Taglietto sì, bagnetto no | Kolòt-Voci

Taglietto sì, bagnetto no

Per chi crede che le dispute tra i rabbini italiani di oggi siano troppo accese, eccone una dell’inizio del Novecento sui figli dei matrimoni misti. E su cosa sennò?

Gianfranco Di Segni

Uno dei problemi che suscitò un acceso dibattito fra i rabbini di inizio Novecento (e anche a fine Novecento), è lo status religioso dei figli di matrimonio misto, in particolare quando la madre non è ebrea. Come è noto, secondo la legge ebraica, si è ebrei o nascendo da madre ebrea o convertendosi all’ebraismo. La conversione richiede una procedura complessa, che per l’adulto maschio prevede la milà (circoncisione) e per entrambi i sessi la tevilà (immersione in un bagno rituale) e l’accettazione delle mitzvot (precetti religiosi) davanti a un Bet Din (tribunale rabbinico). Nell’Ottocento le conversioni di adulti non erano così diffuse come sarebbero state nella seconda metà del Novecento e oggi stesso. Dopo l’emancipazione, però, aumentarono di gran lunga i matrimoni misti. Quando una donna ebrea si sposava un non-ebreo, i figli nascevano ebrei e tali venivano cresciuti (a meno di una differente decisione dei genitori). Nel caso reciproco, tuttavia, quando il padre era ebreo e la madre no, e i genitori volevano crescere il figlio come ebreo, questo doveva essere convertito.

Oggi il problema sulle conversioni sorge dal fatto che è difficile ci sia la presunzione di accettazione delle mitzvot in una famiglia che non è osservante delle tradizioni. Nell’Ottocento il problema era però un altro. In diversi casi i figli di matrimonio misto erano stati «allevati secondo le pratiche della religione israelitica» ed erano stati sottoposti alla milà, ma non sempre avevano fatto la tevilà (Il Vessillo Israelitico, 1901, XLIX p. 207). In questi casi, si poneva la domanda se i ragazzi che avevano sempre frequentato la sinagoga e osservato le feste ebraiche, una volta raggiunti i 13 anni, potessero contare per il minyan (il quorum di dieci maschi adulti necessario per la recitazione di alcune preghiere fondamentali) oppure no. E potevano salire a Sefer, ossia essere chiamati alla lettura pubblica della Torà? Potevano poi sposarsi ebraicamente e, alla fine della loro vita, essere sepolti in un cimitero ebraico? Un rabbino autoproclamatosi «ortodosso non intransigente» era facilitante, mentre altri rabbini, da lui stesso chiamati «più ortodossi», erano rigorosi. Fra quelli facilitanti c’era il rabbino Vittorio Castiglioni, di Trieste, che sarebbe poi diventato rabbino di capo di Roma alla fine del 1903. Così scriveva: «Da noi non si esige la Tevilà per un bambino mahul [circonciso]. Io credo infatti ben differente un gher [convertito] che sia stato prima battezzato e che poi entri in grembo al Giudaismo, da un bimbo nato di madre cristiana ma che fu tosto circonciso e che quindi non fu tocco da mayim tamè [sic, acqua impura] e non ha professato altra religione. Nel primo caso la Tevilà è indispensabile, nel secondo non la mi pare necessaria» (ivi, pp. 275-276).

Nella polemica che si sviluppò, risultò che il motivo della mancata tevilà era il fatto che in «molte Comunità, ove sedettero e seggono Rabbini dotti, ortodossi e valenti, non hanno da molti anni più Mikvè [bagno rituale] e non si pensa a farlo. Così non l’hanno Torino, Vercelli, Casale, Asti, Alessandria, Modena, Bologna, Parma ecc. senza dire di quelle piccole». I rabbini rigorosi imponevano la tevilà per i figli di matrimonio misto, ma i loro oppositori arrivarono a dire che in certi casi neanche le mogli dei rabbini rigorosi si sottoponevano mensilmente al rito del bagno rituale, il che la dice lunga sui toni accesi che la polemica assunse (l’abluzione mensile per le donne è necessaria per purificarsi dall’impurità causata dal ciclo mestruale). Fra i rabbini rigorosi c’era il rabbino Isacco R. Tedeschi, di Ancona, che sostenne che l’opinione dei facilitanti era «destituita d’ogni principio giuridico […] tanto più trattandosi, non di piccolezze, ma di argomento di rilievo, dove un Rabbino non può transigere», e il rabbino G. Sonino, da Napoli, aggiungeva: «Faccia far loro anche l’immersione nell’acqua con temperatura a piacere […] e non pretenda che un ministro di religione ne li esoneri per semplice capriccio di chi, avendo aderito alla prima parte del proselitismo, ben più dolorosa, quale la circoncisione, si rifiuta poscia per la seconda, semplicissima, quale il bagno!» (ivi, pp. 313-315).

