L’Hechaluz in Italia dopo la liberazione | Kolòt-Voci

L’Hechaluz in Italia dopo la liberazione

L’affascinante storia degli uomini che hanno fatto grande il sionismo italiano nel dopoguerra: ideologia, avventura, politica

Sergio I. Minerbi

Erano le sei del mattino del 4 Giugno 1944 e ci avevano appena svegliati. Andando su e giu` nel lungo dormitorio del San Leone Magno, fratello Abele stava recitando il rosario come tutte le mattine. Dall’alto del mio lettino a castello gettai uno sguardo dalla vicina finestra che dava su Piazza della Croce rossa a Roma. Vidi una stella bianca su un gippone e ciò mi bastò per urlare: “Sono arrivati gli americani!”. La mia gioia era così straripante che avrei abbracciato perfino fratello Abele ma questi imperterrito continuò il suo “Ave maria gratia plena…” Evidentemente per lui non era cambiato nulla. Per me invece era la fine dell’incubo dell’occupazione tedesca, era il ritorno a casa dai miei genitori , era la felicità.

Non avevo ancora compiuto quindici  anni ma ero pieno di idee. Appena tornato a casa cominciai a trasportare secchi d’acqua dalla fontanella della pineta fino al nostro appartamento situato al secondo piano. Poi uscii in missione per ritrovare qualcosa da mangiare. Le strade erano piene di gente che si affollava vicino a un carro armato americano o nei pressi di un camion militare. Sfruttando il mio scarso inglese cominciai a parlare con qualche soldato e alla fine regolarmente chiedevo se aveva qualche scatola da regalarmi, mentre gli altri chiedevano anzitutto sigarette.Ogni giorno portavo a casa qualcosa: una scatola di “meat and vegetables” o una volta perfino una lunga scatola di “meat and chili” che guardammo con venerazione per un lungo periodo, non osando aprirla. In più dovevo procurare il carburo per accendere un lumino che la sera ci dava un pò di luce in mancanza di elettricità.

In quell’estate del 1944 nelle strade tutti andavano a piedi poichè non c’erano nè tram nè autobus, ma solo qualche camionetta piena fino all’inverosimile. Fu così che cominciai a incontrare soldati delle compagnie [Plugoth] palestinesi che avevano sulla manica la scritta fatidica “Palestine”. Appena incontrati li invitavo a casa nostra dove coi miei genitori trascorrevamo insieme le lunghe serate estive, ascoltando i loro racconti su Erez Israel, la terra d’Israele.

Negli anni 1944-1945 vennero a casa nostra a Roma almeno una trentina di soldati. Tra questi ricordero` il sergente  Moshe` Zakimovitz della compagnia 462, che era anche agente segreto dell’Haganà, ed era dotato di una motocicletta di cui mi offrì spesso il sedile posteriore per lunghe scorazzate a Roma e dintorni. C’era Aharon Kapszuk della 178, col quale festeggiammo la caduta nelle mani sovietiche della sua città natale, Kovel. Ricordo il Capitano Ben Hanoch, che dopo la guerra entrò nel Kibbutz di Dafna in Galilea e sposò una vedova di guerra. Forte impressione fecero i rabbini militari sia per le loro profonde conoscenze accademiche che per la loro apertura . In particolare ricorderò Rav Urbach, che ha lasciato un interessante diario di guerra pubblicato postumo, nel quale cita un incontro con mio padre, Arturo Minerbi, che era sionista e venne da lui per protestare contro la nomina di Ottolenghi da parte del colonnello Poletti quale  governatore di Roma per conto degli Alleati. Poletti aveva sciolto la giunta della comunità Israelitica di Roma e aveva eseguito la nomina suddetta. Mio padre aveva portato a Rav Urbach un manifesto firmato dal Comitato degli italiani di religione ebraica del 30 Giugno 1937, notoriamente fascista.[1]

Rav Urbach venne a casa nostra e ascoltò da mia madre il racconto del salvataggio dei suoi genitori a Varsavia nel 1940.[2] Anche il suo successore, Rav Aaron Ze’ev Aescoly, divenne un amico di famiglia.

