. Un simbolo che necessariamente conduce al suo contrario, all’altro protagonista di questo dramma più cosmico che storico, più ideale che reale e concreto: la figura, l’incarnazione, il paradigma del Persecutore. E se ha preso piede una colossale sciocchezza sulla vittima di «ieri» che si trasforma nel carnefice di «oggi» è perché tu, voi antisionisti avete trovato motivo di rassicuranti certezze in questa rappresentazione grottesca del Bene e del Male che si scontrano in una contesa universale, dove la vittoria dell’uno non può che comportare la rovina dell’altro.

Sottrarsi a un tale tossico incanto manicheo è molto difficile. Così come è molto difficile confutare un istinto, una fede irriflessa e impermeabile alla smentita dei fatti. Ma, al contrario, non dovrebbe essere molto difficile capire le conseguenze catastrofiche che questo teatrale e arbitrario accostamento dell’ebreo alla figura immonda del Persecutore riverbera velenosamente su tutti gli ebrei, quelli della Diaspora e i sabra di Israele, senza distinzioni stavolta. Invece è in questo legame malato che prende forza e prepotenza la sovrapposizione sempre più frequente tra antisionismo e antisemitismo. Trasformare l’ebreo nel malvagio «sionista» non lo sottrae alla perversione morale di un marchio infamante, anzi carica tutta la vicenda ebraica di quello stesso marchio infamante.

Non capire tale nesso, caro amico antisionista, non spezzare questa micidiale catena che identifica il «nuovo» ebreo israeliano con la figura eterna del Persecutore, risveglia prepotentemente lo spettro dell’antisemitismo e gli dà nuova linfa, nuovo vigore, nuove giustificazioni, nuovi veleni. Fare di Israele la figura crudele della storia contemporanea indica l’«ebreo» come responsabile delle peggiori nefandezze, riversando l’odio sul nuovo mostro contro cui è legittimo rivoltarsi. Davvero nuovo? No, quello solito, quello di sempre.

(da “Lettera a un amico antisionista”)

http://www.ilvangelo-israele.it

Gli ebrei non ebrei nemici di Israele

Non ci piace il termine “non ebrei” applicato agli ebrei odiatori di sé, e non ci piacciono le liste, ma pubblichiamo lo stesso. (Kolot)

Niram Ferretti

Noam Chomsky

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella “Questione ebraica” del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo.

Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà solo e pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, “L’ebreo non ebreo”, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

“La religione? Sono un ateo. Il nazionalismo ebraico? Sono un internazionalista. In nessuno di questi due sensi sono un ebreo. Sono tuttavia un ebreo per la forza della mia incondizionata solidarietà nei confronti dei perseguitati e degli sterminati”.

Il nuovo dogma chiede adesione piena all’incondizionato. Se Dio non c’è, può esserci solo l’umanità, soprattutto quella oppressa, questo surrogato mistico a cui votarsi con ardore liberatorio.

Il Mondo Nuovo è quello in cui ogni identità specifica sarà dissolta nell’unità solidale, disalienata. Come non pensare a Lev Bronstein, più noto come Leon Trotzky, l’araldo della rivoluzione permanente? Fu a lui, quando era a capo dell’Armata Rossa, che il rabbino capo di Mosca, Jacob Mazeh, chiese di proteggere gli ebrei dai pogrom. La risposta di Trotzky fu esemplare, “Perché lo dici a me? Non sono ebreo”.

Non si è ebrei quando alla nascita dai genitori si è anteposta la nuova natalità rivoluzionaria che cancella ogni anagrafe e biografia e riplasma in nome dell’Idea. Continua a leggere »

