Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici | Kolòt-Voci

Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici

Intervento al Convegno “L’autobiografia ebraica. Identità e narrazione”. Università degli Studi di Milano. 13-14 novembre 2017.

Erica Baricci

Il Sefer hassidim, testo ebraico del XIII secolo redatto in Renania, ci parla tra le varie cose anche di copisti, libri e pratiche scrittorie. Esorta, per esempio, a non sprecare inchiostro mentre si scrive il Nome divino, a non usare come rilegature per un testo sacro vecchie pagine di romanzi cortesi, a non fare prove di penna e tanto meno liste di conti o della spesa sui margini delle pagine. E si parla anche, con note poco lusinghiere, dei copisti e del loro desiderio di parlare di sé. Ecco che cosa si dice:

Per quanto riguarda i copisti che aggiungono parole o le troncano per segnalare il loro nome in acrostico, se è per il loro disprezzabile nome che tagliano aggiungono o invertono l’ordine delle parole, è per loro che è detto: “il nome dei malvagi imputridisce” (Pr. 10.7)

Nonostante questa severa ammonizione, nascondere il proprio nome nell’opera trascritta non è l’unica soluzione che ha un copista per parlarci di sé: egli può ricorrere al colophon, lo spazio per eccellenza in cui dirci chi è.

Il colophon – e questo vale per tutti i manoscritti, non solo per quelli ebraici – è il breve testo che il copista scrive a fine lavoro in fondo al manoscritto che ha copiato, nel quale generalmente ci dice chi è lui, quale è il suo nome, dove e quando ha terminato il lavoro di copia, e per chi. Quando c’è, ed è completo dei suoi dati essenziali, il colophon è dunque un elemento para-testuale di forte rilevanza storica.

Alcuni colophon non si limitano alle informazioni basilari, ma diventano uno spazio di scrittura dove il copista ci racconta di quel che gli sta accadendo, della sua esistenza o della sua famiglia; in certi casi leggiamo persino di avvenimenti, di storia grande o piccola, di cui egli è stato testimone. Per quanto riguarda i manoscritti ebraici, i colophon di questo tipo sono stati già ampiamente studiati come testimonianze storiche; gli stessi testi, però, non sono stati osservati in una prospettiva autobiografica, come momento, cioè, in cui il copista narra sì di quanto accade intorno a lui, ma per parlarci di sé, dei suoi sentimenti, di come gli eventi hanno influito sulla sua vita.

Il presente intervento prenderà spunto da alcuni casi di colophon di manoscritti ebraici medievali per enucleare quali temi tipici dell’autobiografia in generale, e in particolare di quella ebraica – quali la memoria e la testimonianza, la centralità della famiglia, il riscatto attraverso la sapienza e la scrittura, nonché l’ironia – emergano in testi che non nascono come autobiografie compiute, eppure già ne contengono i presupposti fondamentali.

Più correttamente, si dovrebbe parlare di documenti dell’io, non di autobiografia, perché i copisti illuminano certi momenti importanti della loro esistenza o lati della loro personalità, ma non tracciano mai una compiuta storia della loro vita. Non sarebbe del resto loro intenzione: la mentalità medievale non concepisce che l’individuo lasci di sé un ricordo veramente personale, tutt’al più un’immagine mediata dagli stilemi e dai topoi della tradizione. Nel caso dei copisti, tuttavia, occorre anche tenere in considerazione un fattore ‘umano’: dopo la riproduzione il più possibile perfetta di un testo altrui, la conclusione del lavoro di copia rilascia un’energia di appagamento e un ‘umore scherzoso’ che spesso si riflette in chiuse o motti spiritosi e, volendo, in qualche nota veramente personale. Dice Francesco Sabatini: “lo scriba si sente finalmente libero dalla fatica del vincolo di fedeltà a un testo altrui e vuol far sentire la sua voce”[1].

