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L’intervista al Presidente della Comunità ebraica di Roma, vera protagonista della visita del papa in Sinagoga

Alain Elkann

Ruth DureghelloRuth Dureghello, lei è presidente della comunità ebraica di Roma: domenica scorsa, davanti a Papa Francesco, al rabbino capo Disegni e alla comunità ebraica di Roma riunita nel tempio maggiore per accogliere il Pontefice, lei ha detto: «Con questa visita ebrei e cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito recentemente le cronache. La fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo».

«Sì, questo è uno dei passi fondamentali del mio discorso. Il messaggio delle religioni deve essere consapevole che il nome di Dio non si può invocare per uccidere o per sopraffare, come troppo spesso accade oggi, ma deve ispirare un percorso di conoscenza, di dialogo e di rispetto comune».

Lei si è presentata con molta eleganza e con un cappello ed è la prima donna nella storia ad essere presidente della comunità ebraica di Roma e a salire sulla «tevà», l’altare, per parlare alla comunità: come si è sentita in quella circostanza?

«Ero molto emozionata ma anche fiera di rappresentare la mia comunità. Quando si deve rappresentare una comunità come la nostra, bisogna fare al meglio e nel mio abbigliamento volevo mostrare un momento di orgoglio: era importante che venissero ribaditi certi tratti che caratterizzano la bimillenaria comunità di Roma».

Quanti ebrei fanno parte della comunità a Roma? 

«Poco più di 13 mila persone. Circa la metà degli ebrei italiani. Mi premeva sottolineare che la comunità romana è una comunità non solo attiva e vivace, ma anche molto legata a Israele e consapevole dell’importanza della pace e della sicurezza in Israele in questi momenti terribili. Proprio mentre il Papa visitava la sinagoga di Roma e attendevamo alla cerimonia, una donna in Israele è stata accoltellata in casa davanti al figlio: un’ennesima notizia orribile».

Sia lei sia il Pontefice avete espresso il concetto che essere antisionisti è la forma più moderna di antisemitismo. 

«Sì è così e c’è molto antisemitismo. E un fenomeno crescente in tutta Europa e vi sono segnali terribili anche in Italia, in modo particolare sul web. Ma grazie al cielo le autorità competenti in Italia sanno tutelare bene le comunità ebraiche e sono attive nel perseguire queste terribili ed ingiustificate manifestazioni di odio».

Essere donna in mezzo a tante autorità, rabbini e preti, chesensazione le ha fatto?

«Chiaramente era un momento importante e mi sono sentita apprezzata. La cosa più bella era avere intorno uomini che hanno condiviso e sostenuto quello che dicevo. Essere donna è motivo di arricchimento. Lo dico un po’ scherzando, ma da bambina mi definivano un maschiaccio».

Che effetto le ha fatto stare accanto al Papa?

«E una figura imponente, ma è comunque un uomo e ho voluto immaginare di avere vicino una persona con delle emozioni come le mie. Abbiamo parlato serenamente. Gli abbiamo raccontato la storia della deportazione, qui al ghetto di Roma, e lui ha incontrato alcuni dei feriti del terrorismo palestinese del 9 ottobre 1982. Il Papa era desideroso anche di salutare e conoscere le persone. Il nostro è stato un incontro fuori da schemi e da cerimoniali».

Avete parlato delle vostre comuni preoccupazioni?

«La preoccupazione generale rispetto al mondo, ma poi sono stati i nostri discorsi che hanno parlato al nostro posto».

Francesco è il terzo Papa che visita la sinagoga, prima di lui Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si può dire che sia diventata una consuetudine? 

«L’ha detto il rabbino Disegni: nella tradizione ebraica, quando un gesto si ripete più di tre volte, diventa una “chazaqa”, una consuetudine fissa».

Come vive la sua vita di presidente della comunità ebraica di Roma, neo-eletta da sei mesi?

«La vita è cambiata, l’impegno è tale per cui è diventata una grandissima parte del mio tempo. Ovviamente c’è una famiglia che va tenuta viva e coccolata e il mio ruolo più importante resta quello di moglie e di madre dei miei due figli. Roma è una comunità impegnativa, perché svolgiamo molte attività per l’educazione, attraverso le scuole, l’ospedale israelitico, l’aiuto ai bisognosi e poi le tantissime attività culturali. Sono convinta che il miglior modo di vincere il pregiudizio sia far conoscere l’ebraismo e soprattutto cosa gli ebrei romani hanno significato e significano nella storia di questa città».

La Stampa 24.1.2016