Chi sono gli ebrei in guerra con Gerusalemme | Kolòt-Voci

Chi sono gli ebrei in guerra con Gerusalemme

Dopo l’articolo di Fiamma Nirenstein di ieri, pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Giulio Meotti dal titolo “Ebrei contro Israele” (Salomone Belforte Editore, 114 pagine, 14 euro, con la prefazione di Ugo Volli).

Giulio Meotti

Ebrei-contro-IsraeleDopo aver completato il libro “A New Shoah. The Untold Story of Israel’s Victims of Terrorism”, una inchiesta sulle vittime israeliane del terrorismo palestinese, ne mandai una copia a George Steiner, un famoso critico culturale, un celebratissimo intellettuale ebreo con cattedra a Cambridge, autore di studi fondamentali di letteratura comparata, un mandarino culturale fiero di appartenere al popolo di Franz Kafka, Paul Celan, Elias Canetti, Ludwig Wittgenstein e Franz Rosenzweig. Avevo scritto la mia tesi di laurea in Filosofia proprio su Steiner, lo conoscevo da anni e lo stimavo per le sue intuizioni sulla modernità e sul lato oscuro della cultura e dell’occidente.

Steiner mi rispose che non avrebbe difeso Israele, che “il male coltiva il male” e, soprattutto, che “il mondo è Juden müde”. Si tratta di un’espressione tedesca che significa, brutalmente: il mondo è stanco degli ebrei. “Noi ebrei siamo vissuti troppo a lungo”, scrisse Steiner. Rimasi scioccato dalla risposta di questo intellettuale che incarna il mito vivente dell’ebreo errante, poliglotta e cittadino del mondo, dalla mancanza di comprensione e di compassione di Steiner per le sofferenze e le ragioni di Israele, che vive fra la vita e la morte da settant’anni, preso fra il terrorismo palestinese, la delegittimazione in occidente e il programma atomico iraniano.

Su Israele ho rotto con Steiner. Ma questo doloroso scambio epistolare mi ha aperto la mente su un dilemma: perché ci sono così tanti ebrei fra i boicottatori dello stato d’Israele? Cosa nasconde questa patologia ebraica antisraeliana?

E’ quella che in Israele è stata definita “Sindrome di Kreisky”, dal nome del cancelliere austriaco Bruno Kreisky. Veniva chiamato “il re Sole di Vienna”, perché con lui l’Austria era tornata un paese prospero dopo la Seconda guerra mondiale. Per altri era “kaiser Bruno”, pronipote senza impero di Francesco Giuseppe, per altri ancora era il “Grande Vecchio”. Ma Kreisky è stato soprattutto l’unico ebreo a governare un paese di lingua tedesca dopo la Shoah, nella Vienna che aveva dato i natali a Hitler, Eichmann e Kalterbrunner. Lo storico Robert Wistrich ha fatto notare che Kreisky era “l’unico ebreo che poteva cancellare in pieno il senso di colpa degli austriaci per la loro totale partecipazione alla Shoah”.

Ma Kreisky era anche un ebreo che odiava Israele. Da cancelliere è stato il primo politico occidentale a sostenere la causa terroristica palestinese e a condannare Israele come “Apartheid”. Durante gli anni Settanta, Kreisky osteggiò Simon Wiesenthal nella sua caccia ai criminali di guerra nazisti. Definì il premier israeliano Menachem Begin un “ostjude”, un ebreo polacco, e paragonò il controllo israeliano della Cisgiordania, la Giudea e Samaria bibliche, a quello sovietico in Afghanistan. Quando Israele lo attaccò perché aveva chiuso il campo di transito per profughi ebrei sovietici nel castello di Schoenau, il cancelliere rispose: “Sono austriaco, non ebreo”.

Karl Marx è morto molto tempo prima che lo stato di Israele venisse creato e che il Sionismo fiorisse in Europa. Ma quel che ha reso il fondatore del Comunismo un antisionista ante litteram è stata la propria opposizione all’idea stessa di una identità ebraica. La spiegazione si trova nel libro “La questione ebraica”, dove Marx si lancia in una premonizione sinistra: “In ultima analisi, l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dal Giudaismo”. Se si pensa che l’umanità debba essere emancipata (leggere: liberata) dal Giudaismo, si deve affermare allora che gli ebrei devono essere privi di potere e assimilati, in un processo di diluizione dell’ebreo in carne e ossa nell’“ebreo in generale”, inchiodando un intero popolo a un destino oscuro di sparizione.

Ogni giorno, ebrei famosi – scrittori, artisti, accademici – descrivono Israele come un’entità “razzista”, “depravata” e “disumana”, che deve essere smantellata. Molti di loro hanno assunto ruoli chiave nella campagna di dismissione dello stato ebraico. Questi intellettuali ebrei hanno avuto un successo straordinario nella messa in mora e nel boicottaggio di Israele agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Questo antisemitismo ebraico costituisce una delle più efficaci forme di delegittimazione dello stato degli ebrei nel mondo. Per dirla con il drammaturgo ebreo David Mamet, vincitore di un premio Pulitzer e autore di “The Wicked Son”, “sono gli ebrei che, negli anni 60, invidiavano il movimento delle Pantere Nere; che, negli anni 90, invidiavano i palestinesi; che frignano davanti al film “Exodus” ma s’inalberano davanti alle Forze di Difesa israeliane; che per curiosità sono pronti ad andare a un combattimento di cani, un bordello o una fumeria d’oppio, ma trovano assurda l’idea di una visita in sinagoga; che al primo posto tra i loro ebrei preferiti mettono Anna Frank e al secondo non sanno chi metterci…”.

Questi ebrei antisraeliani demonizzano i nazionalisti ebrei, i coloni ebrei e i soldati ebrei al posto dei capitalisti ebrei di un tempo. Sono ipersecolarizzati e desiderano che l’umanità “si scrolli di dosso il giogo dei pregiudizi nazionalisti” (Rousseau). Hanno trasformato il Sionismo in una causa dell’antisemitismo, anziché in una risposta ad esso. Vedono un attentato in una sinagoga di Parigi come una rappresaglia per un’incursione su Gaza. Giocano la “carta Hitler”. Chiamano nazisti gli israeliani. Vedono lo stato ebraico impadronirsi di “uno spazio vitale” per se stesso. Il loro interesse ossessivo per i fatti d’Israele va di pari passo con la loro israelofobia morbosa e nevrotica. La loro visione del mondo è collettivista, internazionalista, universalista e terzomondista. Vedono l’antisemitismo affievolirsi nella coscienza collettiva, il Sionismo come razzista, mentre il Giudaismo, definito selvaggio, fanatico e feroce, attira la loro arrogante censura. Sostengono istituzioni internazionali e transnazionali. Dominano su tutti i media. Sono presenti nelle istituzioni benefiche, nei gruppi di pressione, nelle campagne sui network. Hanno abbandonato l’internazionalismo marxista del proletariato per il transnazionalismo dell’umma islamica. Sono atei, ma sono pronti ad allearsi con teocrati di tutti i tipi. La loro tolleranza ipocrita misteriosamente degenera in ironico disprezzo quando si tratta di Israele. Il loro cosmopolitismo coltiva la fantasia di cancellare in qualche modo Israele e il suo popolo. Fanno distinzione tra “ebrei buoni” ed “ebrei cattivi”. Giudicano il concetto di “popolo eletto” come intrinsecamente razzista e come una giustificazione del trattamento dei “non-eletti” nei loro confronti, a cominciare dagli arabi palestinesi. Vorrebbero cancellare Israele dalla carta geografica con il loro inchiostro e i loro scritti.

