L’Avvocato, il Rabbino e l’ospitalità sabbatica | Kolòt-Voci

L’Avvocato, il Rabbino e l’ospitalità sabbatica

Gianfranco Di Segni

A Gerusalemme in occasione del matrimonio di mio figlio Jacov con Debora Somekh e per un po’ di vacanza, ho gironzolato fra i numerosi, piccoli negozi di libri vecchi o usati (uno dei miei passatempi preferiti). In uno di questi ho trovato a 20 shekel (4 euro) Interludio, di Alfonso Pacifici (Torino 1959). Ce l’ho già a Roma e probabilmente, diverse decine di anni fa, ne ho anche letto alcune pagine. Ma se il caso, o la provvidenza, o l’occhio allenato a scovare cose interessanti, me l’hanno fatto trovare qui, allora conviene comprarlo e leggerlo.

Oltretutto, è ancora intonso, con le pagine unite. Eccone di seguito uno stralcio, dalle pagine 106-108, e direi che si tratta di un bell’omaggio all’autore (l’Avvocato Pacifici), al soggetto del racconto (il Rabbino Dario Disegni) e al suo oggetto (l’ospitalità sabbatica). Mica male, per un libro acquistato “per caso”. E per chi non ne sa molto, Alfonso Pacifici e rav Disegni sono state due delle personalità più importanti del mondo ebraico italiano di buona parte del Novecento.

Il fiorentino Pacifici racconta di un suo viaggio giovanile in Veneto, nel luglio del 1911, subito dopo essersi laureato in legge. Arrivato di venerdì a Verona, si recò all’ora di inizio dello shabbat alla sinagoga, dove doveva portare i saluti di suo padre al rabbino Disegni, fiorentino anche lui.

“Sono sicurissimo che non mi aspettavo di essere invitato da nessuno (la nostra casa, come il più delle case ebraiche, quelle almeno che conoscevo a Firenze e Torino, le mie due città, erano talmente chiuse che l’idea di invitare un ‘forestiero’ sconosciuto non poteva venir nemmeno in testa). Forse avrei domandato al rabbino se c’era un restaurant kashèr […].

Ma il Rabbino Disegni m’invitò, mi rammento, con la vecchia formula fiorentina: verrà a prendere un brodo da noi – che io, mi rammento benissimo, presi proprio alla lettera […] e ebbi letteralmente paura di dover passare la serata con un solo brodo.

Invece fu quello che fu: il primo – e rimasto perciò incancellabile nel mio ricordo – assaggio dell’ospitalità ebraica, il primo assaggio della tavola sabbatica, la prima volta che vidi un ner shabbàth acceso, la prima volta in vita mia che assaggiai l’intraducibile sapore della challà. Resti grazie ai miei ospiti di quella sera lontana, il Rav Disegni e sua moglie (il Signore dia loro prolungamento di giorni) per avermi per primi introdotto nell’inesprimibile ricchezza dello shabbàth vissuto. La mattina dopo, al beth hakkenéseth, il rav, preoccupato di sistemare il mio pasto sabbatico del mezzogiorno, mi affidava all’ospitalità del ‘direttore del tempio’, signor Giacomo Coèn.”

Pacifici racconta poi come la figlia dei Coen sarebbe diventata pochi anni dopo sua moglie. La giovane Tikvah morì prematuramente, non prima però di aver dato alla luce una figlia. La signora Coen, invece, sarebbe stata “destinata alla fine orrenda in mano dei nazisti”.

Auguro alla nuova coppia formatasi in Israele (foto in alto) di avere molti ospiti alla mensa sabbatica e, magari, di contribuire alla formazione di altre “case in Israele”.

L’Unione Informa, 22 agosto 2011