“Febbre all’alba”. Le lettere d’amore dopo l’orrore dei lager | Kolòt-Voci

“Febbre all’alba”. Le lettere d’amore dopo l’orrore dei lager

Bompiani pubblica il romanzo che Péter Gárdos ha dedicato all’incontro dei suoi genitori, reduci di Bergen-Belsen. «In tempi di revival di antisemitismo e xenofobia, la loro è una storia d’amore e libertà»

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

gardosNonostante una diagnosi di malattia polmonare e sei mesi di vita, l’ungherese Miklós Gárdos non si arrende. Ospite di un campo profughi in Svezia, nel 1945, dove è arrivato pelle e ossa reduce dal campo di concentramento di Bergen-Belsen, il giovane giornalista ebreo di Debrecen sceglie di vivere. Con determinazione, e l’ostinato rifiuto a seguire i consigli dei medici che gli chiedono di rinunciare a ogni progetto, compila una lista di 117 giovani donne ungheresi sopravvissute, come lui, alla Shoah e che ora si trovano in diversi campi profughi svedesi. A ciascuna di loro invia una lettera scritta con la sua mano elegante e con un solo obiettivo: trovare l’amore della sua vita e sposarsi. Tra la ventina di ragazze che decidono di rispondere a questo 25enne male in arnese c’è anche lei, Lili, giovanissima ragazza di Budapest salvata quasi per caso dal mucchio di cadaveri dove era stata gettata al momento della liberazione di Bergen-Belsen. A dividere Miklós e Lili ci sono chilometri di distanza e un destino che appare segnato. Ma la fame di vita e amore avranno la meglio.

Febbre all’alba di Péter Gárdos potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film (e in effetti l’autore 67enne, che in Ungheria è un noto regista, da questa storia ha tratto anche una pellicola che a giorni uscirà nel suo Paese). In realtà, il romanzo pubblicato ora in Italia per i tipi di Bompiani è la fedele ricostruzione di come si conobbero i genitori di Gárdos, la cui storia lui ha ignorato fino alla morte del padre, avvenuta nel 1998, quando Lili, il cui vero nome è Ágnes e oggi ha 90 anni, si è decisa a consegnare al figlio le lettere che per oltre mezzo secolo ha conservato in segreto, legate con un nastro azzurro e uno scarlatto. Lettere da un passato lontano che ancora brucia, ma soprattutto lettere di un amore capace di trionfare su tutto: sulla condanna a morte di una malattia, sugli orrori indicibili dei campi di sterminio, sui mostruosi burocrati nazisti che progettarono la Endlösung der Judenfrage, la Soluzione finale del popolo ebraico. Scritto in poche settimane con l’urgenza della testimonianza («Ma questa è una storia d’amore, non una storia sull’Olocausto», ci tiene a precisare l’autore), in una lingua felice e divertita, Febbre all’alba è una delicata storia sulla speranza e sull’incredibile forza che ogni uomo, anche nei momenti più bui, sa trovare dentro di sé.

Dalla scoperta delle lettere alla pubblicazione 5 anni fa in Ungheria del Suo libro sono passati quasi 12 anni: così tanto tempo per scriverlo?
Quando ho letto per la prima volta le lettere ho subito pensato che la storia dei miei genitori meritasse di essere raccontata. Volevo farne una sceneggiatura ma tutto quello che scrivevo non mi sembrava all’altezza. Ci ho provato per due anni, senza risultato: non avevo più talento o era la figura di mio padre che mi metteva in difficoltà? Lentamente ho capito che temevo di “svendere” mio padre, il suo passato, la sua vita. Lui, dopo la guerra, era diventato un noto giornalista in Ungheria, ma di quelle lettere e della sua esperienza nei campi di concentramento non aveva mai parlato né scritto. E chi ero io allora per farlo? Ho accantonato l’idea per altri 7 anni, mentre gli amici ai quali avevo raccontato la storia cercavano di farmi cambiare idea. Poi, ho conosciuto una signora che aveva vissuto una storia simile a quella di mia madre: il campo di Bergen-Belsen e il rifugio in Svezia. Mentre mi raccontava, vedevo nella mia mente una scena molto chiara: alcune donne in bicicletta su un molo in Svezia. Quella sera stessa scrissi quella scena e la mattina dopo, rileggendola, ho capito che ero finalmente sulla strada giusta. Avevo superato quel blocco e in sei mesi la sceneggiatura era pronta. Purtroppo, la produzione cinematografica in Ungheria non navigava in buone acque e il film non si è fatto (fino all’anno scorso, ndr). Ma ero così arrabbiato che mi sono detto: se non posso farne un film, allora ne farò un libro.