La novità della guerra contro Israele è che l’assalto terroristico internazionale contro gli ebrei si salda oggi a una soft war battagliata dagli intellettuali, dalle università, dalle Ong, dai giornali. Una guerra sofisticata e leggera che vuole fare di Israele un paria, l’incarnazione del male, il feticcio demoniaco da abbattere. E’ una nuova forma di “trahison des clercs”, il tradimento degli intellettuali che ha segnato il Novecento di Julien Benda. Ma stavolta il tradimento viene da parte degli ebrei.

Sono premi Nobel, autori di bestseller, blasonati accademici, direttori di agenzie umanitarie, ministri di avanzate socialdemocrazie, il milieu delle società “libere” che sembrano aver di nuovo abbracciato il veleno antisemita. E’ un certo giornalismo dell’irresponsabilità politica e morale che sta imponendo agli ebrei di provare che sono false le moderne accuse del sangue scagliate contro di loro.

Siamo a livelli di rottura insopportabili delle convenzioni polemiche. Per questi giornalisti ebrei, uomini di lettere ebrei, commentatori dei giornali e della televisione ebrei, è molto più comodo restarsene in perfetta sintonia con le emozioni e le ragioni più rassicuranti dell’opinione pubblica internazionale. Nel magnifico romanzo di Howard Jacobson, “The Finkler Question”, c’è un gruppo di ebrei antisionisti. Si riunisce sotto il nome di “Ashamed Jews”, ebrei che si vergognano. Sono loro a offrire al mondo le tematiche principali per odiare il Sionismo. Poi abbreviano il nome in “Ash Jews”, ebrei di cenere. Come se l’identità ebraica risiedesse nella catastrofe della Shoah. Nell’essere morti. Nell’essere deboli. Nell’essere dispersi. E’ l’immagine dell’ebreo come vittima archetipica, innocente, indifesa, l’ebreo di cenere che ha assunto un ruolo centrale nell’immaginario dell’Europa postbellica e nella formazione delle sue classi dirigenti intellettuali. L’ebreo dolce, pensoso e tollerante opposto a quello israeliano, sul cui volto si dipinge, quasi sempre, un ghigno sinistro.

Poco lontano dal Museo dei Bambini di Yad Vashem, che nel buio recita uno a uno i nomi dei piccoli uccisi nei campi, nei Territori palestinesi cresceva una sorta di cannibalismo ideologico e pratico, fondato sulla rivendicazione da parte di leader, applauditi da folle immense, del possesso di parte di corpi umani, di mani, di piedi, di teste: corpi di ebrei. Ma l’élite ebraica occidentale non è mai stata toccata dalle file di foto a colori di ragazzi, donne e bambini che hanno lasciato in un sospiro, a una fermata d’autobus, la vita, la famiglia. I morti giovani riempiono i cimiteri d’Israele. Corpi di ebrei scempiati fra i pomodori, i cetrioli, i formaggi di capra, i pani dolci del Sabato, il sangue. Strane bambole di carne. Durante la Seconda Intifada i cimiteri sono divenuti uno specchio rovesciato della vita di una città, di una nazione intera, eppure in occidente questi ebrei pontificavano contro il diritto alla vita e all’autodifesa di Israele.

Gli ebrei dell’assimilazione sono i degni allievi di Jean-Paul Sartre, l’incarnazione dell’impegno culturale, il guru umanista che aveva rifiutato il premio Nobel per la Letteratura, che aveva fondato il giornale di sinistra Libération e che aveva definito l’ebreo come tale perché vittima dello sguardo dell’antisemita.

Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu un cinico profittatore, interessato alla propria carriera letteraria e pronto al compromesso con le autorità naziste. Collaborava alla rivista Comoedia finanziata dai nazisti. Il suo testo “Le mosche” ottenne l’approvazione della censura tedesca. Dopo la guerra, ricostruì la sua immagine come “gran resistente”. Ormai conosceva bene l’esistenza degli orrori nei gulag sovietici, ma non ne parlò mai per “non scoraggiare il morale degli operai di Billancourt”. Molto meno noto è il suo consenso al terrorismo arabo: quando nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera undici atleti israeliani furono massacrati, Sartre scrisse: “Il terrorismo è un’arma terribile, ma i poveri oppressi non ne hanno altre”. Quando schiere di “martiri palestinesi” hanno cominciato a farsi esplodere nelle strade di Gerusalemme, Tel Aviv, Afula e Karnei Shomron, quanti intellettuali ebrei espressero questa sartriana empatia per la furia omicida palestinese come se fosse una reazione naturale e persino giusta all’“occupazione” d’Israele, al suo peccato originale?

Tony Kushner è la quintessenza del correttismo intellettuale liberal, l’autore di “Angels in America”, una specie di Bertolt Brecht americano, il perfetto ebreo dottrinario di sinistra. Kushner ritiene che “il mondo è in pericolo a causa dell’esistenza di Israele”. E per essere ancora più chiaro ha aggiunto: “Ho un problema con lo stato ebraico, sarebbe stato meglio se non fosse mai esistito”. L’ideologia di Kushner si riflette in “Munich”, il film di Steven Spielberg scritto da Kushner su come Israele ha eliminato i terroristi di Settembre Nero che ammazzarono undici atleti alle Olimpiadi del 1972. Per l’ideologo Kushner e il regista Spielberg, il solo ebreo buono è un ebreo mite, l’Ultimo dei Giusti, uno che con il proprio sacrificio redime l’umanità ma a costo di tradire il proprio stesso popolo.

Come ha fatto Eric Hobsbawm, uno degli storici più noti del Novecento, uno dei più celebri intellettuali ebrei del Regno Unito, che ha sostenuto la Seconda Intifada, approvando “la causa della liberazione” e denunciando Israele per la “pulizia etnica dei Territori palestinesi”. Come Marion Kozak, la madre di Ed Miliband, nuovo leader del Partito laburista inglese, che è stata fra i promotori di una nave di pacifisti ebrei diretta a Gaza a portare aiuto ad Hamas.

E che dire di Stéphane Hessel, l’ex partigiano e diplomatico autore di “Indignatevi”, il libretto di culto fra le nuove generazioni, il reduce ebreo che ha demonizzato Israele e che ha partecipato alle campagne per il boicottaggio delle merci israeliane? O di Peter Singer, il bioeticista australiano che, oltre a sostenere l’uccisione di neonati handicappati, ha rinunciato al diritto al ritorno in Israele, definendolo “un privilegio razzista che opprime i palestinesi”? O del parlamentare inglese Gerald Kaufman, che ha paragonato i tagliagole di Hamas ai combattenti del ghetto di Varsavia? O di Jean Daniel, l’ex direttore del Nouvel Observateur, l’intellettuale di punta della sinistra francese, che in un libro ha scritto: “Israele è dal 1948 uno stato legale, ma rifiutato. Ha bisogno di essere accettato per essere legittimo”?

Emblematico il caso di Pierre Vidal-Naquet, grande interprete dell’antichità, che perse i genitori nelle camere a gas di Auschwitz e che appose la propria firma prestigiosa a numerosi appelli contro lo stato d’Israele, su quotidiani come Le Monde e Libération, durante le guerre scatenate dai terroristi, palestinesi e libanesi, contro i civili israeliani. Per Vidal-Naquet “l’innocenza d’Israele è morta”. E cosa ha spinto il saggista ebreo Dominique Vidal a scrivere “Il peccato originale d’Israele” se non la volontà, mostruosa e assillante, di lavare quel “peccato” con il sangue degli ebrei israeliani?

Jacobo Timerman, il celebre giornalista ebreo che subì la repressione della giunta militare a Buenos Aires, autore del magnifico libro “Prigioniero senza nome, cella senza numero”, giunse non soltanto ad accusare gli ebrei israeliani di essersi trasformati in “criminali efficienti”, ma arrivò a nazificare Israele, da lui denigrato in quanto “ghetto della paura”, con queste parole: “Io temo che, nel nostro inconscio collettivo, non ci ripugni fino in fondo la possibilità di un genocidio dei palestinesi”. Per questo l’allora ministro degli Esteri israeliano, Yitzhak Shamir, definì Timerman “l’ingrato” (Timerman aveva trovato riparo in Israele dopo l’uscita dalle carceri della dittatura di Videla), mentre persino il quotidiano liberal Haaretz lo chiamò “edizione tascabile latino-polacca di Bruno Kreisky”, dunque un emulo del cancelliere austriaco ebreo militante della causa palestinese.

Timerman accusò Israele persino di essere come la dittatura militare argentina dei desaparecidos: “La grande ipocrisia di Israele consiste nel mascherare la sua politica di occupazione con argomenti di sicurezza simili a quelli utilizzati dai generali argentini per giustificare la loro sanguinosa dittatura. Il vero obiettivo della politica di Israele è di espellere tutti i palestinesi”. Inoltre Timerman paragonò il premier israeliano Menachem Begin al leader terrorista palestinese Yasser Arafat: “Sono entrambi terroristi”. E ancora, sempre riferito a Begin: “Per la prima volta nella storia un terrorista ha a disposizione le armi migliori”. Non a caso il figlio di Timerman, Daniel, diventerà uno dei primi e dei più noti refusniks, gli obiettori di coscienza dell’esercito israeliano strumentalizzati dalla stampa occidentale in chiave antisraeliana.

Sul presidente americano Barack Obama ha giocato una grande influenza il rabbino antisionista di Chicago Arnold Wolf. Nel 1969 quest’ultimo ha inscenato una protesta in sinagoga a favore della Pantera Nera Bobby Seale. Nei primi anni Settanta il rabbi pacifista e di sinistra ha fondato un’organizzazione che ha incontrato Yasser Arafat e questo circa vent’anni prima che il leader palestinese rinunciasse ufficialmente al terrorismo. Nei primi anni Novanta Wolf ha denunciato la costruzione del Museo dell’Olocausto di Washington e poi della barriera antiterrorismo di Israele, che ha fermato le stragi di kamikaze palestinesi.

Cosa arma la penna di un grande sociologo francese come Edgar Morin, l’autore di “Identité humaine”, l’ebreo sefardita figlio di una famiglia di immigrati ebrei italiani? Nel 2005 Morin e Le Monde sono stati condannati a una multa simbolica di un euro per diffamazione razziale (la Cassazione ha poi ribaltato la sentenza in nome della libertà di parola). Due i passaggi dell’articolo finiti sotto accusa: “S’immagina a stento che una nazione di fuggitivi, originata dal popolo perseguitato più a lungo nella storia dell’umanità, che ha subìto le peggiori umiliazioni e il peggiore disprezzo, sia capace di trasformarsi in due generazioni in ‘popolo dominatore e sicuro di sé’ e, con l’eccezione di un’ammirevole minoranza, in popolo sprezzante che prova soddisfazione a umiliare”. E ancora: “Gli ebrei, che furono vittime di un ordine impietoso, impongono il loro ordine impietoso ai palestinesi”.

Già nel 1997, sul quotidiano Libération, Morin scriveva: “Chi avrebbe mai pensato alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo l’affare Dreyfus, il ghetto di Varsavia, Auschwitz, che i discendenti e gli eredi di questa terribile esperienza avrebbero fatto soffrire ai palestinesi l’umiliazione e il rifiuto? Come capire il passaggio dall’ebreo perseguitato all’israeliano persecutore?”. Nazificando Israele, questi ebrei cosmopoliti e dell’establishment compiono un’astuta operazione culturale e ideologica che priva lo stato ebraico della propria ragion d’esistere e lo inimica agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. E’ la folle e fatale inversione dei ruoli, l’Israele nazista e i palestinesi come nuovi ebrei, che spinse Morin a firmare un pezzo dal titolo “Israele-Palestina, il cancro”.

Zygmunt Bauman, uno dei più celebri sociologi del Novecento, l’ebreo di Poznan che da bimbo visse le persecuzioni hitleriane e poi comuniste, in un’intervista al settimanale polacco Politika ha paragonato il fence antiterrorismo di Israele al muro di Varsavia: “Israele sta traendo vantaggio dall’Olocausto per legittimare azioni inconcepibili”, ha detto Bauman, che ha accostato la barriera ebraica, che ha salvato la vita a migliaia di ebrei e arabi, al ghetto in cui 400.000 ebrei furono rinchiusi prima di essere sterminati nelle camere a gas di Treblinka. Bauman non faceva del mero umanitarismo, ma stava dicendo: Israele merita di scomparire, è indegno di esistere e di difendersi. La questione dell’assedio esistenziale allo stato ebraico sta diventando davvero il discrimine morale attraverso cui giudicare la salute o la perversione intellettuale dei nostri maître à penser e delle classi dirigenti occidentali. Ebraiche comprese.

Marek Edelman, uno dei capi della rivolta del ghetto di Varsavia, ha scritto lettere ai “partigiani palestinesi” durante l’Intifada, rifiutandosi di chiamare kamikaze e cecchini per quello che sono: terroristi. Edelman provava astio per gli ex premier Menachem Begin e Yitzhak Shamir, che il celebre combattente polacco denunciava quali massacratori di arabi, mentre nei confronti di David Ben-Gurion diceva che era soltanto un “piccolo ebreo di una povera città, immeritevole d’essere considerato uno statista”.

Vale la pena rileggere l’incipit della lettera di Edelman ai terroristi palestinesi: “A tutti i capi palestinesi delle organizzazioni militari, paramilitari e della guerriglia. A tutti i soldati dei gruppi militanti palestinesi”. Che un ebreo del calibro di Edelman potesse stabilire un punto di contatto tra la sua esperienza del 1943 e quella dei terroristi di Arafat e Hamas, che potesse chiamare “militari” i capi delle organizzazioni palestinesi che hanno fatto esplodere bus e sale per matrimoni, la dice lunga sul fenomeno di cui stiamo scrivendo.