In via Balbo nacque l’Hechaluz italiano del dopoguerra così descritto nel neonato “Bollettino ebraico d’informazioni” del 13 luglio 1944:

La nuova vita che pervade la Comunità ebraica dopo la liberazione  ha avuto espressione immediata nella creazione di un Centro Giovanile Ebraico, che raccoglie a scopo di istruzione e ricreazione i giovani dai sette ai venticinque anni. Esso ha posto la sua sede in Via Balbo n.33. Circa 200 ragazzi si sono iscritti ai corsi di lingua e di cultura ebraica, che sono assai frequentati.

Nel giugno 1944, a Via Balbo 33 dove c’era una Singagoga e dove per alcuni anni ero andato alla scuola ebraica, i soldati palestinesi cominciarono a organizzare dei corsi per i giovani ebrei italiani sul kibbutz, i movimenti giovanili, l’anelito di raggiungere Erez Israel mentre cantavamo le canzoni sentimentali in ebraico che tentavamo di capire. Tra gli insegnanti ricordo Joel Barromi[3] e Yaakov [Foà] Ben Porat[4] che erano vicini all’Hashomer Hazair, un movimento di kibbutzim di sinistra che fin da allora mi sembrava consono alle mie idee politiche. Pensavo infatti che così come il sionismo avrebbe dovuto trasformare la Palestina mandataria in uno Stato ebraico, il socialismo avrebbe dovuto assicurare che la società del futuro Stato sarebbe stata una società giusta, senza divari sociali eccessivi, senza troppo poveri o troppo ricchi. Le mie idee sul futuro della Palestina si rafforzavano alla luce di quanto andava predicando in Italia il Partito Socialista di Pietro Nenni nel quale avevo cominciato a militare uscendo la notte per incollare i manifesti sui muri del nostro quartiere a Roma.

A via Balbo avevo incontrato anche Giorgio Piperno, di sei anni più anziano di me, che distribuiva un suo opuscolo da lui  scritto durante l’occupazione nazista dal titolo “ Perchè non possiamo non essere sionisti”.Piperno scriveva che lo scopo che lo scopo chr noi  ci prefiggevamo era  la conservazione dell’ebraismo e che  l’unico mezzo per raggiungere ciò era  la creazione di uno Stato ebraico:

Ma ora che la religione è scaduta d’importanza, in nome di che cosa possiamo chiedere agli Ebrei della Diaspora di rinunciare alla vita spensierata e comoda che loro offre l’assimilazione, per mantenere accesa tra gli uomini la fiaccola dell’Ebraismo? (…) Questo Stato non può essere creato che in Palestina, in quella terra cioè che per il suo passato storico esercita già sui nostri animi un potente fascino spirituale.[5]

Io ascoltavo attentamente le sue parole, ma rimanevo profondamente laico pur essendogli molto vicino. Forse, mi dicevo, l’unico paese dove un ebreo possa essere tale senza
essere religioso, è la Palestina ebraica.

Il 15 luglio 1944 fu aperta l’achsharà (centro di preparazione agricola) La-Neghev a Ponte di Nona sulla via Prenestina nei pressi di Roma., nella quale venivano preparati i giovani che avessero deciso di fare l’alyah(emigrare) verso l’allora Palestina, per vivervi da pionieri. Fu inaugurata anche l’achsharà Kadima per i giovanissimi. Nel 1944 venne organizzato a Roma il primo seminario sul sionismo operaio e nell’autunno il secondo; entrambi erano diretti dallo stesso soldato palestinese, Eliezer Halevy.[6] Il primo seminario con 25-30 partecipanti si tenne dalla fine di giugno 1944 alla fine di agosto, nei locali della scuola Polacco. “Si parlava di movimento operaio ebraico, di storia dell’ebraismo, del sionismo, con dei veri e propri corsi di lingua ebraica.”.[7]

Giorgio Piperno scrive su quel periodo:

“L’attività di Via Balbo rappresentò non solo una svolta decisiva nella vita privata di molti dei suoi frequentatori, ma anche una fase rivoluzionaria nella vita giovanile ebraica romana. Per la prima volta si andava delineando l’esistenza di un movimento che sarebbe esagerato definire di massa, ma che assumeva proporzioni numeriche sconosciute in ogni precedente periodo. Esso fu il preludio di quel movimento di Hechaluz Achid che si andò organizzando in tutta Italia, mano a mano che le regioni del nord venivano liberate.”[8]