Dividerò per ‘tema’ i testi di cui parlerò. Innanzitutto tratterò di quei colophon in cui il copista racconta di una circostanza drammatica che accompagna il momento di copia; può trattarsi di un evento storico noto, ma che la testimonianza del copista mette in una prospettiva personale significativa: qui si trova, a mio parere, lo scorcio autobiografico. All’interno di questo gruppo di testi, uno spazio a sé va dedicato a chi ci racconta dell’espulsione dalla Spagna del 1492. Questo trauma collettivo fece nascere l’immediato bisogno in chi lo visse di raccontarlo, di affidare alle pagine scritte lo shock dello sradicamento. E in effetti non sono pochi i colophon che accennano al dolore e alla paura causati da questo terribile avvenimento. Da essi apprendiamo anche la variegata messe di soluzioni più o meno precarie cui andarono incontro le persone. I libri di storia ce lo dicono: le migrazioni, l’impero ottomano, l’Italia, il Maghreb, etc. ma recuperare le voci dei singoli e avere un breve squarcio sul loro destino individuale cambia la prospettiva: non è più solo storia, è il racconto di una vita.

In altri colophon invece il copista ci narra di avvenimenti personali significativi per lui; in questo ambito, un sottogruppo di testi degni di nota è costituito da quelli femminili: donne copiste che ci raccontano di sé. Infine, chiuderò con alcuni casi in cui il copista usa lo spazio del colophon per descriversi, spesso in termini ironici.

Cominciamo con un colophon spettacolare, il ms. di Vienna.

Ho cominciato a vocalizzare i Salmi e a stendere la massora nell’anno 1298 in cui “si è indebolita la nostra mano e la nostra forza ha vacillato” nel giorno (BYWM = 58 = 1298) dell’ira del Signore. Le comunità sante sono state distrutte e in martirio sono stati uccisi i miei amici. Anche nelle città della Frisia sono stati uccise molte persone. 146 villaggi hanno razziato e saccheggiato e non hanno risparmiato nessuno. A me, lo sventurato Abrezush, è stata uccisa la moglie e i miei due bambini, una figlia e un figlio: Hizqiya, mio figlio, il mio diletto, così doloroso è il tumulto delle mie viscere per lui. E anche mio fratello, un giovane gentile e simpatico, e mia sorella, una ragazza graziosa e dolce – il Signore si ricordi di loro insieme al resto dei giusti del mondo!  Ho scritto questo libro perché la loro memoria sia per sempre davanti a Dio, e perché arrivi la vendetta dei figli di Israele (MAZWH=59) verso questa nazione crudele che ha sparso sangue come fosse acqua e dove non c’è chi seppellisca le sue vittime. Con uno scettro di ferro li sparga il Creatore come fossero degli utensili! Nell’anno 59 secondo il computo minore (senza le migliaia) è stato stilato questo scritto.

Del testo emerge immensa la tragicità. Abrezoush ricorda la crudele fine della sua famiglia, il dolore senza requie per la loro scomparsa, ma anche il desiderio che sia fatta giustizia dei carnefici, se Dio lo vorrà.

La bellezza assoluta di questo colophon rende ancora più tragiche le parole del copista perché, come spesso accade, lo splendore della forma acuisce l’orrore del contenuto e ne rende più incisiva la memoria. La missione di chi si salva, del resto, è proprio ricordare gli eventi, ma soprattutto ricordare le vite perdute. Abrezush lo dichiara esplicitamente: la scrittura è dedicata ai suoi cari, che attraverso di essa saranno per sempre davanti a Dio. La luce è tutta sui defunti e sui sentimenti di Abrezush per loro; per esempio non sappiamo come lui si sia salvato o perché. Abbiamo solo un rapidissimo e vivo quadro del momento culminante della sua vita: una famiglia unita e affettuosa, un meraviglioso libro dei salmi di cui aveva già trascritto il testo consonantico, e poi lo sconvolgimento. Il testo è solo il nucleo di una vita, ma attraverso i sentimenti di Abrezush riusciamo ad amplificare il racconto e a ricomporre i momenti salienti della sua esistenza, almeno fino a quel momento.

Tra gli infelici di cui parlerò, ho menzionato gli espulsi dalla Spagna. Ecco i colophon autobiografici di due di essi.

