Odissea selvaggia – il viaggio in israele della Lucarelli tra controlli, sospetti e un lungo interrogatorio | Kolòt-Voci

Odissea selvaggia – il viaggio in israele della Lucarelli tra controlli, sospetti e un lungo interrogatorio

“C***o se è brava questa polizia israeliana, con tre domande ha già capito che la mia vita sentimentale è un’apocalisse”

Selvaggia Lucarelli per il “Fatto Quotidiano”

LucarelliIl mio viaggio in Israele inizia in una afosa mattina di fine luglio a Malpensa. Parto sola, l’amico che doveva accompagnarmi ha avuto un serio problema all’ultimo minuto. Volo con la compagnia aerea israeliana El Al, mi spiegano che è la più sicura al mondo, che i controlli sono piuttosto rigidi e che mi devo recare in aeroporto tre ore prima della partenza.

Prima del check-in mi accoglie un simpatico ragazzo barbuto. “Passaporto grazie”. Lo sfoglia. Lungo silenzio. “Perché va in Israele?”. “Per vacanza”. “Ah”. Sembra contrariato. Ha smesso di guardarmi come fossi una donna e mi fissa come fossi il capo di Hamas. “E perché è andata in Egitto?”. Indica il timbro egiziano come a dire “Qui c’è la prova della sua infiltrazione nelle bande armate del Sinai!”. “Ho portato mio figlio in vacanza. Mar Rosso, snorkeling…” .

Mimo una bracciata come se stessi improvvisando un Gioca Jouer. Il tizio mi guarda malissimo. Si rimette a scrutare i timbri. “E perché è stata in Turchia?”. Io sto per rilanciare: “E perché il tuo ultimo collegamento whatsapp è alle due di notte?”, ma non siamo ancora abbastanza in confidenza.

“Vacanza. Istanbul. Con mio figlio”. Evito di mimare la scimitarra. “Solo Istanbul?”. Eh no, ho attraversato il confine con la Siria e mi sono fatta due settimane di ferie ad Aleppo. Lo penso e basta. “Sì”. “E dov’è suo figlio?”. Me lo chiede con una tale aria di rimprovero che mi sento come se stessi andando in vacanza mentre Leon toglie le teste ai gamberi d’allevamento in Bangladesh con l’acqua alle ginocchia.

“È col papà, siamo divorziati, ora è in vacanza con lui”. “E dove?” “A Roma”. Il tizio sembra sempre più scettico. “Perché è stata in Marocco?” E mi indica un altro timbro. “Vacanza. Con mia amica. Solo Marrakech, giuro”. Gira pagina. Ma, ora che ci penso, perché mi sto facendo tutto il Medioriente? Ho gli stessi timbri di Al Baghdadi, ti credo che non si fidano.

Il tizio s’è tenuto il colpo di grazia alla fine. “Perché è stata in Libano!?”. Lo guardo negli occhi. Ho studiato un po’ di comunicazione non verbale: sono addestrati per cogliere ogni minima incertezza, se gli rispondo guardando l’orlo della gonna della spagnola accanto potrei finire in cella con le menti dell’Intifada. “Sono stata con un’associazione umanitaria, Terre des Hommes”.“Ah. E cos’è?”. “Associazione umanitaria. For charity…”. “Ah”. Non sentivo degli “ah” così poco convinti da quando a 20 anni comunicavo al mio fidanzato: “Stasera vado a ballare con le mie amiche”. “Conosce qualche libanese?”. “Mika vale?” “C o s a? ”. “No, n ie nt e”. “Ah ”. E se ne va di nuovo col mio passaporto.

Mi domando se non sia il caso di rinunciare e prenotare un weekend a Sabaudia. Torna con l’aria di quello che s’è fatto dire un paio di cose da Assange e ora sa anche la mia categoria preferita su Youporn. “Quindi ha amici in Liba no ?”. “No, ma rimarrebbe molto impressionato se le dicessi quanti nemici ho in Italia. A nemici batto pure Israele, pensi”. Non capisce bene, continua il pressing.