Lentamente, troppo per i nostri gusti, le truppe alleate risalivano la penisola. Nell’agosto 1944 fu liberata Firenze e giunsero a Roma i due fratelli di mio padre, Ivo e Leo Minerbi, che, insieme a mia nonna Elisa, erano riusciti a scampare alla guerra nei boschi a sud di Firenze. Il figlio di Leo, Lot (Giorgio), si aggregò all’achsharà La-Neghev”sopra ricordata.
Improvvisamente arrivò la notizia che Israel Zolli, l’ex rabbino capo della comunità di Roma, si era convertito il 13 febbraio 1945 e ciò provocò in tutti noi un notevole disgusto. Sembra che si fosse offeso perchè non pienamente reintegrato nelle sue funzioni essendosi eclissato il 9 settembre 1943, quando si profilò il pericolo nazista.[9] Fra gli ebrei qualcuno cominciò a sospettare che gli aiuti prodigati da alcuni sacerdoti cattolici agli ebrei sotto l’occupazione nazista non fossero poi del tutto disinteressati, ma miravano alla conversione. Io stesso subii l’opera di fratello Leone, che con una lezione particolare settimanale tentava di convincermi a “raggiungere la fede attraverso la ragione”, per citare il titolo di uno dei libri che mi aveva dato da leggere.

Il cambiamento sostanziale si ebbe il 25 aprile 1945, quando fu liberata Milano e il cadavere di Mussolini fu appeso per i piedi in piazzale Loreto. La liberazione del Nord Italia ebbe un impatto enorme per tutti noi e andai a Milano, un viaggio che sembrava semplice ma divenne un’operazione logistica complessa poichè ci vollero ben 22 ore per coprire il percorso in treno. Molti ponti erano saltati e il treno era costretto a soste di alcune ore in strane stazioni fino a che fosse chiarito l’itinerario. Se non sbaglio passammo da Livorno e da lì su una linea secondaria attraversammo Piacenza.

Da allora compii molti viaggi per garantire il collegamento coi giovani di Milano, Torino ed altre città. Vidi allora per la prima volta il grande centro di assistenza per i profughi ebrei che si stava organizzando in via Unione 5 a Milano, in un palazzo ottenuto da Raffaele Cantoni subito dopo la liberazione.[10]

La Seconda guerra mondiale finì in Europa l’8 Maggio 1945 con la schiacciante vittoria degli Alleati anglo-americani. I sopravissuti ai campi di sterminio non volevano ritornare ai rispettivi paesi d’origine, che odiavano per aver assistito al massacro degli ebrei senza muiovere un dito, o che alle volte si erano associati ai nazisti.. Perciò decine di migliaia di profughi ebrei si riversavano in Italia nella speranza di trovare una nave che li portasse o negli Stati Uniti o in Israele, allora Palestina. Per la Palestina erano rimasti alcuni certificati di immigrazione, ossia visti di entrata britannici, distribuiti dall’Ufficio palestinese di Roma, diretto dal Dottor Umberto Nahon, che era tornato in Italia dalla Palestina come inviato della Jewish Agency  l’8 febbraio 1945.[11]

Ma i visti ufficiali si stavano rapidamente esaurendo. Cominciò così l’avventura esilarante dell’Alyah-beit ossia l’organizzazione di piccole e medie imbarcazioni che trasportavano gli immigranti fino alle coste della Palestina. Esse erano considerate illegali dalla Gran Bretagna, ma le autorità italiane avevano un interesse comune con le organizzazioni ebraiche poichè speravano di sbarazzarsi al più presto della presenza ingombrante dei profughi.[12]

Nell’estate 1945 mi fu chiesto dall’American Joint, col quale collaboravo, di fungere da interprete per una diecina di giorni a un capitano inglese che lavorava per il Joint.[13] In vista dell’imminente arrivo di migliaia di profughi era evidente che bisognasse trovare degli alloggi provvisori nei quali ospitarli per alcuni mesi fino a che potessero trovar posto sulle navi dell’alyah-beit e andare in Palestina. Per una decina di giorni accompagnai il capitano in una jeep guidata da un autista italiano, alla ricerca di edifici adatti. Andammo a Tagliacozzo, a Pescara, a San Benedetto del Tronto e finimmo a Venezia. Entravamo nei piccoli paesi, io chiedevo se c’erano degli edifici rimasti dalle colonie estive della gioventù fascista, e in caso affermativo andavamo a visitare gli edifici vuoti. Dopo il primo caso avevo capito cosa cercavamo, conducevo tutta la conversazione in italiano e, per fare più presto, traducevo al capitano solo qualche breve conclusione. Lui si arrabbiava poichè si sentiva inutile, come in effetti era.Nell’autunno 1945 arrivò a Taranto lo sheliah (inviato da Eretz Israel) Malkiel Savaldi.[14]

