Silvio Orlando: “Il mio Shakespeare più nero” | Kolòt-Voci

Silvio Orlando: “Il mio Shakespeare più nero”

Raffaella Grassi

Mercante-Silvio-OrlandoShylock l’ebreo. Shylock l’usuraio. Shylock il sanguinario. Una delle anime più nere nate dalla nera fantasia shakespiriana, l’essere abietto che poi però da sconfitto ti storce lo stomaco dalla pena. Uno così te lo immagineresti con tante facce, una più torva dell’altra, ma forse mai con quella di Silvio Orlando, l’eroe buono di tanti film. E invece. Sarà in scena dal 27 al 29 novembre al Politeama genovese “Il Mercante di Venezia” con la regia di Valerio Binasco e protagonista Silvio Orlando affiancato dagli attori della Popular Shakespeare Kompany fondata da Binasco nel 2012.

Napoletano, 56 anni, attore preferito di Salvatores e Moretti, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, inizi teatrali ed exploit al cinema e in tv, Orlando sarà Shylock. A modo suo.

Chi l’ha vista in scena dice che il suo Shylock è “diverso”. Ce lo spieghi.

«Forse diverso da quello che ci si aspettava da me. Diverso dal mio percorso d’attore. È uno Shylock respingente, antipatico, freddo, che non chiede, non riceve, non dà. Mossa da un’ansia di vendetta che lo porta a una lucida follia. In realtà è una cartina di tornasole dell’ambiente che lo circonda. Lui, l’ebreo, non è l’unico cattivo, i cristiani con la loro ipocrisia non sono migliori».

Che società gira intorno a Shylock?

«Una società fatua, godereccia, votata al guadagno facile, alle scommesse d’azzardo. Venezia è un luogo dove gli esseri umani si fronteggiano nel nome del dio denaro, potrebbe essere la Milano degli anni ’80 e la New York di oggi, qualsiasi luogo dove c’è un conflitto forte».

Il regista Valerio Binasco dice di stare dalla parte di Shylock. E lei?

«Io no. Nel senso che se togliessimo l’aggettivo “ebreo” da questa storia sarebbe un personaggio negativo e basta, quello che dice non è mai condivisibile, Shakespeare non gli concede il minimo riscatto. Il fatto che sia ebreo complica le cose, tutti noi oggi abbiamo un pregiudizio positivo verso gli ebrei, abbiamo un senso di colpa che Shakespeare ovviamente non aveva».

Ma a fine spettacolo proviamo tutti pena per l’usuraio, no?

«Proviamo la pietà per lo sconfitto, umanamente, pietà per chi è caduto in una trappola così atroce. Ma non facciamo una lettura revisionistica del testo, l’ebreo di Shakespeare non è poetico, né positivo».

Comunque si ride anche.

«“Il mercante di Venezia” è un bell’impiccio, i toni lievi sono predominanti e Binasco gli ha dato il giusto peso. La tragedia è molto aspra ma si ride tanto, anche. Ho sbagliato spettacolo (ride), sono dalla parte sbagliata, devo lottare contro la leggerezza, devo cercare di zavorrare lo spettatore alla tragedia mentre gli altri undici attori vanno in direzione opposta, è un corpo a corpo, un incontro di wrestling».

Perché questo ruolo da cattivo?

«L’ho voluto fortemente, l’idea nasce da me. Poi con Valerio sono andato molto al di là delle aspettative, ha avuto molto coraggio nelle mie potenzialità tragiche, ho dovuto eliminare per la prima volta nella mia vita l’empatia con gli spettatori. E’ la prima volta che faccio un personaggio che dice al pubblico “statemi lontano, sono contro di voi”. Ma lo aspettavo da tanto, una scommessa vinta».

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