“Ha ricevuto regali da libanesi?”. “No, neanche da italiani, spesso mi fanno pagare pure il ticket del parcheggio in centro”. “In passato è accaduto che cose regalate in realtà fossero delle bombe!”. “Beh, ho portato la lasagna che mi ha regalato mia madre su un Roma-Milano, se non hanno classificato quella come bomba, può stare sereno”.“Che lavoro fa?”. “La giornalista”. “Ha il tesserino?”. “No, perché poi faccio anche altre cose, ho scritto dei libri, faccio tv”. “Quali tv!?”. “Varie Tv.”. Si allontana di nuovo.

Qui comincio ad avere paura. Se va su Google e vede che sono stata dalla D’Urso, stanotte sono di turno al check point sulla Striscia di Gaza. Torna con aria sempre più greve. “Quindi, dove lavora ?”. “Sky, Rai. Mediaset attualmente con me ha alzato un muro… tipo voi coi palestinesi… Scherzo eh”. Gli sto definitivamente sul cazzo. “Quindi lei è opinion leader?”. Lo dice con aria sprezzante come quelli che mi chiamano opinionista.

O blogger. Sto per rispondergli: “Ah bello, ho 600 000 followers su Facebook, io a Israele posso dichiarare guerra domani”, quando il tizio mi incalza: “Ma lei perché va sola in Israele?”.“It’s a long story”. “I have time”. Antipatico, era un incipit a effetto. “Un mio caro amico doveva venire con me ma ha avuto un problema all’ultimo e non è più partito…”. C’è del sarcasmo nel suo sguardo. “Ahhhh, ho capito. Friend or boyfriend?”. E ridacchia. “Un mio amico, friend, ha avuto un problema personale !”. Cioè, questo tizio mi sta dando della sfigata mollata dal fidanzato alla vigilia della partenza. Cazzo se è brava questa polizia israeliana, con tre domande ha già capito che la mia vita sentimentale è un’apocalisse.

“Lei ora consegna la valigia, prende il biglietto e poi le faranno un controllo della borsa, poi dei nostri poliziotti la scorteranno al gate per l’imbarco”. Scorta? Controllo borsa? “Capisco che lei si sia convinto che sia stata mollata e sì, ha ragione, che una come me venga mollata é una faccenda non sospetta ma più che sospetta, io scomoderei anche i vostri amici della Cia per andare a fondo, solo che tutto ciò è colpa dei rapporti infelici uomo/donna non di quelli felici miei con Hamas, capisce?”.“La aspettano per il controllo borsa, arrivederci”.

Mi appiccica l’etichetta con la cifra iniziale “5” sul passaporto (i numeri vanno da 1 a 6, 1 e 2 sono quelli con passaporto israeliano e diplomatici, 3 sono gli stranieri non pericolosi, 4 sospetti, 5 molto sospetti, 6 vieni classificato Isis o giù di lì). E qui subisco il trauma dell’abbandono. Non per la lettera, anzi, per la cifra scarlatta appiccicata addosso.

La verità è che io, l’addetto al controllo, lo amavo già. Qualsiasi donna l’avrebbe amato. Erano anni che un uomo non mi faceva così tante domande, che non voleva sapere così tante cose di me, che non si accontentava di mie risposte evasive. E poi era più sospettoso e rompicoglioni di me, due anime gemelle io e lui. E mi ha liquidato con un arrivederci come se tra di noi non ci fosse stata un’intimità. Lo lascio affranta. Arrivo al controllo borsa, in una stanzetta nascosta. I passeggeri ritenuti sospetti sono sei su 170 circa. Io sono l’unica donna.

Spiego alla poliziotta che se pretende di analizzare il contenuto della mia borsa il volo potrebbe essere spostato a domani. Lei sorride e come prima cosa estrae un Godzilla di plastica che mio figlio mi chiede di portare con me per fotografarlo ovunque, come il nano di Amelie. Mi guarda con aria interrogativa. Io sorrido imbarazzata: “Oh, it’s a long story”.“I have time”. E ricomincia tutto daccapo.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/odissea-selvaggia-viaggio-israele-lucarelli-controlli-105984.htm