Poche persone furono altrettanto attive nella nascita e fioritura dell’Hechaluz italiano almeno finche` duro`. Nato a Trieste, aveva un po` del carattere austriaco della sua città, era severo, aveva il pallino dell’organizzatore, sapeva trascinare i giovani, richiamarli costantemente al loro dovere, spronarli, aiutarli a calpestare i legami domestici e familiari per favorire invece il Movimento, con la “M” maiuscola. Era stato preceduto da suo fratello Bruno, arruolato in una delle unità palestinesi, ma privo del fascino di Malkiel. Quest’ultimo ebbe una grande influenza su di me, ma non riusci a farmi andare a Givat Brenner, il suo kibbutz, che apparteneva al Hakibbuz Hameuhad.

Il 7 dicembre 1944 era riapparso il settimanale sionista “Israel” diretto da Carlo Alberto Viterbo.[15] Nell’autunno 1945 incontrai a via Balbo (Aldo) Josef Baroccio, che aveva appena “sfornato” il primo numero di un nuovo periodico: il “Dapei Hehaluz”. Il sottotitolo era “Bollettino d’informazioni dell’Hechaluz dell’Italia centro-meridionale”, e la data era 15 novembre 1945-10 chislev 5706. In quei giorni si vendeva a Roma un quotidiano dell’esercito americano, lo “Stars and Stripes”. Lo leggevo per cercare di migliorare il mio inglese e anche perche` ero colpito dalla sua impaginazione così nuova, moderna, diversa da quella solita dei giornali italiani. Non so per quali ragioni, ero molto sensibile alla grafica. Ritenevo che, ancora prima di leggere un articolo, chi prenda in mano un giornale voglia che l’occhio abbia la sua parte. Perciò presi una matita bicolore e segnai in blu ciò che, a mio parere, andava bene e in rosso quello che andava cambiato. Col “Dapei Hehaluz” così deformato andai da Baroccio e gli spiegai cosa bisognava fare. Ma non mi lasciò nemmeno finire la frase e, piuttosto arrabbbiato, mi lanciò un  “da domani il giornale lo fai tu”. Il mio primo numero uscì puntualmente il 1° dicembre 1945, coi margini modfiicati, i caratteri di stampa uniformi, e intonati l’uno con l’altro. Il direttore responsabile rimaneva ufficialmente Aldo Baroccio, anche per ragioni legali. Nell’articolo di fondo, sotto il titolo “Chanuccà”, ossia la festa ebraica che ricorda l’eroismo dei Maccabei e che ricorreva in quei giorni, concludevo così:

“Ma lo spirito dei Maccabei, mai sopito nei secoli, risorge oggi più vivo che mai; si lotta con le armi e con l’aratro: è di questi giorni la fondazione di cinque nuove colonie, a testimonianza dell’inesausta vitalità dei nostri chaluzim. Nel momento più critico della sua storia, in cui sono in giuoco i suoi destini, il popolo ebraico celebra la festa di Chanuccà nella piena coscienza dei propri diritti, tese tutte le forze verso la liberazione dei suoi figli, liberazione che i nostri soldati reduci dai campi di battaglia europei, i nostri coloni e le schiere dei nostri fratelli scampati alla strage, sapranno realizzare in nome della giustizia.”[16]

Aggiunsi anche una mia intervista con Chaim Stolar, che spiegava come fossero organizzati i kibbutz dei profughi già arrivati in Italia, come prima tappa verso Eretz Israel.  La scelta dell’intervistato aveva una doppia valenza politica, sia perchè era dell’Hashomer Hazair (partitto di sinistra), per il quale simpatizzavo, sia perchè era uno dei profughi. Gli ebrei italiani non avevano molta simpatia per i loro fratelli profughi coi quali le comunicazioni erano difficili per ragioni linguistiche, che vivevano appartati e che  era facile dimenticare. Io invece, grazie a mia madre proveniente da Varsavia, potevo conversare in polacco, e mi sembrava essenziale tentare un avvicinamento .Inoltre mia madre era attiva nel Merkaz haplitim, l’organizzazione dei profughi, e manteneva i contatti con le autorità italiane.[17]

Praticamente facevo il giornale quasi tutto da solo. Avevo trovato un linotipista sulla via Appia Nuova al quale portavo i manoscritti in bicicletta. Poi, appena pronto, prendevo il piombo e lo portavo a una tipografia che avevo trovato a piazza del Gesù e lì facevo l’impaginazione del giornale sul bancone, sotto lo sguardo ammirato del tipografo che non aveva mai stampato un giornale in vita sua. In parallelo frequentavo l’ultima classe del liceo scientifico Cavour, essendo due anni avanti con la scuola, e ottenni la licenza liceale nel giugno 1946. L’ultimo numero del “Dapei Hehaluz” romano uscì con la data del 1° maggio 1946.

L’Hechaluz del Nord creò l’achsharà di Brivio (Lecco), poi trasferita a Ceriano Laghetto (Saronno) dove il 29-30 aprile 1946 si tenne un congresso della gioventù sionista che prese come decisione più importante quella della creazione di un Hechaluz unificato, ossia Hechaluz ahid,[18] sul quale avevamo avuto lunghe discussioni a Roma subito dopo la Liberazione. Io stesso partecipai attivamente al convegno e poi trascorsi circa un mese a Ceriano nell’autunno di quell’anno.

L’idea di creare un movimento Hechaluz unificato, al di sopra dei partiti, era anomala per chi avesse l’esperienza palestinese, ma era l’unica possibile data la realtà italiana. Scrive a questo proposito Corrado Vivanti, che all’epoca faceva parte di questo movimento:

“Nutriva questa unità la coscienza dell’eseguità delle forze italiane, che si sarebbero inevitabilmente disperse e confuse entro più vasti insiemi se divise politicamente; ma era anche una proiposta non minimalista: non era il frutto di compromessi destinati a produrre un’entità priva di nerbo e magari litigiosa, ma al contrario riusciva a far confluire energie vitali per l’azione del movimento.”[19]

Nel mio caso personale, tale formula era l’unica che mi permettesse di militare nel movimento a fianco di Giorgio Piperno, che era deciso ai andare in un kibbutz datì (religioso), e di accettare la direzione di Malchiel, il quale ci voleva tutti a Givat Brenner nel Kibbutz Hammeuhad, mentre io ero deciso a dirigermi al Kibbutz Arzì.

Sotto la direzione di Malkiel cominciai in quel periodo la pubblicazione di una serie di opuscoli i cui testi erano forniti da lui. Io scelsi la veste tipografica, il formato, il titolo di tutta la serie :”Quaderni di vita ebraica” in alto e “Hechaluz” in basso. Il primo numero fu un testo di Aharon David Gordon, intitolato “Il Lavoro ed altri scritti”. Inventai anche il logo, ossia un disegno schematico che rappresentava una zappa nella terra, un alberello che voleva crescere e una nuvola. Questo disegno ricorreva in tutta la serie dando così un senso di unità

Il 15 maggio 1946 potevo annunciare a Malkiel che l’opuscolo sulla “colonia collettivista” o Kibbutz era finito e che avrei inviato le 500 copie pubblicate. Intanto stavo correggendo le bozze dell’opuscolo seguente su Enzo Sereni[20] e a questo proposito scrissi a Malkiel:

“Ti prego di mandarmi al più presto la Prefazione con tutte le istruzioni che credi opportune. Devo scrivere sopra il titolo ENZO SERENI o Immanuel Romano come era prima? La foto la metterei di fronte al frontespizio. Ho però pensato che facendo così e aggiungendo anche la Prefazione supereremo i 2 sedicesimi previsti. Eventualmente io restringerò il testo (che ora è interlineato). Non sarebbe il caso di mettere anche qualche nota biografica su Enzo e la sua eroica morte? Mandamele!” [21]

Il 1° giugno 1946 apparve il primo numero di “Hechaluz” quindicinale, che continuò la pubblicazione per dieci anni. Nella “Presentazione” che apparve nel primo numero era detto fra l’altro:

“Per noi la rivoluzione sociale non consiste soltanto nella vittoria della classe lavoratrice già costituita, ma anzitutto nella creazione di questa classe, nella costruzione in Erez Israel di una libera società di lavoratori ebrei.”[22]

Nell’estate 1946 il movimento Hehaluz organizzò un Seminario a Bivigliano, nei pressi di Firenze. Io mi occupai anzitutto dei viveri, che ottenni dal Joint insieme a un camion per trasportarli da Roma; e su questo camion prendemmo posto noi, i sei o sette partecipanti romani.