L’inviato delle Nazioni Unite Richard Falk è uno dei più radicali demonizzatori dello stato ebraico e ha paragonato i kamikaze di Hamas ai partigiani francesi della Seconda guerra mondiale. “Immaginate che i ruoli siano capovolti come durante l’occupazione nazista di Francia e Olanda”, ha detto Falk. “Combattenti per la resistenza erano percepiti dall’occidente liberale come eroi e non c’era alcuna attenzione critica sulle loro tattiche che mettevano a rischio la vita dei civili innocenti”, ha aggiunto Falk, dicendo che Hamas (come la resistenza antinazista) è legittimata a usare metodi che portano alla morte di civili israeliani, essendo Israele, secondo il commissario Onu, il nuovo oppressore. “Coloro che hanno perso le loro vite nella resistenza sono stati onorati come martiri”, ha continuato, spiegando che “Khaled Meshaal e altri leader di Hamas hanno fatto simili affermazioni nel loro esercizio di resistenza visto il fallimento della diplomazia e della sicurezza che l’Onu non ha garantito sotto la legge internazionale”. Professore emerito all’Università di Princeton, celebre teorico del “nuovo diritto internazionale” e avvocato in cause dibattute davanti alla Corte internazionale di giustizia, Falk era stato appena coinvolto in aspre polemiche a seguito della pubblicazione su Twitter di una vignetta che raffigura un cane con la kippà e la scritta “Usa” che urina sulla statua della Giustizia e un commento circa la responsabilità della “comunità ebraica organizzata” per la politica israeliana nei Territori. Ci mancava soltanto il paragone fra lo sceicco del terrore Ahmed Yassin e il leader della resistenza antinazista in Francia Jean Moulin.

Lo storico ebreo Norman Finkelstein, quello dell’“industria dell’Olocausto”, è uno dei più strenui sostenitori occidentali di Hezbollah. I registi Ken Loach e Mike Leigh sono stati i più famosi registi antisraeliani del Regno Unito. L’iniziativa di un boicottaggio antisraeliano a Londra è stata decisa da Steven e Hilary Rose, due rinomati accademici ebrei. La rivista del rabbino Michael Lerner, Tikkun, è la pubblicazione più violentemente antisraeliana mai stampata nel mondo ebraico.

E cosa dire di quell’Harold Pinter vincitore di un premio Nobel per la Letteratura? L’ebreo inglese ha detto che Israele è “il fattore centrale del disordine mondiale” e nel 2008, assieme ad altre cinquanta personalità ebraiche, ha firmato sul quotidiano Guardian una lettera in cui si dice: “Non celebriamo l’anniversario di Israele”. Questa intellighenzia ebraica bigotta non si darà pace fino a quando Israele non sarà distrutto. E milioni di idioti pendono dalle loro labbra corrotte. Non si deve mai dimenticare che il boicottaggio accademico di Israele è partito per una iniziativa di ebrei inglesi, così come negli Stati Uniti è stato promosso e diffuso da una accademica ebrea, Judith Butler.

Degno erede di Sidney e Beatrice Webb, salonnier e numi tutelari del movimento operaista inglese di inizio Novecento, un misto di borghesia liberale e sindacalismo socialista, di estetismi alla Bloomsbury e di lotta di classe, lo storico marxista Isaac Deutscher, che amava definirsi “ebreo non-ebreo”, riassumeva il proprio odio per lo stato ebraico in questi termini: “Un uomo si trovò a dover saltare dall’ultimo piano d’un palazzo in preda alle fiamme, che avevano già ucciso molti suoi familiari. Poté salvarsi, ma precipitando cadde sopra una persona spezzandogli braccia e gambe. L’uomo saltato dall’edificio non aveva nessun’altra scelta, ma quello con gli arti spezzati vide in lui la causa della sua rovina…”.

Sull’odio di Deutscher per Israele bisogna rievocare la frase che David Ben-Gurion, il fondatore dello stato ebraico, rivolse a un noto ebreo egiziano: “Lei è il terzo grande ebreo antisionista dopo Lev Trotsky e Isaac Deutscher”. In una conferenza del 1958, Deutscher disse: “Perciò, la mia speranza è che gli ebrei, e così le altre nazioni, si accorgano infine, o di nuovo, dell’inadeguatezza dello stato nazionale e ritrovino l’eredità politica e morale lasciata dal genio di quegli ebrei che andarono oltre l’Ebraismo: il messaggio di un’emancipazione universale dell’uomo”. Di nuovo lo spettro dell’analisi perversa di Marx.

Un altro caso eclatante è quello dello storico Tony Judt, scomparso dopo una lotta impari con il morbo di Lou Gehrig. Nel 2003 Judt scrisse un saggio dal titolo eloquente: “Israel: The Alternative”. Proponeva di smantellare lo stato ebraico e al suo posto farne uno multietnico, in cui ebrei e arabi avrebbero vissuto affratellati. Judt paragonò Israele in Palestina alla Francia in Algeria ai tempi di De Gaulle: prima o poi, scrisse, dovrà venirne via. Incontri e conferenze revocate, picchetti di fronte alle università e il nome di Judt che scompare perfino dalla lista dei contributing editors di New Republic. Leon Wieseltier lo accusa di antisemitismo. Alla fine del suo libro di memorie, lapidaria e glaciale, spunta una sentenza di Judt: “Io non amo Israele. Mi ero perso per la causa e quindi sono effettivamente ‘morto’”.

Il paragone fra Israele e l’Algeria sotto dominio francese venne stabilito da un grande orientalista e arabista come Maxime Rodinson, figlio di ebrei polacchi comunisti e bundisti, studioso marxista di Islam, che in un saggio su Les temps modernes affermava che Israele era uno stato “colonialista”, rigettandone l’esistenza, piegandola a un destino di sparizione. Come ha scritto Claude Lanzmann nel suo capolavoro autobiografico “La lepre della Patagonia” e che all’epoca dirigeva la rivista di Sartre: “Non avrei mai dovuto permettere che il numero dei Temps modernes sul conflitto arabo-israeliano si aprisse con l’articolo di Rodinson. Israele non è assolutamente un fatto coloniale né lo è mai stato. Le semplificazioni di Rodinson, pur ammantate di una pretesa di ‘scientificità’, hanno fatto molti danni, a cominciare da Sartre stesso e a volte hanno giustificato gli atti più atroci”.

E’ stato l’ebreo Rodinson, infatti, a costruire intellettualmente le ragioni del rifiuto arabo-islamico dell’esistenza di Israele. Sul successivo libro di Rodinson “Israele e il rifiuto arabo” si sarebbero formate generazioni di intellettuali e politici europei. “Bisogna cercare di capire le reazioni arabe e come esse si fondassero sulla natura delle cose”, ha scritto Rodinson a giustificazione del jihad lanciato contro gli ebrei nel 1948. “Per gli arabi accettare le decisioni dell’Onu equivaleva a una capitolazione senza condizioni, a un diktat europeo, non diverso sostanzialmente dalle capitolazioni imposte ai re africani o asiatici nel secolo XIX, mediante una cannoniera puntata sul loro palazzo”.

Fu negli articoli e nelle interviste di Natalia Ginzburg, scrittrice di fama e a lungo collaboratrice della casa editrice Einaudi, una delle firme di punta dello sciagurato appello contro Israele, che l’Ebraismo dei deboli, degli oppressi e degli esuli raggiunse la sua massima espressione e potenza lirica e ideologica. In un articolo per la Stampa del settembre 1972, dal titolo “Gli ebrei”, scritto a ridosso della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, la Ginzburg nazificava così Israele: “A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro o armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente”. E ancora: “Dopo la guerra, abbiamo amato e commiserato gli ebrei che andavano a Israele pensando che erano sopravvissuti a uno sterminio, che erano senza casa e non sapevano dove andare. Abbiamo amato in loro le memorie del dolore, la fragilità, il passo randagio e le spalle oppresse dagli spaventi. Questi sono i tratti che noi amiamo oggi nell’uomo. Non eravamo preparati a vederli diventare una nazione potente, aggressiva e vendicativa. Speravamo che sarebbero stati un piccolo paese inerme, raccolto, che ciascuno di loro conservasse la propria fisionomia gracile, amara, riflessiva e solitaria. Ma questa trasformazione è stata una delle cose orribili che sono accadute. Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte”.

