Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Asti, convegno dedicato a Vittorio Dan Segre il 24 novembre

Neutralità. Una parola che sembra lontana dallo scenario mondiale di oggi, segnato dalle divisioni e dalle guerre, dalle minacce e dalle violenze. Eppure una parola che nella storia – e forse ancora oggi – ha rappresentato un’opzione alternativa, nel campo delle scelte politiche interazionali. A questa idea dedicò buona parte dei suoi studi lo scrittore ed ex diplomatico Vittorio Dan Segre, originario di Govone e celebre in tutto il mondo per i suoi libri autobiografici.

Di Dan Segre e di neutralità si parlerà venerdì 24 novembre alle ore 17, presso il Polo Universitario di Asti Rita Levi-Montalcini, nel convegno organizzato da Ethica (di cui Segre era l’anima), dal titolo “Essere neutrali in un mondo diviso. Una via alternativa per la coesistenza delle identità”.

Un’occasione per ricordare il celebre studioso e scrittore piemontese, legatissimo ad Asti, ma anche per rimettere al centro dell’attenzione una parola dimenticata, sebbene ancora valida nel contesto internazionale.

Saranno molte le autorità presenti, e l’incontro, che ha ottenuto il patrocinio dalla Prefettura di Asti, si aprirà con i saluti del sindaco di Asti Maurizio Rasero, del Presidente di ASTISSMichele Maggiora, e del Presidente della Fondazione CR AstiMario Sacco.

Dopo l’introduzione del presidente di Ethica, Giovanni Periale,prenderà la parola Gabriele Segre, nipote di Dan Segreericercatore di Politiche Pubbliche e Relazioni Internazionali, con studi negli Stati Uniti e a Singapore, attualmente occupato all’ONU, nella sede di Torino. Continua a leggere »

Samuele Colombo, il rabbino che inventò l’Assemblea dei Rabbini d’Italia

Conferenza per la serata di studio Rabbini di Firenze e Livorno, per il ciclo Rabbini italiani del Novecento, Centro bibliografico UCEI, Roma, 29 ottobre 2017.

Ariel Viterbo

Desidero dedicare questo intervento alla memoria di mio padre, rav Achille Shimon Viterbo, scomparso otto mesi fa, anche lui un rabbino del Novecento, per oltre quarantʼanni alla guida della Comunità di Padova. Fu il mio primo maestro, di ebraismo e del resto, per mezzo Suo conobbi la figura del bisnonno Colombo e da Lui ne ricevetti le poche carte rimaste. Attraverso le parole di papà, rav Samuele Colombo, suo figlio Yoseph, la suggestione di Pitigliano, le glorie di Livorno, pagine intere di storia, sono diventati parte di me e della mia esperienza. Sia la Sua memoria di benedizione per tutti.

Era fin dalla nascita, o quasi, leggermente zoppicante; piccolo di statura e un po’ miope; ma non portava occhiali altro che quando, al tempio, doveva ufficiare.

Era di carattere molte dolce e remissivo, divideva la sua giornata tra il tempio, la scuola e la Sua casa ove studiava sempre, specie la sera fino a tarda ora.

