Il divorzio è comunque un fallimento | Kolòt-Voci

Il divorzio è comunque un fallimento

Alfredo Mordechai Rabello

Per l’ebreo legato alla Torah diventa una cosa normale guardare anche alla vita quotidiana, cercando un collegamento con la Parashà settimanale, ma naturalmente i punti di vista proseguono ad essere diversi, a seconda anche della personalità di chi scrive e di chi legge. Così, prendendo spunto dalla Parashà di Ki Tezé, il settimanale “Hashabbat Zohar” (n.363), ha deciso di studiare il problema del divorzio.

Secondo dati dell’Ufficio Centrale di Statistica nel 2009 la percentuale dei divorzi in Israele saliva ad un quarto dei matrimoni celebrati nello stesso anno, come a dire che uno su quattro matrimoni celebrati è destinato a terminare con un divorzio; nella zona di Tel Aviv e centro del paese la percentuale dei divorzi raggiunge il 50%, come nel mondo occidentale. I numeri non sono differenti nel pubblico religioso.

Cosa dicono le nostre fonti, a tal proposito? Per quali motivi si può divorziare? Per rispondere a tale domanda mi permetto di usare un mio studio “Il matrimonio nel diritto ebraico” pubblicato a Torino nel 2006 nel volume “Il Matrimonio” (a cura di Silvio Ferrari). Il testo base è quello di Deut. 24,1-2:

«Quando un uomo abbia sposato una donna ed abbia con lei convissuto, se essa non gli piacerà più perché ha trovato in lei qualche cosa disconveniente, scriverà per lei un documento di divorzio, glielo consegnerà in suemani e la manderà via dalla sua casa. Essa uscirà quindi dalla sua casa, se ne andrà via e potrà unirsi con un altro uomo».

Più tardi, nel V secolo a.E.V., ritroviamo la riprovazione morale di un Profeta, ma non il divieto legale del divorzio stesso:

Malachia 2,14-16: «E avete chiesto: “Per qual motivo?” Per aver ciascuno di voi infranto il patto, stipulato alla Mia presenza, con la donna della propria giovinezza, con la propria compagna e legittima sposa. Forse che uno solo di voi non ha fatto ciò? E cosa glie n’è derivato se non vanità? Che cosa infatti desidera ciascuno di voi se non prole benedetta da D-o? Moderate allora il vostro istinto e non tradite la compagna della vostra giovinezza! Giacché io odio il ripudio, dice il Signore D-o d’Israele».

Il passo del Deuteronomio viene esaminato dalle due scuole del I secolo, quella di Shammai, normalmente più rigorosa e quella di Hillel:

Mishnà Ghittin 9,10: «La scuola di Shammai insegna che il marito non deve ripudiare la moglie fuorché nel caso in cui egli constati in lei un contegno immorale,conforme al testo che dice: “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio”. La scuola di Hillel ritiene: [Egli può divorziare da lei] anche se essa ha recato offesa comunque (letteralmente: abbia rovinato una pietanza), come è scritto, “avendo egli trovato in lei qualche cosa di sconcio in qualsiasi cosa”. Rabbi Akivà dice: “Anche se ne ha trovata un’altra più bella di lei”, conforme a ciò che dice il testo, “E avverrà se ella non troverà grazia ai suoi occhi”» (Traduzione di V. Castiglioni).

Le due scuole si soffermano sulle parole ervàt davar (= qualche cosa di sconveniente, di sconcio); la parola ervà è generalmente riferita alla condotta sessuale, e attraverso una interpretazione letterale, la scuola di Shammai ritiene che il divorzio sia ammesso solo per qualche cosa di sconveniente in campo sessuale. La scuola di Hillel si riferisce invece a tutte e due le parole ervat davar prese nel loro insieme, rilevando che le troviamo assieme anche in un altro passo biblico Deut. 23,15: «Egli non dovrà vedere in te alcuna cosa sconcia (ervàt davar) perché si ritrarrebbe da te». Attraverso una interpretazione analogica si ritiene di dover dare anche qui la stessa interpretazione data nell’altro verso, sostenendo quindi che il marito può divorziare dalla moglie per ogni cosa di sconveniente che abbia trovato in lei.

La terza opinione, di Rabbì Akivà (Maestro del II secolo) si sofferma invece sulla prima parte del versetto: se essa non gli piacerà più sostenendo che se egli avrà trovato un’altra donna più bella di sua moglie, potrà divorziare. Nella tradizione ebraica la figura di Rabbì Akivà è legata anche al suo matrimonio per amore, assai combattuto dalla famiglia della sposa, con la figlia di Kalba Sabua; potrebbe quindi a prima vista sorprendere questa interpretazione che potrebbe sembrare assai permissiva; in realtà Rabbì Akivà insegna che se uno cerca e trova una donna più bella di sua moglie, vuol dire che il legame soggettivo che univa i due si è ormai rotto e sarà difficile tenere in piedi un simile legame (Rav Elihau Gardan). R. Akivà si basa su una interpretazione logica del testo biblico per addivenire ad una soluzione di grande importanza psicologica.

Il testo biblico ed il commento della Mishnà si riferiscono esclusivamente al divorzio della moglie in base ad un atto voluto dal marito, per suo libero volere e che richiede la preparazione e consegna di un documento speciale. Come si vede anche fra i Maestri della Mishnà troviamo divergenze di opinioni su questo problema.

Testi più tardi tendono a risolvere problemi come quello di dare importanza al volere della moglie senza ledere, almeno giuridicamente, il volere del marito.

Il Maimonide spiega il motivo del divorzio e delle sue formalità nella sua Guida degli smarriti (III, 49): «Dato che può capitare talvolta che non regni un perfetto accordo nella loro unione e che il loro modo di vivere non sia ben ordinato, è stato permesso il divorzio. Ma se il divorzio avesse potuto essere compiuto con una semplice parola, o attraverso il mandare la donna fuori di casa, essa cercherebbe un momento di negligenza (da parte del marito), in cui non sarebbe osservata ed uscirebbe (di casa) pretendendo di essere divorziata; oppure se un uomo avesse avuto una relazione (adulterina) con lei, lei e il seduttore pretenderebbero che essa era stata divorziata prima. È per questo che la Torà vuole che il divorzio non sia valido senza che vi sia uno scritto che lo attesti: “scriverà per lei un documento di divorzio”».

Sia quello che sia il motivo che viene attribuito al gran numero di divorzi, il trattato di Ghittin del Talmud babilonese si chiude riportando l’opinione di Rabbì Eleazhar, secondo il quale vi è da vedere nel divorzio un malanno, una misura estrema da evitarsi, per cui “piangono perfino le pietre dell’altare”.

Interessante l’opinione del Rav R. Noibert che di fronte al problema: “divorzio – soluzione o problema” pur ritenendo che il divorzio sia necessario nella nostra vita come opzione, tuttavia il fenomeno della loro diffusione è un segno di un fallimento interno nella comprensione dell’essenza del matrimonio come unione intima e non solo come una società che si può sciogliere.

Jerushalaim