Tra questi ricorderò Giorgio Piperno e sua moglie Letizia. Arrivammo in ritardo a Firenze e preferimmo dormire sul camion in una strada periferica della città. L’indomani mattina proseguimmo per Bivigliano, dove stava finendo un campeggio dei Zofim (equivalente ebraico dei Boy Scout). Assistetti alla distribuzione delle candele per la notte nelle tende e la cosa mi sembrò comica per lo stile militare che aveva assunto.

Al seminario vennero  Matilde Cassin, che sposò in seguito Max Varadi, Nora Bolaffio e Aliza da Trieste; Gigliola e sua sorella Miriam Benedetti (che poi sposò Yakov Viterbo), Dario Navarra e Renata (che poi si sposarono), Meir Servi, Emilio Vita-Finzi che sposò Elena Ottolenghi, e molti altri. Gli insegnanati erano Malkiel Savaldi di Givat Brenner e Max Varadi di Sdè Eliahu (Kibbutz religioso), ognuno tirando l’acqua al suo mulino politico. Fra le materie di studio c’era l’ebraico, la storia ebraica, la storia del movimento socialista e operaio, il marxismo. Io mi interessavo particolarmente alle lezioni di Meir Servi, ex partigiano, che fra le colline toscane ci insegnò le basi della topografia. Le sue lezioni mi furono utili pochi anni dopo in Israele.

Il seminario ebbe grande successo sia per allacciare o rafforzare legami sentimentali, che sfociarono spesso in matrimoni, sia per le basi ideologiche sioniste che ci diede, sia, infine, perchè la grande maggioranza dei partecipanti effettuò  successivamente la sua alyah in Israele.
Intanto si stava organizzando il movimento Hechaluz con una Mazkirut (segreteria) situata dapprima a Milano. L’attività in seno al movimento riprese con grande impegno e intrattenni un’intensa corrispondenza con Amiel o Emilio Vita-Finzi e con Malkiel Savaldi, della quale ho ritrovato le copie nel mio archivio privato.

Il 12 ottobre 1946 scrivevo a Emilio e Malchiel circa la vendita del giornale “Hechaluz”:

Il n. 6 è stato venduto, ma se il n. 7 non arriverà al più presto, si ripeterà l’increscioso incidente del n.5. Cercate perciò di sollecitare presso Luciano [Forti] la spedizione delle 100 copie. Se fosse possibile avere un numero “x” di copie da spedire in omaggio ai giovani romani (p.es. 30 o 50 copie per numero) sarebbe una gran bella cosa.Giorgio Piperno ha molti nominativi di giovani (e non solo romani) ed io ho trovato chi si occuperebbe della spedizione. Costui è Maurizio Pontecorvo , Via Pietro della Valle 13, Roma, ed è a lui che vanno eventualmente indirizzate le copie.Ha già ricevuto precise istruzioni in merito da me.Purtroppo per quanto riguarda gli abbonamenti siamo in alto mare.[23]

Nella Circolare n.9 del 16 ottobre 1946 si annunciava il convegno giovanile che si sarebbe tenuto nei giorni 1-2 novembre a Nonantola presso Modena. La circolare continuava:

”La prima giornata sarà dedicata alla posizione degli ebrei nel Mondo e sarà introdotta da tre relazioni (Sociologia degli Ebrei- Emancipazione e suoi sviluppi-Sionismo), nella seconda giornata si tratterà più particolarmente dei problemi dei giovani, delle crisi della gioventù in generale e dei compiti dei giovani ebrei in particolare. (…)

Chiuso il convegno il giorno 3 novembre si terrà il secondo congresso del movimento “Hechaluz”in cui verrà data relazione dell’attività svolta nel secondo semestre, si tracceranno i programmi per il prossimo semestre e verrà eletta la nuova Segreteria centrale.”[24]

Il Congresso si mise d’accordo su 21 risoluzioni suddivise in tre sezioni. Nella sezione a fu deciso che l’aachsharà La-Neghev avrebbe continuato a essere “osservante”, mentre l’Ahdut restava “libera” (non religiosa).