In queste poche righe il figlio Yoseph condensò la figura di rav Samuele Colombo in un quaderno di memorie familiari. Una figura che appare modesta, dimessa, assai diversa da quelle dei rabbini che lo precedettero, lo affiancarono, vennero dopo di lui. Basta vedere il suo ritratto, sulla locandina della serata di oggi: giovane timido fra la maestosità di Margulies e la scienza di Toaff. Ed è questa,per quanto ho potuto appurare fin qui, la sua unica fotografia conosciuta. E su questo spero vivamente di essere smentito questa sera stessa. Ci manca insomma una sua immagine da rabbino, e non soltanto unʼimmagine fotografica ma anche e soprattutto la sua immagine storica. Eppure non mancano gli elementi che lo rendono un personaggio di un certo spessore. Fu discepolo, al Collegio Rabbinico di Livorno, di Elia Benamozegh ed Israel Costa. Li affiancò poi nella Commissione rabbinica della Comunità e dopo la loro scomparsa fu il loro successore, sia sulla cattedra rabbinica che alla direzione del Collegio. Fu il primo presidente della Federazione Rabbinica Italiana, lʼorgano rappresentativo dei rabbini italiani. Fu, come Benamozegh, fertile autore di articoli e saggi, seppure di minore ampiezza e originalità di quelli del maestro, e come lui fu abile predicatore. Operò come Rabbino capo di una delle principali comunità italiane nel primo quarto del ventesimo secolo, un periodo che vide lʼebraismo italiano di fronte alle lusinghe dellʼassimilazione, alla tragedia della prima guerra mondiale, al richiamo del sionismo, al confronto con il modernismo, al mutamento della condizione femminile. E su tutti questi fronti, Colombo agì, lasciandoci testimonianza, negli scritti e nelle azioni, di una visione dellʼebraismo saldamente agganciata alla tradizione e pur tuttavia coraggiosamente aperta al mutare dei tempi.

Samuele Colombo nacque il 17 gennaio 1868 a Pitigliano, figlio di David, che faceva il calzolaio e di Fortunata Coen, che morì nel darlo alla luce. La famiglia era di origine sefardita. [Il cognome Colombo è la traduzione dellʼebraico Yonà, cognome che Samuele stesso usò a volte firmandosi in ebraico]. Dal censimento del 1841 impariamo che i Colombo erano a Pitigliano da alcune generazioni. Il padre di Samuele era il quinto di sei figli. Lʼomonimo nonno compare nel censimento come aiuto rabbino e in generale la famiglia Colombo pare essere stata di modeste condizioni economiche. Samuele, il futuro rabbino di Livorno, aveva una sorella maggiore, Rachele. Continua a leggere »

Rav Laras, che il suo ricordo sia di benedizione

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Dopo una lunga e difficile malattia, se n’è andato ieri mattina Rav Giuseppe Laras, che per venticinque anni è stato il rabbino capo di Milano e anche dopo il suo ritiro da quel ruolo ha conservato la responsabilità rabbinica di Casale e di Ancona e la presidenza del tribunale rabbinico del Nord Italia.

Giuseppe Laras ha rappresentato la personalità più importante dell’ebraismo italiano nella generazione successiva a Rav Toaff, quella cioè che ha iniziato a operare nella stagione dell’ammodernamento del paese e dell’apertura del mondo cattolico e ha proseguito la sua influenza determinante fino a poco dopo il volgere del secolo, quando i tradizionali schieramenti politici e culturali hanno iniziato a collassare, l’islam si è imposto come un problema diretto e pericoloso anche per i paesi europei, il terrorismo è dilagato e nel mondo ebraico si è proposta una nuova generazione di rabbini, formatasi per lo più almeno in parte in Israele e più attenta all’influenza di quel rabbinato.

Personalità forte, preparatissima, di carattere molto determinato, Rav Laras ha segnato profondamente la vita ebraica italiana di quei decenni,, fra l’altro guidando il dialogo ebraico-cattolico, grazie anche alla sua profonda amicizia col cardinale Martini. È stato anche e soprattutto un maestro di pensiero, non solo per aver formato generazioni di rabbini e aver insegnato i precetti e la dottrina tradizionale alle comunità che ha guidato, soprattutto ai giovani; ma per aver portato il pensiero ebraico al pubblico assai più grande delle università, degli incontri interconfessionali, dei giornali.

Questo lavoro si è tradotto in numerosi volumi, la cui forma è stata positivamente segnata dalla vocazione professorale: se si vuole leggere un’esposizione chiara, completa, logicamente strutturata sulla storia del pensiero ebraico nelle sue diverse periodizzazioni, e in particolare sull’amato Maimonide, ma anche su temi apparentemente più marginali come la concezione ebraica dell’amore e della coppia, i libri di Rav Laras sono indispensabili. Questo lavoro di chiarimento e insegnamento, di studio dei testi e di storicizzazione della vicenda intellettuale dell’ebraismo ha contribuito potentemente a far capire alla cultura italiana, da decenni chiusa nei recinti simmetrici di cattolicesimo e comunismo, altrettanto chiusi alla peculiarità della tradizione di Israele che esiste e vive da millenni una cultura ebraica, ricca e complessa. Continua a leggere »

Hedy Lamarr, l’attrice icona di Hollywood che finanziava la lotta al nazismo con i suoi baci

La biografia e gli scherzi sul set per superare la sua aria impassibile, oggi nel doodle di Google. Nessuno ricorda che inventò il WIFI.

A una diva come la Lamarr non può essere negato un libro e la sua biografia infatti è stata scritta da Ruth Baron. Si intitola “Hedy Lamarr, la vita e le invenzioni della donna più bella del cinema” e in Italia è stata pubblicata da Castelvecchi editore. Nel libro la scrittrice Baron analizza la vita dell’attrice e rivela anche degli aneddoti sulla vita nel set: “Questi scherzi spaziavano dall’uso di svariati oggetti,tipo spille, banane, manganelli, a commenti salaci, per non parlare di quando veniva addirittura presa e sbattuta fuori dal set. Alcuni di questi scherzi potrebbero però trovare una giustificazione nelle dichiarazioni degli attori e dei registi: si trattava di stratagemmi per insegnare a Hedy a recitare davanti a una macchina da presa. Molti degli autori degli scherzi hanno affermato di essere stati spinti dal desiderio di vederle esprimere qualche emozione. Cecil B. DeMille parlava della sfida di aprirsi un varco attraverso la sua aria impassibile” spiega la Baron nel libro dando alla figura di Hedy Lamarr un’immagine ancora più mitica e destinata a restare nella storia del cinema e non solo.

Tra i film più impegnati in cui ha recitato Hedy Lamarr c’è sicuramente I cospiratori, pellicola del 1944 di genere drammatico e diretta da Jean Negulesco. Il cast del film è molto ricco e conta anche su attori del calibro di Peter Lorre, Paul Henreid, Victor Francen e Joseph Calleia. La trama ci dice che tra i compagni di lotta olandesi che al momento sono nascosti per Lisbona in Portagallo c’è un infiltrato. Saranno diversi i sospettati e le indagini riveleranno molte sorprese. Hedy Lamarr interpreta Irene Von Mohr e sicuramente questo è una pellicola diversa rispetto al solito per l’attrice più impegnata in commedie sentimentali che in opere di questo tipo. Questa scena ci racconta un momento intenso nel quale lei si avvicina a Vincent Van Der Lyn interpretato da Paul Henreid. La telecamera indugia sui primi piani dei due cercando sempre di tenerli nello stesso quadro e dividendoli davvero poche volte. Emozionante quando poi la camera decide di avvolgerli con movimenti lenti e sinuosi.

Tra i film più famosi in cui ha recitato Hedy Lamarr c’è sicuramente Sansone e Dalila, dramma biblico in stile peplum girato nel 1949 da Cecil B. DeMille. L’attrice di origini austriache in questa pellicola interpreta il ruolo di Dalila. Quella che vi proponiamo è la sequenza finale del film dove Sansone, un grande Victor Mature, decide di portare la sua vendetta al centro del tempio del Dagon dove è stato torturato e deriso dalla folla. Questa non crede possa rompere le colonne in mezzo alle quali è stato accompagnato proprio da Dalila che prima l’ha tradito e poi s’è innamorata di lui. Sansone invece riesce a smuoverle e fa crollare il tempio compiendo la sua vendetta e finendo schiacciato in mezzo alle due colonne. In questa sequenza dove Hedy Lamarr sembra recitare un ruolo marginale possiamo vedere invece il valore intrinseco dello sguardo della diva, che inquadrata proprio nel momento del disastro attrae lo sguardo dello spettatore portandolo a ricercarla per sperare che si salvi da questa tragedia poi a lei dedicata. Un gioco di ombre e di luci ce la fanno vedere attraverso le colonne del tempio dove la donna si muove rapidamente e con lo sguardo ferito di chi si è accorto solo dopo tempo di cosa è accaduto realmente. Il montaggio alternato di DeMille ricorda quello intellettuale di Ejzenstein, perchè invece di mostrare la scena nella sua interezza va a indugiare sui protagonisti dando un senso emotivo alla vicenda. E’ così che diventa fondamentale la presenza di Dalila. Continua a leggere »

“Tariq Ramadan si è infiltrato nelle democrazie per portarci l’islam politico”

Parla Caroline Fourest, accusatrice dell’islamologo sospettato di stupro

Giulio Meotti

ROMA – Nonostante le accuse di violenza sessuale arrivate da una decina di donne musulmane tra Francia, Belgio e Svizzera fossero già uscite sulla stampa da due settimane, l’islamologo Tariq Ramadan tre giorni fa si trovava a Rimini ospite del Centro Studi Erickson, importante pensatoio di sociologi ed educatori di Trento, a parlare al loro convegno su una “scuola inclusiva”. Ramadan ha tenuto una lezione dal titolo “i requisiti educativi per insegnare e gestire la diversità” (fra gli ospiti, anche Eraldo Affinati e Benedetta Tobagi), “Non ho mai visto nessuno così talentuoso e machiavellico come Tariq Ramadan nel manipolare l’opinione pubblica”, dice al Foglio Caroline Fourest, che a Ramadan ha dedicato il libro “Frère Tariq” e che ha fatto parte per anni della redazione di Charlie Hebdo (oggi scrive per Marianne). Mentre proliferano le accuse di violenza sessuale ai danni di Ramadan, che lui respinge al mittente parlando di “complotto” mentre Oxford lo sospende dall’insegnamento, nel mirino ci finiscono i “compagni di strada” dell’islamologo svizzero. Charlie Hebdo ne ha messo uno in copertina, Edwy Plenel, il direttore e fondatore di Mediapart, Il giornalista ha reagito evocando il “manifesto rosso” del regime di Vichy sulla condanna a morte di 23 resistenti, citando Romain Rolland: “Mi possono odiare, ma non saranno in grado di insegnarmi l’odio”. Dunque i difensori di Ramadan sarebbero i nuovi “resistenti”. Il 17 gennaio 2015 a Brétigny-sur-Orge Edwy Plenel e Tariq Ramadan apparvero in pubblico a fare causa comune contro l”‘islamofobia”, benedicendo la convergenza tra proletari e musulmani, lavoratori e immigrati. I francesi in quelle stesse ore stavano piangendo i loro morti, quelli di Charlie Hebdo, all’Hyper Cacher e la poliziotta a Montrouge, Due giorni prima, in milioni erano scesi per strada per difendere la libertà di espressione e protestare contro il terrorismo islamista. Ma Plenel e Ramadan “non erano Charlie”.

“Si deve distinguere fra la duplicità di Ramadan sull’islam e le accuse di stupro” prosegue Fourest al Foglio. “La cosa più scioccante oggi per me è questo silenzio di una parte della sinistra, è cecità ideologica. Plenel e Ramadan hanno fatto conferenze assieme, e Plenel ha attaccato come ‘islamofobo’ chiunque criticasse Ramadan. Ha negato ogni accusa a Ramadan. Oggi che sappiamo chi sia Ramadan, la sua risposta è dire che è una vittima dell’odio. E’ una intellighenzia miserabile. Sono gli utili idioti di Ramadan, come Edgar Morin, che ha scritto due libri con Ramadan. C’è il direttore del Monde Diplomatique, Alain Gresh, e i sociologi che hanno difeso Ramadan e attaccato le persone che lo criticavano. In Belgio, in Svizzera, in Italia, in Marocco, Ramadan è stato in grado di insinuarsi in tutti gli ambienti che contano. E’ stato un fondamentalista molto intelligente e abile. Su Press Tv, la tv del regime iraniano, aveva un suo programma. E ogni volta che perdeva un incarico in un paese, come a Rotterdam, si spostava in un altro”. Continua a leggere »

Martin Lutero e gli ebrei 500 anni dopo

Alessandria, 5.11.2017 “…Che i fratelli vivano insieme…” Martin Lutero 500 anni dopo

Ariel Di Porto

Il tema del rapporto con gli ebrei assume un ruolo centrale all’interno della dottrina di Lutero; come scrive Kaufmann in Gli ebrei di Lutero, di recente pubblicazione, <<Anche se nell’ambiente in cui visse e operò di ebrei ce ne fossero veramente pochi, nel mondo testuale di Lutero essi erano onnipresenti[1]>>. Negli Ebrei e le loro menzogne del 1543, dove troviamo una serie di cambiamenti radicali nel suo atteggiamento, Lutero raccomanda, con il suo tipico linguaggio pieno di livore, che avrebbe avuto nelle opere luterane altri obiettivi polemici, fra cui il Papa, anche se le sensazioni nel lettore sono diverse, alla luce della storia successiva,  una serie di misure nei confronti degli ebrei che sconvolgono il lettore di oggi:

a) incendiare le sinagoghe e le scuole; b) abbattere le case degli ebrei e metterli sotto una tettoia o in una stalla, come gli zingari; c) privarli dei loro libri religiosi; d) vietare, pena la morte, ai rabbini di insegnare; e) privare gli ebrei di salvacondotti, visto che non sono signori, funzionari, mercanti o simili, e non hanno nulla da fare in campagna, e di ogni tutela giuridica; f) vietare loro di predicare l’usura; g) sequestrare le loro ricchezze; h) obbligarli a lavorare manualmente; i) vietare di pronunciare il Nome divino in presenza di cristiani.

Molte di queste misure erano già realtà in vari paesi d’Europa, quelli dai quali gli ebrei non erano stati ancora cacciati. Il libello, pubblicato tre anni prima della morte di Lutero, contiene una violenza notevole nei confronti degli ebrei: <<esseri tanto disperati, cattivi, velenosi e diabolici fino al midollo sono questi ebrei, i quali in questi millequattrocento anni sono stati la nostra piaga, pestilenza, e ogni sventura, e continuano ad esserlo[2]>>. Continua a leggere »

L’ultimo traduttore yiddish

Elena Lattes

Se pensiamo all’yiddish di solito viene in mente l’ebraismo dell’Europa centro orientale, soprattutto quello degli ultimi centocinquant’anni, raccontato e illustrato da una ricca letteratura e da numerose rappresentazioni teatrali. Quasi nessuno, invece, sa che anche in Italia c’è stata una comunità che faceva di questa lingua un uso quotidiano.

A metà del ‘500 arrivarono nel nostro Paese, infatti, numerose famiglie sia per motivi lavorativi, sia alla ricerca di posti più tranquilli dove vivere. Tra di esse ci furono gli Heilpron o Heilbroon che si stabilirono a Cremona. Jacob, figlio di Elchanan, nato proprio in questa città intorno alla metà del sedicesimo secolo, fu l’ultimo, nella penisola, che si occupò di tradurre dall’ebraico all’yiddish e da quest’ultimo all’italiano.

Nonostante conducesse una vita modesta e a volte perfino disagiata, egli divenne una figura importante per tutta la zona del Lombardo Veneto: insegnante e precettore, fu anche consigliere e uomo di fiducia in numerose famiglie di notabili, commentatore, sofer (scrivano della Comunità e trascrittore dei testi sacri) nonché grande erudito, tanto che, nonostante pare non avesse conseguito il relativo titolo, viene annoverato tra i rabbini nella cerimonia commemorativa che ogni anno alla vigilia dello Yom Kippur si tiene nel cimitero di Padova dove egli è sepolto. Sulla sua vita e sulla sua intensa attività è uscito recentemente il volume di Pia Settimi “L’ultimo traduttore”, pubblicato dalla casa editrice “Il Prato”.

Il libro è diviso sostanzialmente in quattro parti. Nella prima l’autrice racconta nei dettagli la vita, i vari spostamenti e l’attività che svolse in diverse comunità, illustrando con chiarezza e semplicità l’ambiente in cui Jacob – che italianizzò il suo cognome in Alpron – operò e profuse le sue conoscenze. Continua a leggere »