L’atavico antiamericanismo europeo va di pari passo con l’antisemitismo

Perché l’Europa odia l’America. Un libro di Andrei Markovits

Antonio Donno

Sono scettico sulla tradizione politica europea. Ed io, e molti altri, siamo ancor più scettici sulla realtà dell’Unione europea. La consideriamo come un elemento di divisione dell’occidente, e, invero, della stessa civilizzazione ‘europea’; implicitamente, e spesso esplicitamente, antiamericana; e oggi, e ancor peggio in futuro, un incubo (immensamente corrotto) basato sulla burocrazia e sulla regolamentazione; contraria alla tradizione fondata su leggee-libertà”, cioè la tradizione liberale della sfera angloamericana. Così scriveva Robert Conquest, insigne sovietologo, sulla New York Review ofBooks dell’ll marzo 2000. E l’ultimo libro di Andrei S. Markovits, Uncouth Nation: Why Eurape Dislikes America (Princeton University Press) conferma la valutazione di Conquest. In più, fu Hannah Arendt, nel 1954, a definire l’antiamericanismo europeo come costituivo della stessa identità europea. Il “nuovo mondo” aveva finito per soverchiare il “vecchio mondo” e così l’antiamericanismo, scriveva Arendt, aveva finito per divenire un nuovo ism, fondato sull’invidia, nel vocabolario europeo. Markovits condivide la vecchia, insuperata analisi della Arendt e finisce con l’affermare che “l’avversione verso l’America è divenuta oggi più grande, più volgare, più determinata. E’ divenuto il dato unificante gli europei occidentali più di ogni altro sentimento politico, ad eccezione della comune ostilità verso Israele”.

L’antiamericanismo è divenuto la “lingua franca” degli europei; tanto più dopo l’impegno americano, ai tempi di Bush, nel medio oriente. Ma la cosa più sorprendente, e per certi versi ancor più oscena, è che l’antiamericanismo europeo ha avuto un salto di qualità dopo 1’11 settembre, prima ancora delle decisioni di Bush di intervenire per abbattere il regime di Saddam Hussein. Insomma, in quella circostanza, nonostante l’evidenza dell’estrema gravità dei fatti accaduti, l’antiamericanismo degli europei ha avuto una valvola di sfogo in un atteggiamento, consapevole ma più spesso inconsapevole, di soddisfazione per ciò che era accaduto a “Mr. Big”. Ma l’antiamericanismo, secondo l’analisi di Markovits, ma anche di una lunga tradizione di studi sull’argomento, ha le sue radici nel momento stesso in cui la rivoluzione americana aveva dato vita a una nuova nazione e questa nuova nazione aveva mosso i primi audaci – e perciò irritanti per gli europei – passi nel sistema politico internazionale di impianto eurocentrico. Un’audacia offensiva per gli europei che aveva lasciato un lungo strascico di insofferenza, dispetto e perfino odio negli europei verso gli americani, un popolo rozzo, ignorante, presuntuoso, insopportabile. Continua a leggere »

Celebrare la memoria oggi è stare con Georges Bensoussan

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

George Bensoussan

Cari Amici, quest’anno avevo deciso di non occuparmi della “Giornata della memoria”, che mi sembra diventato ormai un’occasione di rimozione e non di memoria, in cui hanno la parola tutti i “benaltristi” coloro che vogliono ricordare anche il genocidio degli Armeni (il che è certamente giusto, io personalmente ho curato un libro su questo terribile crimine: http://guerini.it/index.php/il-genocidio-infinito.html ), ma anche la distruzione degli indiani d’America, il trattamento degli animali nei macelli, e mille altre cause più o meno giuste – compresa quella ingiusta e insensata, che vorrebbe associare al ricordo della Shoah il fallimeto degli arabi di completarla sterminando tutti gli ebrei di Israele, come si proponevano nel ‘47-’49 e ancora dicono di proporsi (quando parlano in arabo).

Loro chiamano Nakbah, cioè “disastro” questo fallito genocidio con la conseguente sopravvivenza di Israele contro l’assedio degli eserciti di tutto il mondo arabo.
C’è più d’uno che nelle celebrazioni televisive e nelle cerimonie ufficiali ha la faccia tosta di sostenere questo accostamento, cui manca solo il lutto per la triste sorte dei dirigenti nazisti, chi suicida nel bunker, chi impiccato a Norimberga, chi a Gerusalemme.
Ma forse la follia criminale di chi sostiene queste cose non è neanche la colpa principale della giornata, che in fondo ha perso individualità fin dal suo stabilimento in Italia, quando per volontà o passività di Furio Colombo, che promosse la legge, quella che a livello internazionale si chiama esattamente “International Holocaust Remembrance Day” cioè giornata della memoria dell’”Olocausto” o come si dice oggi molto meglio, della Shoah (https://en.wikipedia.org/wiki/International_Holocaust_Remembrance_Day ), è diventata “Giornata della memoria” e basta (https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_Memoria ), cioè potenzialmente del ricordo di qualunque cosa.