Il Suo è certamente un romanzo sull’amore. È anche un romanzo sulla Shoah?
No, non avrei mai potuto scrivere un libro sull’Olocausto, non credo di essere abbastanza dotato per farlo. C’è qualcosa di incomprensibile, di insondabile nei campi di sterminio, come spiegano bene i romanzi di Primo Levi. Del resto, anche nelle lettere che i miei genitori si sono scritti pochi mesi dopo essere stati liberati dall’inferno non c’è quasi traccia dell’orrore (mio padre era stato costretto a lavorare nei forni crematori), come se avessero voluto fin da subito chiudere con il passato. C’è invece la loro sfacciataggine nel voler amare e nello scegliere con forza la vita.

Lei è cresciuto senza sapere nulla di ciò che era successo ai suoi genitori. Anzi, per molti anni non ha nemmeno saputo di essere ebreo…
Ho scoperto di esserlo a 10 anni, un giorno al rientro da scuola. All’epoca avevo un compagno di classe che si chiamava Weisz: era ebreo e aveva anche il labbro leporino. Lo avevamo preso di mira e gli facevamo un sacco di dispetti. Anche quel giorno, sotto casa mia, io e alcuni compagni lo colpivamo con le nostre cartelle, quando mio padre ci vide dalla finestra. Quando entrai in casa mi chiese perché ci eravamo comportati così. Io gli risposi molto fiero di me: «Perché è ebreo e ha il labbro leporino». Mio padre allora mi diede uno schiaffo così forte che mi fece volare contro l’armadio. Ero talmente stupito, perché non mi aveva mai sfiorato in vita sua, che non riuscivo nemmeno a piangere. Gli chiesi il perché di quello schiaffo e lui mi rispose: «Lo hai ricevuto perché anche tu sei ebreo». Per molti anni in casa non se ne parlò più e io accantonai dentro di me la nuova consapevolezza che facevo parte di una minoranza etnica. Fino agli inizi degli anni Novanta, quando mio fratello si ammalò seriamente. La sua paura di morire lo portò a ricercare il Dio dei nostri antenati e ci chiese di seguirlo in questa ricerca. Per un anno festeggiammo tutte le ricorrenze ebraiche, anche se i miei genitori che provenivano da famiglie assimilate non sapevano granché di religione. Quando mio fratello è morto, anche il nostro rapporto con l’ebraismo si è interrotto. Oggi, mi considero di origine ebraica, ma quando assisto a episodi di razzismo, come quando allo stadio 5 anni fa uno della tifoseria contraria mi ha apostrofato – senza sapere nulla di me – con uno «sporco ebreo stattene zitto», allora per reazione mi considero con orgoglio ebreo.

Pochi giorni fa, in Polonia, durante le manifestazioni anti rifugiati, è stato bruciato un pupazzo vestito come un ebreo ortodosso. Di anno in anno l’antisemitismo e la xenofobia sembrano aumentare negli ex Paesi del blocco sovietico.
Purtroppo, negli ultimi anni assistiamo a un notevole revival dell’antisemitismo. Per quanto riguarda la mia Ungheria, la politica di János Kádár, segretario del Partito comunista ungherese fino al 1988, aveva trovato il modo per sopire i rigurgiti antisemiti chiedendo di fatto agli ebrei di non rivendicare nulla del loro passato. Con la caduta del Muro di Berlino, le tensioni razziste sono riesplose. Quando 5 anni fa ho pubblicato il mio libro, un noto sito online antisemita ungherese lo ha recensito e chi ha scritto il pezzo ha cominciato così: “Ho letto questo libro solo perché me lo hanno prestato. I libri degli ebrei non si comprano”. Questa è l’Ungheria del 2015.

Svezia, Svizzera, Inghilterra all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale accolsero migliaia di sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. È molto diversa l’Europa di oggi?
Il messaggio più importante del mio libro, che credo lo renda molto attuale, è proprio questo: nel passato abbiamo avuto Paesi che hanno dimostrato di saper essere molto accoglienti, dopo l’orrore, ed è incredibile come in 70 anni sia venuta meno l’empatia. L’Ungheria, poi, è particolarmente chiusa su questo tema, crudele e sorda alle richieste di aiuto. Sono convinto che tra vent’anni, quando si guarderà indietro, l’Europa si vergognerà di come si è comportata con i rifugiati.

http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/11/27/febbre-all-alba-di-miklos-gardos-lettere-d-amore-dopo-l-orrore-del-lager/?intcmp=iod_hpcor_articolo