Il bimbo di tre anni caduto in piscina per il quale si recitano tehillim | Kolòt-Voci

Il bimbo di tre anni caduto in piscina per il quale si recitano tehillim

Al Gemelli la disperazione dei genitori . “La sorellina ha cercato di salvarlo non possiamo credere che sia successo”. “Ipotermia terapeutica” ancora due giorni per sciogliere le riserve sul pericolo di vita

Rory Cappelli *

PiscinaUn via vai senza fine nel reparto di terapia intensiva pediatrica del policlinico Gemelli. Amici, parenti, vicini di casa, tutti si stringono intorno alla famiglia del piccolo D., il bambino caduto nella piscina del comprensorio “Monte degli Ulivi” di via della Giustiniana mercoledì sera. Nel pomeriggio arrivano anche i nipoti, adolescenti con la kippah bianca in testa: perché la famiglia di D., una famiglia di commercianti attivissimi a Roma, è parte della comunità ebraica.

«In questo momento non vogliamo pensare al peggio» dice S., il padre, con voce rotta. «Non vogliamo credere alla possibilità che il nostro piccolo possa morire. I medici ci dicono che le sue condizioni sono ancora gravi. Ma non sappiamo ancora mente di certo». Ma cosa è successo? Come mai un bambino di due anni e 10 mesi si trovava da solo nel giardino del comprensorio? Di più: vicino alla piscina, oltretutto piena nonostante la stagione?

«Ieri sera, verso le 7 e mezza, ci siamo accorti che nostro figlio non era più con noi, in casa, con i suoi giochi e i suoi rumori di bambino» racconta ancora il padre. «Abbiamo pensato che potesse essere andato in giardino a giocare, magari con i suoi fratelli. I nostri bambini sono abituati a stare all’aria aperta e a giocare fuori. Mai avremmo potuto immaginare quello che poi è successo». La prima ad accorgersi che S. è caduto dentro la piscina, è la sorellina di 10 anni: con il retino delle foglie cerca di tirarlo fuori dall’acqua. Da quel momento in poi è un concitato e angosciante succedersi di eventi: «Ho sentito delle urla e poi il suono di un’ambulanza che arrivava a sirene spiegate« racconta un vicino. Una donna—forse la zia, forse la tata romena — chiama il 118. I soccorsi sono immediati. I sanitari trovano il piccolo in forte ipotermia e in arresto cardiocircolatorio: nessuno sa dire quanto tempo sia rimasto sott’acqua.

Gli somministrano adrenalina, gli praticano un massaggio cardiaco e lui alla fine riesce a fare qualche respiro da solo. Adesso S. è intubato al Gemelli. È in «coma non indottoe profondo» spiegano i sanitari del Gemelli. «Ma c’è attività celebrale. È stabile ma comunque in gravi condizioni. La prognosi, quindi, è ancora riservata». I medici aspetteranno altre 48 ore per sciogliere le riserve sul pericolo di vita. Il piccolo paziente rimarrà in ipotermia terapeutica e probabilmente già stamattina il corpicino verrà riscaldato per riportare la temperatura alla normalità. «Non è rimasto in acqua più di due minuti» dice la zia alla mamma di S., che nel pomeriggio, nel reparto di terapia intensiva, si sente male.

Nella notte la comunità ebraica si è riunita in sinagoga per «chiedere aiuto al Signore, perché salvi la vita del piccolo» dice un rappresentante. «Le preghiere notturne sono preghiere speciali, si legge dal libro dei Salmi, quali letture lo sceglie l’officiante: e si fa di notte e tutti insieme perché la forza delle preghiere collettive, fuori dalla normalità e dalla routine (la notte), è più profonda, più efficace. E poi un bimbo di due anni è figlio di tutti».

(hanno collaborato Lorenzo D’Albergo ed Emilio Orlando)

La Repubblica, ed Roma, del 4 aprile 2014

Grazie a Shalom7