Shemuel ibn Musa primi del Cinquecento

È completato il prontuario ‘il giglio della medicina’ dell’abile medico Magister Bernardus de Gordo per mano mia, di Shemuel Ibn Musa detto Marag’. Attualmente mi trovo accampato qui a Reggio capo di Calabria per via delle confusioni e dei rivolgimenti del mio tempo, perché lasciai la mia casa e abbandonai la mia eredità che da tempi antichi si trovavano nel regno di Spagna, fin dal giorno in cui fummo espulsi tutti noi ebrei per ordine del re nell’anno 252 di Israele nel quinto millennio dalla creazione del mondo (= 1492). Per via di questi rivolgimenti venni qui e poiché il giaciglio è troppo stretto per distendersi e la spesa eccessiva in rapporto alla qualità, alzai la mia mano per lottare e le mie dita per combattere contro i brutti tempi, in modo da pagarmi il vitto e soddisfare le mie necessità realizzando il frutto del mio lavoro, poiché posso scrivere libri di medicina. Tra i quali completai questo nell’anno dell’espulsione 508 del quinto millennio dalla creazione del mondo per il brillante e eccellente Rav Yosef Dayan dell’isola di Sicilia. Poiché lo copiai in fretta e da un libro pieno di errori chiedo al lettore di non biasimarmi poiché è stato scritto in fretta e in condizioni stressanti. Appongo qui la mia firma, ha parlato colui la cui anima è carica delle tribolazioni del tempo tra i figli di Gershonide, per il fatto di svolgere un lavoro di fatica, Shemuel figlio del signor Rav Yom Tov Ibn Musa, sia il suo riposo l’Eden, lode al Signore creatore del mondo.

Yitzhak ibn Shoshan (1496)

Io, in questo giorno difficile, sono un uomo di dolori, Itzhak ibn Shoshan: scrissi questi commenti al Trattato dei Padri fatti dai sapienti R. Yitzhak Israel e il saggio R. Yossef ibn Shoshan sia il loro ricordo di benedizione mentre ero sulla riva del mare, nella città di Tunisi, detta Goleta in spagnolo, nella casa degli eccellenti ricercatori di giustizia R. Hayyim e Rav Makhluf Abulaysh, nella cosiddetta ‘ascesa di Haluhit’ che mi hanno dato per risiedere. Il Signore renda perfetta la loro opera, amen. [Ho concluso] giovedì, 30° giorno dell’omer, nell’anno 256 del sesto millennio secondo il computo minore: giubilate per Giacobbe ed esultate alla testa delle nazioni, fate sentire il canto e inneggiate e dite ‘salva oh Signore il Tuo popolo, il resto di Israele, e sia detto ai nostri avversari basta! E come per il nostro tormento fummo espulsi dalla nostra terra natia e sussistiamo in noi stessi: ‘e io lascerò in mezzo a te un popolo povero e misero’, così nella Sua pietà e nell’abbondanza del Suo amore vendichi la Sua legge santa e il Suo Tempio e la sua vendetta sia come dice la Scrittura: ‘perciò attendetemi, dice il Signore, nel giorno in cui mi alzerò per sempre, poiché il mio giudizio è raccogliere le nazioni e ammassare regni, per spandere su di loro la mia ira, tutto il mio furore, perché col fuoco del mio ardore sarà divorata tutta la terra’ (Sephonia 3:8) e che ci sia dato il diritto di vedere ciò che è scritto nel versetto che segue (3:9): ‘perché dunque convertirò tutti i popoli a una lingua chiara perché tutti invochino in nome del Signore e lo preghino di comune accordo’. Amen, sia così la Sua volontà.

Assistiamo attraverso questi brevi racconti all’impatto devastante che l’espulsione dalla Spagna ebbe su chi la subì. È nota la carica traumatica dell’evento, ma riportare alla memoria l’esperienza diretta che ne ebbero persone comuni come questi copisti, sparsi per il Mediterraneo ad arrangiarsi come meglio poterono, è intenso – e sempre attuale.

Anche in questo caso, pochi sono i dati che potremmo definire oggettivi; si tratta di espulsi di Spagna e in verità Yitzhak non parla nemmeno di Spagna, è il lessico a rendere superflua la precisazione: tutti usano sempre il verbo legaresh, ‘espellere’, che in quest’epoca si specializza nel significato di ‘espellere dalla Spagna’, giusto per rimarcare quanto l’evento fu epocale.

Se non stupisce dunque che molti copisti decidano di mettere a fuoco la medesima esperienza vissuta, ne derivano però racconti diversi, ed è qui che la testimonianza storica diventa racconto autobiografico: a rendere unica ogni testimonianza è la narrazione di come si è vissuto un evento, su quali risorse personali si è fatto appiglio.