Partecipai attivamente ai convegni di Nonantola, e sulla via del ritorno passai da Ferrara, dove fui ospite di mio zio Ivo.

Nei mesi successivi mantenni un’intensa corrispondenza con Emilio Vita-Finzi, Luciano Forti e Malchiel Savaldi. Si trattava, in generale, di accellerare lespedizioni del giornale “Hechaluz” che, affidato a un corriere, arrivava con grande ritardo rendendone difficile la vendita.. Finalmente scoprimmo che il metodo più rapido era per posta raccomandata espresso.

Poi tornai alla mia vecchia passione, quella  per la grafica tipografica, ed espressi le mie acerbe critiche all’impaginazione . Mi rispose Luciano scrivendo:

Prendo nota delle tue critiche al giornale. Riconosco che la pagina 7 è veramente poco bella e offre speciali difficoltà a una lettura corrente. Cercherò di fare come tu dici il più possibile, ma devo ripetere che qualche volta il tipografo si permette di fare di testa sua e di cambiarmi i caratteri e il corpo degli articoli. Per quanto riguarda pagina 6 sono d’accordo con te. Riguardo ai titoli su due colonne penso che sia effettivamente un bene applicare questo criterio, quando però si può evitare una eccessiva simmetria.[25]

Era in sospeso il vecchio problema di Piazza Costaguti, dove, al terzo piano, c’era un piccolo appartamento che avevo preso in affitto per i giovani romani. Era situato in pieno ghetto, ma non ci andava nessuno e ogni volta cercavo qualche soluzione alternativa.

Il 12 ottobre 1946 scrivevo a questo proposito:

“Piazza Costaguti. La sede è attualmente chiusa. Moshè Sed vorrebbe organizzare una specie di centro di ritrovo in ghetto. Ottima idea per la cui realizzazione mancano : fondi, locali, e sopratutto persone che se ne occupino. D’altra parte la “Histadrut Hamorim” è in cerca di una sede. Io sarei del parere di accettare la proposta che essa si stabilisca in P. Costaguti. Eccone i vantaggi: è probabile che vedendo funzionare qualcosa la O.S. (Organizzazione Sionistica) romana continui a pagare l’affitto; è probabile che il contatto materiale contribuisca a quello morale tra chaluzim e morim (o meglio morot); un’attività culturale (lezioni, corsi,ecc.) potrebbe benissimo essere comune. Esprimete le vostre opinioni in proposito.” [26]

Nahon aveva mandato all’Hechaluz a Milano un assegno di 32.000 lire, arrivato il 2 dicembre 1946, ma  aveva dedotto 1200 per l’affitto di piazza Costaguti.[27]

Le questioni amministrative diventavano assillanti poichè bisognava tenere la contabilità degli abbonamenti al giornale, della vendita degli opuscoli, delle raccolte in favore dell’associazione keren Kayemet da parte dei zofim.Dell’opuscolo su Enzo Sereni avevamo stampato 2000 copie. Inoltre nel febbraio 1947 stampammo a Roma a ciclostile le dispense della “Storia del Movimento operaio” e della “Storia del Hassidismo”.

Nell’inverno 1946 fui associato al Comitato organizzatore del “campeggio ebraico invernale” a Baulard, in Val di Susa,nei pressi di Torino. [28] Il campeggio mi interessava per ritrovarmi con una ragazza che avevo conosciuto qualche settimana prima al Congresso di Nonantola. L’organizzatore principale era Leo Levi, inviato da Israele per occuparsi dei giovani al di fuori dell’Hechaluz. Leo era un geniaccio che amava discutere su tutto ed era religioso a modo suo. Le discussioni non mancavano neanche in quell’ambiente. Ad esempio, mi ero opposto a una festa di Capodanno ricordando che la ricorrenza celebrava la circoncisione di Gesù, ma nulla poteva fermare le danze.A parte i motivi personali, ritenevo che non dovessero esserci dei compartimenti stagni in seno alla gioventù ebraica italiana e che era meglio tentare di unire le forze,o almeno di provare a tenere aperti i canali di comunicazione.