Certamente l’intenzione non era quella, ma il risultato è stata un’ambiguità che oggi è ampiamente praticata. Il peccato peggiore, dicevo, è un altro: è la perdita del senso storico di quel che è accaduto in Europa fra il 1938 (data della “notte dei cristalli”, inizio degli omicidi di massa in Germania ma anche data delle leggi razziste in Italia) e il 1945. Lo Shoah in questi sette anni non “avvenne” spontaneamente” e neppure fu condotta dalla “mente di un pazzo” o dalla “banalità del male” dei burocrati tedeschi, due tesi convergenti sostenute dagli ipocriti, Hannah Arendt in testa ma con infiniti seguaci), ma invece “fu attuata” da masse di milioni di “volonterosi carnefici” ( http://www.librimondadori.it/libri/i-volenterosi-carnefici-di-hitler-daniel-jonah-goldhagen ) in tutt’Europa, Italia compresa.

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Di batteri e di barbieri (una classica storia israeliana)

Israele, si sa, è chiamata la “Startup Nation”, in virtù del suo provato successo imprenditoriale e innovativo. Spesso questa caratteristica crea storie che coinvolgono le realtà più disparate…

Jo (Jonathan) si occupa di Ricerca e Sviluppo nel settore agroalimentare. Nel 2015 l’azienda per la quale lavora purtroppo va in crisi e crolla. Giocoforza, Jo si ritrova all’età di 55 anni a dover decidere “cosa far da grande”. Ovunque, farsi assumere a 55 anni da qualche parte non è affatto facile… ma siamo nella Startup Nation, no? Infatti Jo, ripresosi dalla botta, prende il suo geniale collega Vladimir, un ricercatore di origine ucraina con il quale stava lavorando ad un progetto stroncato dalla crisi aziendale e insieme, autofinanziandosi e stringendo la cinghia.… “startuppano”, avviando la “Yarok”.

Yarok sviluppa un sistema per individuare molto rapidamente pericolosi batteri nel cibo (in particolare nel “freschissimo”) e nell’ambiente di produzione delle industrie alimentari. In  brevissimo tempo il suo sistema sa individuare batteri tipo E.coli, Listeria, Salmonella, etc. (brutta roba… molto pericolosa).  In tal modo la startup israeliana offre una soluzione ad un grave problema, che minaccia i consumatori e le industrie.
Molti non sanno che quasi tutto il cibo fresco (ad es. frutta, verdura, latte, etc.) arriva sugli scaffali di vendita prima dell’arrivo dei risultati di eventuali analisi eseguite sul prodotto. Infatti gli attuali metodi di analisi (anche i cosiddetti “rapidi”) sono troppo lenti, rispetto all’esigenza di freschezza.
Per i consumatori, questo è potenzialmente pericoloso (l’ultimo più clamoroso caso riporta 2 “morti da rucola” in inghilterra (per E.coli).

Per le industrie, è una delle cause di costosi “richiami di prodotto”, talvolta “diversamente fatali”: infatti i piccoli produttori, dopo un “richiamo”, spesso vanno in rovina e son costretti a chiudere.

Steve Jobs docet: una startup che si rispetta nasce in un garage…  I nostri due eroi, non avendo un garage a disposizione, affitano l’ex bottega di un barbiere a Bat Yam, e, oscurandone la vetrina, la trasformano in un modesto ma efficiente laboratorio microbiologico.  Bat Yam è un piccolo comune a sud di Tel Aviv, povero e con molti tossicodipendenti… Oggi, il maggior timore dei nostri eroi è quello che i tossici locali vengano a rubare di notte, avendo sgamato che nella bottega vi è oggi un laboratorio di fortuna e pensando che la dentro facciano “‘robba bbuona” (tipo lo sceneggiato “Breaking Bad”, x chi lo ha visto).
Temono anche che la polizia faccia irruzione, per lo stesso motivo… ma cosa non si fa per la salute del consumatore.