Shemuel ibn Musa è un uomo di temperamento mite e saggio: sottolinea come si è rimboccato le maniche per pagarsi un misero affitto mettendosi a fare quello che gli riesce meglio, scrivere libri di medicina; è così, con la penna, ci dice, che combatte i tempi bui. Tra le parole si sente nitida la nostalgia per la terra dove è cresciuto ed è spietato il contrasto tra i possedimenti che gli sono stati strappati e una vita precaria in un’altra terra e in una stanzuccia squallida. L’ammissione della sua fragilità e la semplicità con cui raccoglie la sfida della sua epoca e va avanti sono secondo me esemplari.

Yitzhak si è ricostruito una vita simile a quella di Shemuel: è ospite a Tunisi e ricambia con la penna. Le sue emozioni sono tratteggiate a tinte più forti: dolore, incredulità, quasi, gratitudine per i suoi ospiti; apparentemente il racconto della sua esperienza è meno ricco di dettagli personali, ma in realtà è solo diverso il modo di comunicarli. Yitzhak infatti per parlare della sua esperienza adotta un metodo che è una forte cifra identitaria di tutto l’ebraismo lungo tutta la sua storia: raccontare se stessi attraverso la Bibbia.

Soffermiamoci sull’allusione all’ascesa del monte Haluhit; Colette Sirat traduce l’espressione con ‘tetto’, ma potrebbe essere una semplice allusione alla casa in cui Yitzhak vive, che forse era sopraelevata sulla costa della Goletta; più che altro credo che Yitzhak, nel connotare la sua nuova dimora come ‘l’ascesa al monte Haluhit’, voglia descrivere i suoi sentimenti a riguardo.

Sono Isaia e Geremia i profeti che parlano della ascesa di Haluhit, dicendo che è la salita che compiono in lacrime i fuggitivi di Moab diretti a Zoar. Zoar è la piccola città dove si riparò Lot fuggendo da Sodoma. Se è giusta questa lettura, il nostro copista Yitzhak si sente un ‘novello Lot’ che ha trovato protezione in una piccola città, fuggendo in lacrime da un luogo che, si sa, sarà distrutto: ieri fu Sodoma, domani sarà la Spagna. Nella tradizione ebraica Sodoma è associata alla violazione di ospitalità: è una perfetta definizione per il regno che esiliò gli ebrei, ingannandoli e depredandoli. Occultato nel testo, solo in due parole, c’è in nuce un mondo intero di sentimenti: fuga e pianto, desiderio di giustizia e amarezza per la terra amata che ha infranto le norme sacre dell’ospitalità e per questo sarà punita. Se il destino della Spagna era sottilmente alluso attraverso Sodoma, con la lunga citazione di Sofonia esso si fa esplicito. Eppure, su tutto, domina il sincero desiderio della pace, perduta e da ritrovare, proiettata nella speranza messianica: che un giorno la guerra tra popoli finisca e tutti riescano a parlare in pace la stessa lingua, e che sia la lingua della giustizia di Dio.

Lasciamo la Spagna per la Bologna del 1403, dove il copista Beniamino il giovane sta vivendo una situazione difficile.

Scritto e completato per mano di Beniamin il giovane figlio dell’onorevole mio maestro Rav Yoav, il suo ricordo sia di benedizione, nel terzo giorno della grazia di Dio, il 12 del mese di Av, 3163 del sesto millennio (= 1403). Tu Signore per me sei uno scudo, sei il mio onore e alzi la mia testa, sia Tu benedetto, Dio di mio padre. E in qualità di scusa ai proprietari del libro, rendo noto a colui che legge che l’ho copiato e se si vede in esso un errore, che lo si tolga, in particolare su quel che ho osato scrivere di mia iniziativa, alcune glosse su un po’ di persone, perché sono in carcere nella città di Bologna. Il mio cuore era chiuso con un sigillo stretto, inoltre non ho avuto l’appoggio dei miei libri ai quali mi affido sin dalla mia giovinezza. Se mi sono sbagliato, il Signore perdoni il mio errore e cacci la mia colpa, e se ho sognato un sogno ma non sono un erudito e non c’è un interprete per me, che egli copra il mio peccato e io non muoia, che egli mi conduca sulla morte e mi faccia uscire allo scoperto. Dal luogo stretto ho chiamato il Signore e il Signore mi ha risposto con un’ampia distesa. Diciamo al suo cospetto alleluia, amen! E mi dia il merito di vedere i miei figli a causa dei quali sono entrato nella mia più profonda intimità. Benedetto il misericordioso per sempre.