Una dichiarazione di appassionata apostasia rispetto al destino del suo popolo. Alla Ginzburg rispose, con una lettera intima e durissima, un grande antifascista come Sion Segre Amar, che della scrittrice era stato amico d’infanzia, ma che stavolta la accusò di aver aperto, con i suoi articoli antisraeliani, “la ferita difficilmente rimarginabile di un tradimento”.

Dieci anni dopo, il 22 luglio 1982, la Ginzburg torna ad accusare Israele con un articolo, pubblicato sempre dalla Stampa, dal titolo “Un bambino ebreo”, dove la scrittrice dichiara che “fra gli ebrei che subirono le persecuzioni naziste quarant’anni fa e l’imperialismo d’Israele oggi non esiste rapporto o connessione di nessuna specie”. Dunque l’ebreo israeliano sarebbe addirittura una mutazione antropologica rispetto all’ebreo vittima dei campi di sterminio.

In una successiva intervista all’Unità, a firma di Ugo Baduel, dal titolo “Meglio vittime che persecutori”, la Ginzburg dichiara che “il Sionismo è sempre stato un pericolo”, che “è bene e giusto che gli ebrei si mescolino agli altri”, che “è meglio farsi ammazzare piuttosto che diventare persecutori”, che “non si può accettare che chi ha conosciuto la persecuzione l’attui poi selvaggiamente sugli altri”. In quella fatale intervista, la Ginzburg celebra l’inversione dei ruoli tanto cara all’Ebraismo diasporico: “I palestinesi sono gli ebrei di ieri”.

Non sazia di attacchi a Israele, nel 1988 la Ginzburg torna a firmare sull’Unità un fondo di prima pagina dal titolo “I miei occhi ebrei e la Palestina”, dove definisce Israele “totalitario e razzista”, paragonandolo all’Italia fascista. Ma la parte del suo scritto più nefasta e inammissibile è questa: “Non penso che questo evento, il genocidio, giustifichi nulla, nessuna forma di razzismo e di infamia. Semplicemente li spiega. Dal male nasce il male e dal razzismo la violenza, la persecuzione. E’ una legge infernale da cui difendersi non è facile”. La Ginzburg arrivò dunque a sostenere che gli ebrei israeliani compiono, reprimendo i palestinesi, una specie di orrido rito sadomasochista, in cui sfogano sui palestinesi le sofferenze patite nei lager nazisti.

Si arriva alla categoria dell’“ebreo non-ebreo” formulata da Cesare Cases, germanista, marxista, einaudiano, studioso di Goethe e Musil, per il quale Israele, lungi dall’essere “un piccolo stato prudente e pacifico”, è diventato, “immemore di un passato in cui gli ebrei erano vittime”, un esempio del “rovesciamento della paura in aggressività”. Con Israele dunque l’Ebraismo avrebbe subìto una mutazione persino antropologica. Nel 1982 Cases si augurò poi “il divorzio fra lo stato d’Israele e gran parte, forse la maggioranza, degli ebrei della Diaspora”. E come lui fecero importanti esponenti dell’Ebraismo italiano come Emilio Sereni, fratello di Enzo, martire della Shoah.

Come Cases, anche Franco Fortini getta una luce sinistra su Israele nel suo libello “I cani del Sinai”, scritto a ridosso della tragica guerra del 1967 e nel quale si accusano le “dirigenze politiche israeliane” di essere “compartecipi” degli “interessi economico-militari americani”. Fortini, alias Franco Lattes, che prese il cognome della madre cattolica per sottrarsi alle leggi razziali, scrive che con “ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e sapienza che, nella e per la cultura d’occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti”. E in uno sciagurato appello sul Manifesto del 1989, Fortini onorerà, oltre al terrorismo germinato nei “ghetti di Gaza e Cisgiordania”, anche “chi continua a distinguere fra politica israeliana ed Ebraismo”. Ritorna la fatale opposizione fra l’Ebraismo della Diaspora, tollerante e giusto, e l’Ebraismo d’Israele, aggressivo e ingiusto. Ritorna la terribile responsabilità di questi cosiddetti intellettuali ebrei che hanno dato il piccolo e assediato Israele in pasto ai suoi nemici nella speranza, ipocrita e beffarda, di salvare se stessi.

L’antisemitismo ebraico non è un fenomeno soltanto della Diaspora. Dal 1970 le università israeliane e la cultura israeliana sono diventate sedi di una nuova generazione di intellettuali ebrei che demonizzano e boicottano Israele e, fondamentalmente, minano la sopravvivenza del popolo ebraico dopo la Shoah. Oltre il 90 per cento delle accuse di “crimini di guerra israeliani”, citati nel vergognoso rapporto del giudice Richard Goldstone, sono state fornite da sedici organizzazioni non-governative che hanno ricevuto assistenza politica e finanziaria dal New Israel Fund, un’organizzazione ebraica di sinistra. Quel Goldstone che è un famoso giudice ebreo del Sudafrica e un alto rappresentante delle istituzioni internazionali, ha posto sullo stesso piano politico, legale e morale gli attentati terroristici di Hamas e le azioni militari dello stato d’Israele per fermare quegli attentati.

Capostipite di questo movimento ebraico antisraeliano è Yeshayahu Leibowitz. Nel 1993, un anno prima che morisse a novant’anni, quando le autorità israeliane decisero di assegnargli l’Israel Prize, il massimo riconoscimento civile conferito dallo stato ebraico, l’allora premier laburista Yitzhak Rabin intervenne indignato contro la scelta caduta sul filosofo, annunciandone il boicottaggio. Leibowitz, alla fine, fu costretto a rinunciare al prestigioso premio per non creare imbarazzi al primo ministro, che chiese persino di modificare la procedura per l’assegnazione di quel riconoscimento. Rabin e gli israeliani non gli hanno mai perdonato l’aver definito “giudeo nazista” l’esercito con la stella di David o l’aver invitato i giovani del suo paese a non prestare servizio nell’esercito. “Mi riempie di disgusto”, commentò prontamente l’allora primo ministro Yitzhak Shamir. Il grande studioso di Maimonide non ha mai risparmiato critiche all’esercito e in almeno due occasioni, durante l’invasione del Libano nel 1982 e, cinque anni dopo, con lo scoppio dell’Intifada palestinese nei Territori occupati, ha invitato i soldati a disobbedire agli ordini.

L’elenco degli “squilibrati odiatori di ebrei che, se ascoltati, non faranno altro che spianare la strada alla prossima tragedia” (come la coraggiosa giornalista Caroline Glick li definì una volta) è lungo e molto ricco. Studenti e professori dell’Università di Tel Aviv hanno commemorato la Nakba, la “catastrofe”, come gli islamisti di Hamas e i militanti palestinesi chiamano la data della creazione dello stato di Israele nel 1948. Ayal Nir, lettore presso la Ben-Gurion University, ha incitato a “rompere il collo agli attivisti di destra”. Il professore israeliano Shlomo Sand ha raggiunto la celebrità in Europa con la pubblicazione di un libro in cui nega l’esistenza del popolo ebraico, mentre il professor Oren Yiftachel ha definito Israele “una bianca […] pura società coloniale di insediamenti”.

