Intervista a Harald Gilbers: “Il mio Oppenheimer, un commissario ebreo per la Germania nazista” | Kolòt-Voci

Intervista a Harald Gilbers: “Il mio Oppenheimer, un commissario ebreo per la Germania nazista”

Parla l’autore della trilogia che diventerà presto un film, mentre in Italia sta per uscire la seconda puntata «I figli di Odino»

gilbers_harald-by-ronald-hansch-kqj-u109012152017475ke-1024x576lastampa-itAnche i sogni più spaventosi si infrangono. Il sogno che aleggia su Berlino 1944di Harald Gilbers è quello del titolo originario: Germania, il nome che Hitler voleva per la sua Capitale Mondiale dopo la vittoria nella guerra. Una città ridisegnata visivamente da Albert Speer, «primo architetto del Terzo Reich»: le vie sontuose, l’enorme Sala del Popolo, l’immenso Arco di Trionfo. Nel 1944 gli elementi già reali del sogno sono a pezzi, come quinte a spettacolo finito. È su questo palcoscenico spettrale di cenere e macerie che si muove l’ex commissario Richard Oppenheimer, un tedesco medio, se non fosse che è ebreo: ha combattuto a Verdun, in qualche modo continua ad amare il suo paese, l’aristocrazia irriverente dell’amica Hildegard von Strachwitz, la musica di Bach e Beethoven.

Sfuggito ai campi di concentramento perchè sposato a un’ariana e quindi confinato in una Judenhaus, Oppenheimer tira avanti a Pervitin, la metanfetamina legale che permette di resistere all’incubo delle trincee, dei bombardamenti, della deportazione. Costretto dall’ufficiale nazista Vogler a dar la caccia a un serial killer che si accanisce orribilmente sulle giovani donne, si chiede se abbia senso aiutare uno stato di assassini a perseguire un omicidio. Una contraddizione profonda ma anche una sfida intellettuale e morale: essere ancora capace di distinguere il bene dal male e stanare i colpevoli. Una sfida anche per il suo autore, Harald Gilbers, 45 anni, regista teatrale che ha cominciato a lavorare a Berlino 1944 nel 2007. «Per molto tempo essere tedesco per me, come per tutti, ha significato portarsi dietro un senso di colpa per gli orrori nazisti. Nessuno di noi può essere certo di non avere qualche parente complice di quei crimini. Volevo capire cosa era successo e cosa avrei provato a vivere allora: ho fatto lunghe ricerche prima di scrivere, in sintesi ho scritto il libro che volevo leggere».

Lei è storico di formazione? Come ha costruito il libro?  

«Ho studiato storia e il nazismo è il periodo che mi interessa di più. Ad appassionarmi, oltre alle analisi, sono i dettagli dell’epoca: se sai che i telefoni pubblici erano rossi, evochi subito un’immagine. Quindi sono andato alla ricerca di fonti primarie, diari, foto, vecchi giornali. Persino delle previsioni meteo. Per i dialoghi ho guardato molti film tedeschi Anni 30 e 40. Ma soprattutto ho cercato di tenere a mente che la gente allora non sapeva come sarebbe finita la guerra. La storia è un flusso e se ci sei immerso la vedi con occhi ben diversi che da lontano. Ma il libro che mi ha più influenzato è Il nome della rosa di Umberto Eco. Prova che è possibile descrivere un mondo complesso con una trama avvincente».

Un commissario ebreo nella Berlino del ’44 è davvero possibile? Cosa simboleggia? La forza dell’intelligenza nonostante tutto?  

«Non sono tanto interessato ai simboli quanto al potenziale di una storia: senza conflitti non c’è trama. E il maggior conflitto possibile è un ebreo costretto ad aiutare i nazisti. Realistico? Molto improbabile, ma non impossibile. Poteva accadere che qualcuno con background ebraico fosse dichiarato pro forma “ariano” finchè era utile al regime, anche se era rarissimo: Göring una volta disse “Decido io chi è ebreo” (nel libro lo dice Goebbels, ndr)».

Il suo poliziotto si chiama Oppenheimer, lo stesso nome dello scienziato della bomba atomica. Una sorta di vendetta storica?  

«In realtà avevo bisogno di un nome che nel 1944 fosse immediatamente riconoscibile come ebraico e non suonasse esotico: l’idea di base è che si tratta di un tedesco qualunque, accidentalmente ebreo. Alla fine ho scelto Oppenheimer perché è il protagonista del film di propaganda antisemita di Veit Harlan, Jud Süss, gran successo al box office nel 1940 e premiato al festival di Venezia. Non pensavo all’inventore dell’atomica, ma forse il mio inconscio mi ha fatto uno scherzo».

I thriller sono libri semplici, una lotta tra bene e male. Qui il male dell’omicidio è circondato da un male ben più grande. Come si muove il commissario – e lo scrittore – in questa contraddizione?  

«Proprio questa contraddizione era uno dei miei obiettivi principali, dimostra che la Germania nazista era degenerata nel profondo: il serial killer viene catturato ma i veri criminali continuano a governare. È illuminante vedere come la crudeltà quotidiana e le delusioni per la grandezza svanita si incarnassero nella vita quotidiana».

I berlinesi del libro sono profondamente feriti. Hanno recuperato? O ci sono ferite incurabili?  

«I berlinesi hanno una meravigliosa capacità di rigenerarsi. Il loro umorismo li aiuta molto. E naturalmente la Guerra fredda ha cambiato molte cose. A est la memoria dei crimini nazisti era tenuta viva per servire da esempio e promuovere il comunismo, a ovest gli Usa avevano bisogno di alleati contro l’Urss e rilanciarono l’economia: la gente ingrassò di nuovo e fu felice di dimenticare il passato nazista. L’estremismo si riciclò in economia. Il sogno di Hitler “Oggi la Germania domani il mondo” si è trasformato in “made in Germany”. Per questo bisogna tener viva la memoria».

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