Io ho detto che Beniamin ‘si trova in prigione’, ma in realtà il termine metzar nel suo primo senso biblico significa angoscia, e solo in senso traslato ‘luogo stretto da cui non si può fuggire’. Due le possibili interpretazioni dunque, già fornite dagli studiosi: Beniamino è in ambasce nella città di Bologna oppure è in carcere nella città di Bologna. Propendo per il carcere perché, ancora una volta, le citazioni bibliche adoperate sono significative: in particolare, la chiave dell’enigma è secondo me la citazione tratta dalla storia di Giuseppe: Faraone dice ‘ho fatto un sogno ma non c’è chi me lo interpreti’, che nel nostro testo è modificata per dire retoricamente che le glosse che Beniamin ha aggiunto sono i vaneggiamenti di un non erudito; ma la scelta del passo biblico in cui Giuseppe è scarcerato per interpretare il sogno di Faraone sembra essere un sottile modo del copista per augurarsi, con l’aiuto di Dio, di uscire anche lui dal carcere, anche se non è brillante come Giuseppe. Non deve essersi trattata di una lunga incarcerazione comunque, perché già un mese dopo Beniamino finisce di copiare un altro manoscritto[2] ma nel colophon non accenna ai suoi problemi. In questo testo, più che a un racconto autobiografico siamo davanti a uno sfogo emotivo, quasi una pagina di diario. Quello che colpisce è l’insistenza sui propri sentimenti e, ancora una volta, il rapporto intimo con il Testo Sacro: Beniamino parla di Giuseppe ma sta parlando di sé; attraverso la figura biblica la storia di Beniamino si amplifica e, sapendo leggere sotto il testo, possiamo forse svelare qualche dettaglio in più della vita di costui. Vediamo anche come, nel caso in cui si posseggano più manoscritti di uno stesso copista, le informazioni contenute nei vari colophon possano essere confrontate e integrate, per ricostruire un quadro di vita più preciso.

Un caso particolarmente significativo di ‘autobiografia a puntate’, è quello di Paola, visto che si tratta del raro caso di una copista donna che ci lascia notizia di sé.

Paola è romana ed è erede di un’illustre genealogia: attraverso i 4 manoscritti che possediamo vergati da lei, scopriamo che è attiva almeno dal 1288 al 1306 e che in questo lasso di tempo è rimasta vedova del primo marito e si è risposata; dal secondo marito ha avuto un figlio a cui dedica uno dei libri che copia. Il colophon su cui voglio concentrarmi però è un altro ancora:

Ricordo gli atti benevoli del Signore, le Sue lodi, in tutto ciò con cui mi ha ricompensato, e nella bontà con cui mi ha amato, me, Paola figlia di Rav Abraham lo scriba, figlio di Rav Yoav, il giusto, fondamento del mondo, del ramo santo del nostro maestro Yehiel, padre del nostro maestro Natan, autore dell’Arukh. Avevo appena finito di parlare al mio cuore, che Rav Menahem figlio di Rav Beniamin il giusto, sostegno di Sion, mio parente e mio amato, venne da me e mi confortò, mi obbligò e insistette perché gli scrivessi questo libro sacro, che è un passaggio dall’ordine Moed del nostro maestro Yeshaya di Trani con un passaggio di Berachot, e una parte del sefer ha-maqria. Mi sono aiutata con il sostegno di Dio e mi sono impegnata in questa opera, che si è conclusa con il Suo aiuto, che si elevi il Suo nome nella vittoria, il mercoledì del secondo giorno del primo mese, nell’anno 5053 dalla Creazione del mondo. Ed ecco ne dichiaro e ne stabilisco la conclusione. Lodo il Signore sia Benedetto egli che mi ha dato consiglio durante questo grande lavoro e mi ha dato il merito di vederne il completamento. Che mi dia il merito nella sua compassione di vedere il suo onore e il nostro onore e di farci uscire dalla grande tenebra nella quale ci troviamo oggi e che si è risvegliata nella nostra epoca. E abbia il diritto il summenzionato rav Menahem, proprietario del libro, di imparare e di insegnare, di dare in eredità e far trasmettere lui e il suo seme dopo di lui fino alla fine delle generazioni e di realizzare il passo della scrittura che dice: ed io, questo è il patto con loro, ha detto il Signore, il mio spirito è sopra di voi e la mia parola che ho posto sulla tua bocca non si muoverà dalla tua bocca, e da tutto Israele. Amen.