Comunque, dopo un intenso lavoro, Yarok sviluppa un sistema che consente di avere i risultati delle analisi entro i tempi di un turno di produzione, ovvero prima che il prodotto venga inviato ai supermercati.
Dopo 45 minuti il sistema evidenzia primi affidabili risultati ed entro poche ore accerta se il prodotto è esente da pericolosi batteri (quindi se consegnabile evitando gli attuali rischi). In questo modo Yarok aiuta a proteggere sia il consumatore, sia i produttori.

Oggi Yarok sta percorrendo il classico percorso delle startup israeliane: interesse da parte dell’industria, attenzione da parte di possibili fondi di Venture Capital, insomma, è entrata in quel mondo che fa crescere l’innovazione e -appunto- le startup.
Bel colpo per i nostri eroi, che si consolavano pensando che, alla peggio, avrebbero comunque potuto imparare a fare barba e capelli a chi, ogni tanto, bussa alla porta del laboratorio, cercando il vecchio esercizio.

In questi giorni Yarok è stata selezionata (18 su 200) da Food+City, un organizzazione statunitense che promuove le startup che si occupano di food e urbanizzazione. Tra le sue varie iniziative, l’organizzazione chiede al pubblico di “votare” attraverso Facebook per la startup favorita, all’interno del gruppo internazionale prescelto. Yarok, ovviamente, rappresenta Israele.

Chi volesse fare un po’ di sionismo online, votando per i nostri “startuppisti”, puo’ farlo al link:
https://www.facebook.com/foodcityorg/app/126231547426086/?app_data=%7B%7D&pnref=story

Per saperne di più: www.yaroktt.com  /  Twitter: @yaroktt .

Denunciò i furti in Comunità. Nessuno lo ascoltò

I responsabili di allora si oppongono oggi anche alla targa commemorativa. La figlia ricorda con affetto Luciano Campagnano.

Sheila Campagnano

È accaduto a noi, 20 lunghi anni fa, in quel grigio mattino di novembre che ti porta via, all’improvviso senza preavviso, il destino ti sorprende, pochi attimi e non c’è più tempo per nulla. Era il 20 di Cheshvan 1996. Il sipario cala per sempre e ti strappa a noi, impreparati a questa separazione, troppo presto, impossibile, inaccettabile….

Ma come ricordavi spesso tu con i tuoi famosi proverbi in francese, la tua madre lingua, “l’homme propose e Dieux dispose” …e così il Signore aveva deciso, proprio quel Shabbat non avresti raggiunto il Tempio come ogni sabato mattina. Inutili le mie corse in aereo da Israele dove vivevo, con quella speranza in tutto il viaggio che ti avrei rivisto, che mi avresti aspettato, che avremmo superato anche questa… Grazie a D-o in questi anni ho avuto e ho mia mamma sempre vicino, i miei due splendidi figli che sarebbe stato il mio sogno tu conoscessi, mia zia, mio zio, mia cugina, una piccola ma meravigliosa famiglia, unita nei momenti importanti. Ma quel modo unico di amarmi che avevi tu, quello l’ho perso per sempre. Niente è stato più come prima, hai lasciato un vuoto incolmabile che nemmeno il trascorrere di tutti questi anni ne ha diminuito l’intensità. E al tempo stesso, però, mi hai lasciato una forza che anche io non mi spiego, una forza di quei valori che mi hai inculcato, di quell’amore unico che mi avevi trasmesso e che ho capito, nel momento in cui mi hai solo fisicamente lasciato, avrei dovuto tirar fuori tutta. E non mi sono più fermata, mi ha permesso di superare difficoltà non banali, raggiungere traguardi che mai avrei pensato possibili.

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