Larry Derfner, giornalista che ha fatto parte dello staff del Jerusalem Post, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione di cittadini israeliani è un’arma legittima in mano ai palestinesi per contrastare “l’occupazione”. Derfner ha scritto: “I palestinesi che hanno ucciso otto israeliani nei pressi di Eilat la settimana scorsa, per quanto vile fosse l’ideologia, erano giustificati a farlo”.

All’Università Ben-Gurion, il professor Neve Gordon ha accusato i soldati dell’IDF di essere “criminali di guerra” e ha promosso il boicottaggio di Israele in un editoriale sul Los Angeles Times. L’elenco dei giornalisti israeliani che flirtano con l’Intifada palestinese è già molto lungo. L’ultima iscritta nella lista è l’ebrea Amira Hass di Haaretz. “Il lancio di pietre è un diritto e un dovere di tutti coloro che vivono sotto il dominio straniero”, ha scritto la giornalista. Il punto di non ritorno per questi commentatori israeliani è Ze’ev Sternhell, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e vincitore del Premio Israele che, prima ancora di essere stato scelto per ricevere il riconoscimento, aveva scritto su Haaretz: “Non vi è alcun dubbio circa la legittimità della resistenza armata nei Territori. Se solo i palestinesi avessero avuto un po’ di buon senso, avrebbero potuto concentrare la loro lotta contro gli insediamenti, senza ferire donne e bambini, e avrebbero evitato di sparare a Gilo [nella parte sud-est di Gerusalemme, che ogni giorno era sotto tiro], a Nahal Oz [un kibbutz vicino a Gaza] e a Sderot. Dovrebbero anche evitare di fare attentati sul lato occidentale della Linea Verde. In questo modo gli stessi palestinesi avrebbero tracciato lo schema di una soluzione che si realizzerà senza dubbio in futuro”.

Sternhell, in questo modo, ha approvato il terrorismo palestinese durante la Seconda Intifada contro una parte del popolo ebraico, mentre i propri studenti venivano massacrati sugli autobus e nei ristoranti. Non sorprende che allora, come oggi, Amira Hass e Ze’ev Sternhell avessero elogiato “quel meraviglioso ragazzo che ha appena sradicato un uliveto o rotto un parabrezza”. Nel 1988 Sternhell scrisse sul quotidiano Davar: “Alla fine dovremo usare la forza contro i coloni di Ofra o Elon Moreh. Solo chi è disposto a prendere d’assalto Ofra con i carri armati sarà in grado di bloccare il pericolo fascista che minaccia di soffocare la democrazia israeliana”. Punti di vista come quello di Sternhell portano direttamente alla conclusione che il genocidio è ammissibile per i “combattenti per la libertà” arabi che uccidono gli ebrei, siano essi civili o soldati dell’“esercito di occupazione” israeliano.

Moshe Zimmerman dell’Università Ebraica ha detto che considera i bambini ebrei di Hebron, dove riposano i patriarchi del popolo ebraico, come la Hitlerjugend. Dopo che degli arabi avevano sadicamente sfondato i crani di due “bambini coloni” nel deserto della Giudea, la psichiatra israeliana Ruchama Marton ha dichiarato che “i coloni allevano piccoli mostri”. Anat Matar dell’Università di Tel Aviv ha apertamente sostenuto il boicottaggio del proprio ateneo, mentre Ilan Pappé, professore dell’Università di Haifa, ha accusato lo stato ebraico di “pulizia etnica”. Ran HaCohen dell’Università di Tel Aviv ha descritto “Israele come il sogno esaudito di Hitler” e l’assassinio del leader di Hamas, Ahmed Yassin, come “una pietra miliare nel processo di imbarbarimento del genere umano”. Lev Grinberg dell’Università Ben-Gurion, in un intervento a un’emittente belga, ha accusato il governo israeliano di “terrorismo di stato”. A gettare discredito sulla memoria della Shoah in Israele sono stati due storici ebrei come Tom Segev, autore de “Il settimo milione”, e Idith Zertal, autrice di numerosi saggi antisraeliani. L’antropologo dell’Università Ebraica Danny Rabinovitch vorrebbe invece che il governo di Gerusalemme espiasse “il peccato originale di Israele” istituendo una giornata di lutto ufficiale per “le sofferenze dei palestinesi”, mentre dalla stessa università Yaron Ezrahi ha contestato i miti di eroismo nazionale, che considera “il latte velenoso con cui i padri allattano i loro figli”.

Gli scrittori israeliani non sono mai stati timidi. Hanno sempre fatto commenti sui loro governi e hanno sempre parlato di politica nei loro romanzi. Ma gli scrittori israeliani sono ora prigionieri di una pericolosa sindrome. Uno può legittimamente criticare i governi israeliani, i loro errori e sordità. Ma un malessere oscuro spinge adesso questi autori a stare al passo con le peggiori emozioni dell’opinione pubblica globale. Vi è ormai un baratro tra le pretese di “coscienza” di questi scrittori e il crudo realismo della Storia. Il che è ancora più triste e significativo, in quanto non parliamo di scrittori che odiano Israele o di romanzieri che pontificano contro lo stato ebraico dall’estero, ma di gente del posto. Amos Oz e David Grossman, gli autori più celebri in Israele, hanno biografie sioniste. Ma Oz è anche lo scrittore che ha spedito lettere di solidarietà a Marwan Barghouti, il leader terrorista palestinese condannato per l’assassinio di cinque israeliani e per la pianificazione di diversi attentati. Colui che ha ricevuto il Premio Israele ha mandato al terrorista un proprio libro con dedica personale, augurandogli una pronta liberazione dalla prigione: “Questa storia è la nostra storia. Spero che tu la legga e ci capisca meglio, come noi cerchiamo di capire te. Spero di incontrarti presto in pace e libertà”. In realtà, la distanza fra questi autori e la ghigliottina che minaccia Israele aumenta ogni giorno di più.

E’ lo stesso Amos Oz che ha paragonato i membri di Gush Emunim, i sionisti religiosi, agli assassini agli ordini di Khomeini, o Abraham Yehoshua che ha messo sullo stesso piano il “silenzio” dell’opinione pubblica israeliana sulla “oppressione dei palestinesi” e il “silenzio” dei tedeschi durante la Shoah. La comunità intellettuale laica israeliana di sinistra, a cui Grossman e Oz appartengono, ha sviluppato un odio verso tutto quel che rappresenta il Giudaismo o l’ebraicità del Sionismo, arrivando a includere la Bibbia, la storia ebraica, la storia dello stato di Israele e la letteratura classica ebraica. Si allineano a coloro che hanno “smontato” il Sionismo, che per loro non è uno dei movimenti storici di liberazione nazionale, ma un colonialismo più abietto di quello perpetrato da inglesi, francesi o spagnoli. David Grossman, il cui figlio Uri fu ucciso nella Seconda guerra del Libano, fu il primo scrittore israeliano a esplorare la psicologia dell’occupazione israeliana dopo il 1967 e da allora ha scritto per Haaretz centinaia di commenti sulla condizione di Israele. Da allora, il paradigma di Grossman è sempre lo stesso: Israele deve mettere fine al proprio ruolo di “occupante” e “oppressore” se si vuole che finisca l’orrore del terrorismo. Sembrerebbe che la coscienza d’intellettuale di Grossman non sia stata scossa dall’attacco alle Torri gemelle, dai 1.600 civili israeliani assassinati in attacchi terroristici, da una decade di razzi sulle città del sud d’Israele o dal culto della morte atomica dell’Iran. Poco dopo la guerra di Gaza del 2009, Grossman fece appello alla creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sulla condotta dello Tsahal, spianando la via al Rapporto Goldstone pieno di pregiudizi. Spinse anche per il dialogo con Hamas.

Il servilismo, l’umiliazione, la mortificazione di questi scrittori nell’esercizio dell’“equivalenza morale” non sono solo un insulto ripugnante alla verità, ma un affronto a tutti gli israeliani. Il desiderio di ingraziarsi il mondo dei “gentili” non è un fenomeno nuovo nella vita degli ebrei. Attraverso secoli di esilio, era diventato parte integrante delle tecniche di sopravvivenza. Ma è un aspetto umiliante che la vita nello stato sovrano di Israele avrebbe dovuto sradicare. Si resta più sereni e moralmente ineccepibili nell’ostentare la propria buona coscienza, piuttosto che fare i conti con il realismo della storia. Ma continuo a pensare che nel caso di David Grossman la cosa peggiore sia il potere giornalistico esercitato nei suoi confronti e che quest’osceno ricatto sia da lui accettato a cuore aperto. E’ una sottilissima forma di estorsione: pubblicità e prestigio in cambio di una continua, pericolosissima, critica a Israele.

Quando Grossman andò a ricevere un premio in denaro offerto dallo stato d’Israele, rifiutò di stringere la mano al primo ministro Ehud Olmert. Dopo il caso della flottiglia, Grossman accusò Israele di comportarsi come “una banda di pirati”. Disse che il blocco su Gaza era “spregevole”, attaccando il governo israeliano che a suo dire sarebbe “pronto a rendere amare le vite di un milione di innocenti nella Striscia di Gaza per ottenere la liberazione di un soldato prigioniero”. Invero, la moralità degli scrittori israeliani non è più in sintonia con la realtà e le sue contraddizioni, con la sicurezza d’Israele, la sua stessa esistenza, identità e memoria. Le pubblicazioni di questi autori attirano così tanta attenzione all’estero a causa dell’influenza funesta che hanno sulla reputazione d’Israele, dal momento che promuovono le distorsioni più maligne sul loro stesso paese.

Quando Ariel Sharon inviò le forze armate in Giudea e Samaria per sconfiggere i terroristi, Grossman e Oz andarono ad aiutare i palestinesi nella raccolta delle olive. La loro nobile generosità non fermò Hamas dall’assassinare due bambine ebree in due insediamenti lì vicino: Linoy Sarussi e Hadas Turgeman. Adesso, di nuovo, dopo che un’altra famiglia ebrea è stata distrutta a Itamar, gli scrittori hanno scelto di mandare cartoline e libri ai terroristi. Israele si merita bardi migliori.

I tre scrittori peaceniks israeliani più coccolati dai giornali europei, Grossman, Oz e Yehoshua, hanno anche promosso il boicottaggio di Ariel, città israeliana di ventimila abitanti che verrà inclusa in qualsiasi accordo di pace, ma che ha la “colpa” di trovarsi al di là della Linea Verde armistiziale. Lì ci vive Adva Anter, quindici anni, ferita in un attentato dove ha perso i due fratelli, Dvir e Noy. Non sono stati uccisi nel West Bank, nelle loro case che secondo Grossman sorgono in “territorio occupato”. Sono morti in Kenya, a Mombasa, mentre si trovavano in vacanza nell’albergo Paradise, di proprietà di israeliani, fra palme bianche e mare azzurro. Il padre dei due bambini, Rami Anter, ha spiegato come la loro vita sia stata travolta per sempre: “Dall’evento, non siamo stati più gli stessi. C’è vuoto nell’aria, non c’è senso di continuità, non abbiamo voglia di lavorare, c’è tristezza tutto il tempo”. Il primo ministro Netanyahu è andato a piantare alberi ad Ariel e Adva Anter gli ha detto: “Chiedo a Dio di darle la forza di garantire il nostro futuro ad Ariel, come l’albero che ha piantato”. C’era della tristezza nella sua voce, dettata dal realismo della storia e dal dolore che il terrorismo più cieco ha portato nella sua vita. Ma la voce di Adva e di suo padre Rami è molto più autentica delle tante, troppe campagne afone e pacifiste dei vari David Grossman.

Chiudiamo questo viaggio nella mentalità dell’Ebraismo antisraeliano sulle note musicali di Daniel Barenboim. Per l’opinione pubblica mondiale questo straordinario direttore d’orchestra, di casa alla Staatsoper di Berlino e alla Scala di Milano, è un emblema della tolleranza ebraica. Ma Barenboim ha rifiutato di prendere parte ai festeggiamenti del 60esimo anniversario di Israele e, nel 2005, durante la firma di un libro che aveva scritto con l’attivista antisraeliano Edward Said, ha rifiutato di essere intervistato da un giornalista per la radio dell’esercito israeliano solo perché ne indossava una uniforme. Nel 2008 Barenboim ha anche ottenuto un passaporto palestinese, un gesto approvato dal governo di unità nazionale guidato da Hamas. Ha dunque promesso fedeltà a un’entità antisemita che cerca di eliminare l’altro paese di cui Barenboim ha il passaporto: Israele. C’è un israeliano che si identifica con chi esalta i “martiri” e il Jihad, ovvero gli assassini di cittadini israeliani innocenti.

Nel marzo 2002, quando gruppi terroristici stavano lanciando attacchi suicidi contro ristoranti, centri commerciali e caffetterie in Israele, Barenboim ha diretto un concerto a Ramallah, da dove venivano molti attentatori suicidi. Nel 2005, nel corso di una conferenza alla Columbia University di New York, Barenboim ha paragonato i soldati israeliani ai nazisti. In una intervista a Der Spiegel del 2013, Barenboim ha detto di non voler essere chiamato israeliano: “Di cosa c’è da essere orgogliosi oggi? Come puoi essere il patriota di un paese che ha occupato un territorio straniero per quarantacinque anni?”. Barenboim è stato il padrino di Edward Said, l’autore di un “sillogismo” che lo rese celebre in tutto il mondo: l’“orientalismo”, il razzismo occidentale nei confronti dell’oriente musulmano, è antisemitismo perché gli arabi sono semiti; il Sionismo bianco ha assimilato gli ebrei all’occidente, gli ebrei hanno perso il loro semitismo, sono divenuti “orientalisti”, antisemiti; i palestinesi sono i “nuovi ebrei” e gli ebrei sono i “nuovi nazisti”.

In passato Barenboim ha attirato molte critiche per la decisione di eseguire pubblicamente le opere di Richard Wagner, bandite in pubblico in Israele perché ritenute ispiratrici dell’antisemitismo nazista. Un divieto che risale al periodo precedente la costituzione dello stato nel 1948. Wagner è bandito dal 1938, dalla notte del pogrom nella Germania nazista nota come la Notte dei Cristalli.

Nell’agosto del 2003 Barenboim stava conducendo un Concerto per la pace in Spagna con un’orchestra musulmana ed ebraica. Nel frattempo, a Gerusalemme, un autobus pieno di fedeli ebrei di ritorno dal Muro occidentale venne fatto saltare in aria da un kamikaze. C’erano molti bambini tra i morti e i feriti; in alcuni casi, diversi bambini della stessa famiglia. Barenboim avrebbe potuto e dovuto usare il concerto spagnolo per denunciare di fronte al mondo il nuovo massacro degli ebrei, la nuova Kristallnacht. Invece scelse di rimanere in silenzio.

Milan Kundera una volta ha definito una piccola nazione come quella “la cui esistenza può essere messa in discussione in qualsiasi momento. Una piccola nazione può scomparire”. Gli Stati Uniti non sono una piccola nazione. Come non lo sono Giappone, Francia e Italia. Questi paesi possono subire delle sconfitte. Possono anche essere occupati. Ma non potranno scomparire. La Cecoslovacchia di Kundera poteva scomparire e così è stato quando Hitler marciò sui Sudeti. Anche Israele è un paese piccolo. Questo non vuol dire che l’estinzione sia il suo destino. Ma soltanto che può esserlo. La fine di Israele però coinciderà con la fine del popolo ebraico.

Gli ebrei sono sopravvissuti alla distruzione e all’esilio per mano di Babilonia nel 586 avanti Cristo. Sono sopravvissuti alla distruzione e all’esilio per mano di Roma nel 70 dopo Cristo. Eppure ogni volta sono sopravvissuti e si sono ricostruiti come popolo e nazione. Israele rappresenta il terzo ciclo della storia ebraica. Nel resto del mondo gli ebrei si stanno autoliquidando. Il mondo arabo-islamico, tre secoli fa sede di un terzo del mondo ebraico, è oggi praticamente Judenrein, privo di ebrei, dopo i pogrom e la fuga in massa degli ebrei alla nascita di Israele nel 1948. Di quella epopea restano i ruderi di qualche sinagoga e le lapidi con la stella di David nei cimiteri di Baghdad, Damasco, Aleppo, Il Cairo e Tripoli. Negli Stati Uniti esiste la più fiorente e importante comunità della Diaspora. Ma anche lì gli ebrei stanno lentamente morendo.

Lo stato di Israele rappresenta la fine del tragico ciclo ebraico di esilio e assimilazione. Israele è diverso. In Israele la grande tentazione della modernità, l’assimilazione, semplicemente non esiste. Israele è l’incarnazione della continuità ebraica: è l’unica nazione al mondo che abita la stessa terra, porta lo stesso nome, parla la stessa lingua e adora lo stesso Dio di tremila anni fa. Eppure, se Hitler per distruggere il popolo ebraico aveva bisogno di conquistare il mondo, tutto quello che serve oggi per annichilire Israele è conquistare un territorio più piccolo del Vermont. Cosa accadrebbe se Israele seguisse lo stesso destino dei primi due commonwealth ebraici? Non sarebbe possibile una nuova diaspora, una nuova dispersione, un nuovo esilio. Un tale evento sarebbe semplicemente la distruzione dello spirito ebraico. Nessun popolo potrebbe sopravvivere. Nemmeno gli ebrei. Essere sopravvissuti è stato già un miracolo. L’idea che gli ebrei possano sopravvivere alla fine di Israele significa attribuire al popolo ebraico un potere soprannaturale. Gli ebrei farebbero piuttosto la fine delle dieci tribù della Bibbia, esiliate e perse per sempre.

In definitiva, dopo la Shoah, dopo la trasformazione dell’Europa nel più grande cimitero del popolo ebraico, dopo l’Intifada del terrorismo con i suoi duemila ebrei martirizzati in quanto ebrei israeliani, alla luce della grande minaccia nucleare che pende su Sion, non ci sono alternative: sarà il ghetto o il check-point. Ovvero sarà la meditazione sul destino del popolo ebraico da una collina sulla Vistola, a Varsavia, oppure da una collina a Peduel, un piccolo insediamento ebraico che domina la vista sull’aeroporto Ben-Gurion di Tel Aviv. E in entrambi i casi a emergere è sempre l’ebreo in armi, fiero di sé, quello che, dopo duemila anni di fallimenti della Diaspora, rifiuta di essere condotto alla morte come una pecora al macello. Ma se a Varsavia gli ebrei erano accusati di essere “codardi” e “parassiti”, a Tel Aviv gli ebrei sono demonizzati in quanto “aggressori” e “militaristi”.

E’ questa la grande rivoluzione incarnata da Israele e che l’occidente e gli ebrei dell’assimilazione non possono accettare: quella di un popolo in grado di difendersi contro il male. Un aneddoto spiega bene l’abisso che separa Israele e l’Ebraismo dell’assimilazione. Nel 1997 il generale israeliano Rehavam Zeevi definì Martin Indyk, allora ambasciatore americano in Israele, “Jew-boy”. Alla replica di Indyk, secondo cui Zeevi era un “imbarazzo” per il suo paese, il generale israeliano replicò: “Lui dice che io sono un imbarazzo, dopo che ho protetto il mio paese sul campo per cinquant’anni. Forse è lui l’imbarazzo, che lavora contro il suo stesso popolo per i gentili. Io sono un generale, lui è un fiacco ambasciatore”. Se Indyk oggi siede comodamente nel board di un think tank di Washington, Zeevi riposa al cimitero degli eroi sul monte Herzl a Gerusalemme, ucciso nella propria stanza d’albergo da un commando di terroristi palestinesi.

Sarà pure una fenice risorta dalle ceneri con artigli d’acciaio, ma, dopo Auschwitz, Israele è stata ricostruita. Gli ebrei ci sono.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

http://www.ilfoglio.it/soloqui/23264

Notevole il commento di ieri di Anna Foa:

Non ho letto il libro, lo confesso, mi sono limitata a leggere la lunga anticipazione che ne ha fatto Il Foglio. Parlo dell’ultimo libro di Giulio Meotti, Ebrei contro Israele. Ma, da queste pagine, sembra proprio che a essere considerata “in guerra con Israele” sia l’intera intellighenzia ebraica del mondo, a partire dalla fondazione dello Stato d’Israele in poi, quelli che il titolo del giornale chiama sprezzantemente gli intellò: non solo, quindi, per intenderci, i maggiori intellettuali ebrei italiani, francesi, americani, ma in particolare gli intellettuali israeliani. E non solo Pappe e la Zertal, per citare i più radicali tra i post sionisti, ma tutti o quasi: Segev, Sternhell, un’infinità di professori della Hebrew University e delle altre università israeliane. E naturalmente gli scrittori, Yehoshua, Grossman e Amos Oz, e ancora Barenboim e via discorrendo. Sembra che qualunque ebreo scriva o insegni in un’università in qualunque parte del mondo appartenga alla categoria degli antisionisti, e quindi, nell’ottica del signor Meotti, degli antisemiti o almeno dei potenziali antisemiti. Se Meotti è un buon esempio dei nostri amici, viene proprio da chiedersi, chi ha bisogno di nemici?

Anna Foa, storica

(12 maggio 2014)