Ebraismo duepuntozero? Magari una beta! | Kolòt-Voci

Ebraismo duepuntozero? Magari una beta!

Qualche riflessione realistica sulla Giornata della Cultura Ebraica di domenica 4 settembre 2011.

David Piazza

Siamo ormai a ridosso dell’appuntamento annuale della Giornata della Cultura Ebraica che permette a molte piccole Comunità in Italia di avere un guizzo di attività e a quelle più grandi di aprirsi al territorio, spesso una tantum. Quest’anno il tema imposto-proposto dall’organismo europeo responsabile è tra i più ambiziosi mai affrontati dalla Giornata: Ebraismo 2.0* – Dal Talmud a Internet. Ora che sono arrivati, per posta, per email e sulla stampa i programmi organizzati dalle singole Comunità, è possibile già avere una visione d’insieme sulla capacità dell’ebraismo italiano di rispondere a sollecitazioni culturali provenienti dall’esterno.

Purtroppo, mentre le iniziative sembrano crescere di numero di anno in anno, si ha l’impressione questa volta di essere stati colti in “braghe di tela”, al di là dei buoni pezzetti promo-redazionali fatti pervenire agli uffici stampa e del lavoro sempre più professionale che le Comunità, le associazioni ebraiche e i singoli mettono in campo per questo importante appuntamento.

Mi riferisco in particolar modo a uno dei due temi chiave, il Talmud, che in Italia purtroppo, rimane per tutta una serie di deficit culturali strutturali, un illustre sconosciuto, a partire dalla banalità del concetto che sentiamo ripetere in ambito comunitario a ogni piè sospinto: “Il Talmud è tutta una discussione”. Il che spesso sottintende una banalità ancora maggiore quando sarebbe in realtà l’ebraismo stesso “tutta una discussione”.

Chi ha solo sfiorato una pagina di questo testo sa invece che se di discussioni si tratta ampiamente nel Talmud, troviamo anche brillanti soluzioni che mettono fine alle discussioni (non nel Talmud stesso ma nei codici legali, come il Mishnè Torà del Maimonide o lo Shulchan Arukh), perché lo scopo non è la discussione in sé (il pilpùl per usare un termine ebraico) ma capire il giusto comportamento nelle diverse situazioni rispetto ai comandamenti divini.

Ma che il Talmud si studi poco, troppo poco in Italia è una triste verità con la quale dovremmo prima o poi confrontarci. Se togliamo infatti i corsi al Collegio Rabbinico di Roma che tuttora continua a sfornare insegnanti e rabbini, gli altri corsi e i gruppi di studio in tutta Italia sono frequentati da un numero abbastanza esiguo di persone, con poco impatto sulla comunità intera.

Degno di nota perché praticamente sconosciuto, è l’appuntamento del giovedì sera nel centro Josef Tehillot di Milano, il cui insegnante, rav Eli Maknouz, viene in aereo ogni settimana addirittura da Lione per una lezione dove viene dato per scontato che lo studio del brano scelto e dei relativi commentatori classici (Rashì e Tosafot) sia a carico dei partecipanti durante tutta la settimana e la lezione stessa sia dedicata dall’insegnante al solo e puro approfondimento. Poi però non restano che sparuti gruppetti fino ad alcuni valorosi singoli che ogni settimana viaggiano anche fuori città per poter studiare con insegnanti di livello.

In italiano del resto si è anche pubblicato molto poco di Talmud, nonostante le prime edizioni stampate che abbiano mai visto la luce siano state pubblicate (in ebraico) proprio in Italia a partire dal 1519.

Abbiamo un trattato completo (ma con vistose lacune) a cura del cattolico (che nella vita precedente fu rabbino), che a Roma stanno attenti a non nominare; alcune pagine su internet a cura del rabbino Mordechai Goldstein http://chavruta.tripod.com/index.html e un fascicoletto dal trattato di Shabbat (Morashà 2001) tradotto da rav Gianfranco Di Segni. Per il resto troviamo solo testi propedeutici tradotti, anche se prestigiosi: manuali, introduzioni, antologie. Fra questi da segnalare la buona antologia di A. Cohen, che risale alla prima metà del Novecento, tradotta dal rabbino Alfredo Sabato Toaff, ristampata numerose volte da Laterza. Essa però ha il difetto di tutte le antologie: se pur di circa 500 pagine è piuttosto limitata, perché in genere chi affronta seriamente un testo vuole avere accesso alla versione integrale. Fra le introduzioni, da segnalare in particolare quella curata dal grande Adin Steinsaltz.

Ma che il testo fondante per l’ebraismo, perché non insegna solo il “sapere” ebraico ma anche il “pensare” ebraico, sia sconosciuto in Italia è probabilmente dovuto anche al fatto che rimane (e ci piacerebbe essere smentiti) un testo studiato non solo da pochi ebrei, ma in genere da ebrei osservanti.

Nella grande diaspora ebraica invece il Talmud pur essendo un testo “religioso” viene, per la sua ricchezza, studiato ampiamente anche in ambito “laico”. Non stiamo parlando solo dell’ambiente accademico dello straordinario film israeliano “Footnote”, ma anche delle lezioni francesi che hanno dato vita ai moderni testi di Levinas: “Quattro lezioni talmudiche”, “Dal Sacro al Santo”, “Al di là del versetto”, dove si respira non solo l’aria delle accademie babilonesi ma anche tutta la grandeur dei filosofi francesi. In questo ambito, l’unico esempio italiano di testo “sul” Talmud è il coraggioso e recentissimo “Il forno di Akhnai” (Giuntina 2010) a cui speriamo possano seguire altri.

Al di là quindi delle vetrine culturali imposte che hanno necessariamente un breve respiro come la Giornata della Cultura ebraica, e alla vigilia dell’apertura del cantiere del progetto epocale di traduzione del Talmud in collaborazione con il CNR, sarà utile capire che il Talmud parlerà italiano non solo con metri lineari di scaffale in salotto, ma anche e soprattutto se avremo la capacità di organizzare e di impegnarci a studiare direttamente pagine vere di Talmud. Non è facile quindi è possibile, dicevano in Cina.

* A beneficio dei pochissimi che ancora potrebbero ostinarsi a non sapere che cosa vuol dire “duopuntozero” è bene spiegare che il termine deriva dal mondo dell’informatica dove si usa attribuire alla diverse versioni e sottoversioni dei programmi un numero progressivo. Più recentemente il termine “duepuntozero” è stato utilizzato per definire una diversa impostazione di internet, dove i contenuti sono generati per la maggior parte dagli utenti della rete, per esempio con siti come YouTube, Facebook o Twitter. Ecco perché a leggere di Ebraismo 2.0 in Italia c’è di che sorridere.