Ancora più interessante la risposta data dal rabbino maggiore A. Da Fano, di Milano, che ricorda che durante la sua permanenza come rabbino a Reggio Emilia fece reintegrare «il bagno rituale, col precipuo scopo della Tevilà lesciem gherud [bagno per conversione] per i molti fanciulli nati colà da matrimonio misto» e così aggiunge: «Inutile il dire che il bagno esisteva a Reggio come in ogni altro centro israelitico, e ne vidi io stesso gli avanzi in un piano terreno situato in una strada maestra, ma è certo che di fronte al progresso del ben’essere, alle esigenze, ai comodi ed all’igiene come si richiede in oggi, quel bagno più non corrispondeva, e per ottemperare al rito, conveniva per tempo rialzarne le sorti […]. Ne feci quindi una mozione a quel Consiglio Amministrativo, il quale finì coll’aderire al mio desiderio, specialmente quando il Gran Rabbino di Francia, Isidor, da me interpellato, mi scrisse che in tutta la Francia, si attenevano al cerimoniale prescritto dal Sciulhàn harùch [Codice legale] per l’ammissione dei figli nati da donne non israelite […]. Il bagno allora si fece di nuovo […] con criteri moderni e corrispondenti in tutto alla proprietà ed all’igiene, e tosto funzionò senza ostacoli, e non solo pei fanciulli e fanciulle di madre non israelita, ma servì anco per lo scopo che maggiormente funzionava pel passato. Ciò prova, che qualora si voglia, il Rabbino non si trova sempre costretto a rinunziare agli obbiettivi impostigli dal suo dovere, anzi bene spesso trova la coadiuvazione dei suoi amministrati per raggiungerli» (ivi, pp. 316-317).

E il rabbino Dario Disegni, figura ben nota dell’ebraismo italiano del Novecento, rabbino capo di Torino fra il 1935 e il 1959, cui fra l’altro è intitolata (insieme al suo maestro Rav Margulies) la scuola rabbinica di Torino, quando era giovane rabbino a Genova attaccava quei rabbini che «non danno al bagno rituale importanza affatto» e così si esprimeva: «Ora io domando se il rabbinato è il primo a demolire alcuni riti, cosa pensare se i particolari li trascurano? […] i più sono convinti che sia un rito superfluo, quindi inutile. Ma quello che è più doloroso è il constatare che una tale convinzione sia stata ribadita da qualche Rabbino. […] E poi ci si lamenta che in fatto di fede siamo in decadenza. Sfido io che lo siamo! Se il capo culto invece di farsi paladino di una causa santa o lascia correre, o peggio proclama l’inutilità delle pratiche per quanto di minore importanza, si arriverà a toccare un po’ per volta anche i capi saldi della religione. Fortunatamente però ci sono tuttoggi molti Rabbini che si attengono alla più scrupolosa ortodossia, quantunque credo che lo siano in minoranza. Mi auguro perciò che specialmente l’elemento ancora giovane del rabbinato segua questa minoranza, cosicché fra qualche anno possa dirsi che il rabbinato italiano ad unanimità si attiene scrupolosamente al rito» (ivi, L, 1902, p. 313-314). Riguardo a Verona, dove Rav Disegni era stato rabbino negli anni successivi, così si riportava: «Da qualche decennio a Verona mancava un Micvè poiché assurdo sarebbe stato il pensare di servirsi di quello esistente [… e a causa delle] sue condizioni deplorevoli non poteva certo prestarsi ad essere usato. Giustamente preoccupato di ciò, il nostro Rabbino insisté vivamente presso la Direzione [… che venne] nella determinazione di istituirne uno nuovo che in questi giorni fu posto in opera con soddisfazione di quanti si lamentavano che la nostra Comunità ne fosse priva» (La Settimana Israelitica, anno II, n. 29, 21 luglio 1911, p. 4).

Rav Dario Disegni aveva ragione nei suoi auspici, e oggi possiamo ben dire, a distanza di centodieci anni, che in nessuna comunità ortodossa d’Italia potrebbe essere ammessa la conversione di un minore senza che sia effettuata la tevilà (forse anche perché i bagni rituali odierni non sono antigienici come erano nell’Ottocento). Chissà se l’osservanza dei precetti, che è il problema odierno per la conversione dei minori, smetterà in futuro di essere un oggetto di discussione nella stessa direzione auspicata dal rabbino Dario Disegni.

(tratto da Pagine Ebraiche – agosto 2011)

Sul canale YouTube del Rabbinato di Milano trovate invece la registrazione dell’intervento di rav Gianfranco Di Segni sulle dispute dei rabbini giornalisti in un convegno organizzato da Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche