Piantare l’ottimismo | Kolòt-Voci

Piantare l’ottimismo

Non sempre i sentimenti positivi sono spontanei

Avraham De Wolff

L’ottimismo, quando opportuno, è uno di quegli atteggiamenti che riteniamo sia sufficiente «sentirselo dentro». Agire con ottimismo ci appare già come se fosse un’arte — non perché la si debba andare a studiare all’università, piuttosto perché esige da noi che si agisca quando nessuno se la sente di garantirci il successo. Questo lo troviamo duro da accettare. Valutare le possibilità di successo in qualsiasi impresa non è sicuramente una cattiva idea. Ma cosa succede se il «pessimismo» alternativo sembra sbucare ovunque, cosicché ci paralizziamo e decidiamo di non procedere con questa, né quella, né nessun’altra alternativa possibile?

Gli economisti e chi si occupa di finanza mi spiegano che questo è esattamente il modo in cui una crisi economica inizia e continua a fortificarsi: le persone perdono la fiducia e la certezza nel valore degli investimenti, e laddove fino a poco prima veniva investito denaro, ora non rimane nulla che circoli — l’economia deteriora! Noi Ebrei, con più probabilità di chiunque altro, potremmo trovare motivi affinché molti paesi del mondo non siano considerati la nostra casa-patria perenne, e affinché gli amici odierni non siano gli amici di domani. Tanto la Spagna quanto la Polonia, la Germania e qualsiasi altro insediamento della diaspora, ciascuno di questi paesi conobbe una vita ed un successo ebraici incredibilmente fiorenti—a volte durati secoli—che, in qualche modo, non perdurarono e che finirono duramente. Quantunque, ovunque giungiamo nel mondo noi avviamo la nostra vita, prima o poi ci integriamo, costruiamo sinagoghe e centri studi, e mettiamo su famiglia. Sarebbe difficile sostenere che lo facciamo per ignoranza del passato. Sembrerebbe che ci portiamo appresso il nostro passato (antico e recente) tutto il tempo. Non vi è segno che noi si tenti di riscrivere il nostro passato, né le parti positive né i periodi di sofferenza. Tutti quanti lo conosciamo, in qualche modo.

Quindi, l’Ebreo sembrerebbe proseguire. Vediamo lo Stato Ebraico che, sotto la costante minaccia della guerra, in qualche decennio si è elevato a potenza economica molto rispettabile nella sua regione. Se nessuno avesse acquistato case, costruito aziende, o dato luce a una famiglia, per timore che questo paese circondato da ostilità, o quantomeno da instabilità, avrebbe cessato di esistere, allora Israele non sarebbe quello che è oggi. L’alternativa del pessimismo—che il pessimista chiamerebbe «realismo»—ci avrebbe rese indecisi e spaventati. Quest’alternativa del pessimismo per noi è una non-alternativa, il non-status-quo preferito. Miriam disse a suo fratello Mosé di risposare sua moglie Tsipporah che aveva divorziato poiché non voleva dare alla luce figli maschi che, in seguito, sarebbero stati uccisi dal Faraone. Lei insegnò a lui, e a noi, che anche quando si è faccia a faccia con distruzioni palesi, la ritirata non è sempre la risposta. Specialmente poiché il Faraone non aveva ancora emanato alcun decreto contro le figlie femmine, e quindi qualche futuro positivo era pur sempre concepibile.

Il mio riverito maestro, Rabbi Wein, difende il titolo del suo libro Comprate banane verdi come un esempio per consigliare agli anziani di seguitare a fare le cose per «il dopo», anche quando altri li prendono in giro. Nel «seder rosh haShana» comunitario, il presidente della nostra Comunità Ebraica ha presentato il «siman» del fico illustrando la storia del Yalkut Shimoni (615) di Caeser Adrianus che s’imbatté in un uomo molto anziano intento a piantare un albero di fico a Tiberia. Dopo avegli chiesto se credeva davvero di vivere abbastanza da poter vedere la pianta fruttificare, l’anziano rispose affermativamente, aggiungendo che, in caso contrario, avrebbe comunque piantato per la generazione ventura, così come i suoi antenati avevano fatto per lui.

Noi non piantiamo le nostre piante sempre nelle condizioni migliori. Molte cose potrebbero accadere: il sole e la pioggia potrebbero giungere in proporzioni sbagliate. Una serie di parassiti potrebbe affliggere le nostre piante, e le persone potrebbero rubarne i frutti. Ma noi piantiamo comunque, e siamo felici di farlo. Il terreno è un’entità dinamica contenente diversi minerali e particelle, in cui le dinamiche stesse favoriscono il processo di radicazione. Le radici portano stabilità nella regione, un’evento carico di valore ancor molto prima che noi meritiamo i suoi frutti.

La procreazione dell’Uomo—dallo stadio attrazione reciproca tra maschio e femmina, fino allo stadio di allevare figli ai massimi livelli d’indipendenza—è un campo energetico, un campo di dinamiche e infinità sensibilità. Questo non previene la maggior parte delle persone dal cercarsi un partner, e molti altri dal desiderare eventualmente figli. Al contrario, lo consideriamo un obiettivo primario.

La nostra Torah non è stata data a un popolo perfetto—né in quanto individui, né in quanto a coesione sociale. È stata data ad un popolo che dovrebbe usarla per sforzarsi di essere perfetto. Non la si dovrebbe praticare in osservanza solo quando viviamo in sicurezza e non curanza. Non la si dovrebbe utilizzare solo quando siamo tutti d’accordo tra di noi. Non si tratta di parlare di situazioni ideal che debbano sussitere prima di poterla praticare.

Piantare la Torah in noi stessi è ciò che fa sì che noi Ebrei si resti Ebrei, e ciò che al contempo fa di noi dei seminatori. Quando la piantiamo nelle nostre vite, matrimoni e comunità—nessun dei quali «ideale»—noi impariamo a definire come dovrebbero essere i nostri ideali, anziché definire prima i nostri ideali e poi vedere che posto rimane per la Torah. Piantare il messaggio della Torah in questi giorni dell’anno vuol dire piantarla nelle migliori circostanza affinché radichi. Hashem ci dà un nuovo inizio per dieci giorni dotati di potenziali sovrannaturali affinché avvengano nuove cose.

In questi dieci giorni di penitenza, il Santo Benedetto ci elargisce tutte le condizioni esterne ideali. È vicino alle nostre preghiere, ci chiede di implorare perdono da Lui, e un Ebreo da un altro Ebreo, e sottolinea il permettere a ognuno e a ogni cosa un nuovo inizio. Il terreno indispensabile per ricevere tutte queste gentilezze da Hashem: i nostri cuori Possano essere dimora dei nostri approcci nuovi e positivi da ora in avanti, e per quanto ci vien dato

Gmar chatimà tovà

Rav A. R. de Wolff – Torino