Le relazioni famigliari sono un aspetto molto insistito tra le informazioni che Paola ci dà di sé: figlio, mariti, parenti, genitori, nonni… persino il celebre avo, il Nathan autore dell’Arukh. La propria identità è strettamente connessa a quella della famiglia e l’attenzione alla trasmissione della propria eredità culturale è un aspetto molto sentito. Paola accenna anche alle difficoltà del momento storico in cui vive, eppure, per quanto consapevole dei tempi bui, non ci spende troppe attenzioni. È più importante il dato positivo: una tradizione da trasmettere, una famiglia unita e colta, l’orgoglio di farne parte in quanto donna. Questo è il tema rilevante del colophon: il ricordo dell’occasione che l’ha portata a scrivere. Un parente l’ha convinta e lei, nonostante l’iniziale ritrosia, l’ha accontentato, copiando per lui non un testo qualsiasi, ma un testo rabbinico, che non è in genere un argomento considerato ‘da donne’. Nell’occasione che porta Paola a scrivere, si coglie la fierezza di avere compiuto un’opera preziosa e non scontata per una donna, e la gratitudine a Dio e alla sua famiglia per avere avuto fiducia in lei.

C’è un’altra donna che scrive manoscritti e li firma. Si tratta di Miriam bat Benaya, copista nello Yemen del Seicento. Non imputatemi degli errori – dice Miriam – perché sono una donna e allatto.

L’immagine bellissima che ci lascia di sé, di donna divisa tra il suo ruolo di madre e quello di copista, risulta talmente pregnante da dare spunti di riflessione nonostante la sua essenzialità.

Nel convegno di qualche anno fa sulla letteratura ebraica al femminile, era stato messo in luce come la maternità fosse un filo conduttore di tutta la poesia femminile ebraica, dalla Bibbia fino alla letteratura israeliana. Anche Paola ci parla di suo figlio, per cui scrive un libro. In Miriam c’è, in più, un elemento audacemente ironico. È tipico dei copisti giustificare la presenza di qualche errore nel loro lavoro con un’informazione che li riguarda: sono in carcere, sono in esilio, sono affaticato, sono vecchio, non ci vedo bene, etc. Certamente dire ‘sono una donna’ è molto ironico nei confronti del proprio pubblico.

L’ironia è un elemento che spesso spunta tra i copisti nella descrizione di se stessi. Concludo con l’immagine che ci dona di sé Moshé Yehoshua Merkes, un uomo stremato dal lavoro e spendaccione che con un tesoro – un paio di occhiali – ha ritrovato forza e diligenza anche se si è svuotato il portafoglio. Siamo nel 1474. Al f. 206v ci lascia un suo ironico e splendido autoritratto in cui spiccano gli occhiali e una frase che ben riassume l’umiltà e al tempo stesso la grandezza dei nostri copisti: togli la corona, leva il turbante (Ez. 21:31), non conviene allo sciocco esser potente

[1] Sabatini, tra latino tardo e origini romanze, p. 154 (in Meneghetti 1997, 73).

[2] Ms. BL Or. 1084, Margoliouth 920/V-VI.

Erica Baricci si è laureata in Lingua e Letteratura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano e presso l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha poi conseguito il Dottorato di Ricerca presso la Scuola di Dottorato Europea in Filologia Romanza dell’Università di Siena. Ha insegnato Lingua e Cultura Ebraica presso la Fondazione UniverMantova (Mantova) e attualmente collabora con la cattedra di Lingua e Letteratura Ebraica dell’Università degli Studi di Milano, dove tiene il laboratorio di aramaico.

Tiene anche vari corsi di lingua e cultura ebraica a Como. Si occupa di testi in lingua giudeo-provenzale e di manoscritti ebraici medievali. In particolare, studia la storia di Ester e le sue rappresentazioni nel Medioevo ebraico di Provenza.