Il problema delle piccole comunità ebraiche sparse un po’ in tutta Italia ci preoccupava
e, generalmente, Emilio Vita Finzi visitava quelle del Nord Italia e io quelle del Centro e del Sud.Emilio riferì sulla sua visita a Venezia di nove giorni, dove aveva parlato due volte agli zofim e aveva sottolineato la necessità di collaborare coi ragazzi più adulti dell’Hehaluz. Poi era stato a Padova parlando ai ragazzi,che sono molto pochi, i cui  genitori erano molto severi per via del sionismo che rapisce i ragazzi.I giovani di Venezia stavano creando un centro giovanile ebraico , comune a Padova e Venezia, nel quale i giovani si sarebbero riuniti ogni quindici giorni. A Verona incontrò un gruppo di giovani che vedevano per la prima volta qualcuno venuto da fuori. [29]

Io mandai a Emilio una lista di località dove si svolgeva una qualsiasi attività ebraica e nella sua risposta dell’8 dicembre egli cercò di fare una ripartizione di tali località affiancandomi un terzo visitatore, Corrado De Benedetti. Inoltre Aldo Melauri si sarebbe incaricato di Gorizia, Trieste e Fiume.[30]

Dal 13 dicembre 1946 ero diventato il rapprsentante di Hehaluz in seno alla Federazione sionistica italiana, di cui era segretario generale Giorgio Piperno, e tra l’altro cominciai a fare traduzioni per il Bollettino della Federazione. Sul giornale “Hechaluz” pubblicavo ogni tanto qualche articolo. Il 20 febbraio 1947 scrivevo:

L’achsharà La-Neghev non esiste più. […] E’ stata la prima achsharà in Italia dopo la liberazione, sorta in quell’ormai lontano luglio 1944 quando appena usciti, i più fortunati dall’aria malsana dei conventi o delle case, i meno fortunati dalle prigioni, erano corsi pieni di entusiasmo ad abbeverarci a quella fonte di luce che si era dimostrata eterna: l’ ebraismo. Allora estate gioiosa, piena di sole, gravida di futuri frutti, ora inverno oscuro piovoso e freddo, foriero di un difficile e lungo cammino. […] Non dobbiamo nasconderci cosa significhi per il movimento oggi chiudere un’achsharà, specie posta  in “posizione strategica” rispetto al ghetto di Roma, rispetto cioè all’agglomerato ebraico numericamente più importante d’Italia.[31]

Il 6 giugno 1947 andai a passare un esame alla Facoltà di Medicina di Roma, alla quale mi ero iscritto per far piacere a mia madre. Avevo seguito solo sporadicamente  i corsi del professor Cotronei, docente di Biologia, e decisi perciò di assistere ai tre successivi appelli degli esami orali, lasciando il mio esame fra gli ultimi. Ebbi così una visione precisa delle domande più frequenti e del metodo da usare. Così avevo preparato un grande schema del genio musicale della famiglia Strauss, ma quando il professore incuriosito mi chiese cosa fosse, io risposi eroicamente: lo mostrerò solo dopo aver superato l’esame, poichè si tratta di un lavoro supplementare. Era la risposta giusta ispirata dai suoi commenti precedenti. E risposi,senza esitazioni, a una domanda difficile sull’esperimento di Bali, che era poi la fotosintesi sperimentale. Solo alla fine accosentii a mostrare sia il genio degli Strauss sia l’azione delle auxine appena scoperte qualche mese prima. Cotronei era entusiasta, a lui si associarono i due colleghi che erano al suo fianco, ed ottenni trenta e lode. Non ci voleva altro per convincere mia madre, in quel momento in Palestina dai suoi genitori, che suo figlio era destinato alla medicina. Ma così non fu.

Nella primavera del 1947 si profilò molto vagamente la possibilità di trovare una scorciatoia per andare in Eretz Israel. Alla Federazione sionistica di Roma avevo scoperto che alla fine di luglio-inizio di agosto ci sarebbe stato a Gerusalemme un congresso pedagogico mondiale di maestri di ebraico e all’Italia erano riservati cinque posti. A nome del movimentio Hechaluz che rappresentavo nella Federazione, chiesi che tutti i posti disponibili fossero assegnati a degli  haluzim che sarebbero andati in Palestina con l’intenzione di rimanerci. La questione rimase insoluta per molto tempo e il 14 luglio mio padre, che aveva notato qualcosa di insolito, mi chiese cosa stava succedendo e saputolo mi disse:”Per me e per la famiglia è terribile che tu parta. Ma sappi che io farò di tutto perchè tu ottenga in tempo utile il passaporto giacchè è tuo dovere andare”.Mia madre invece si opponeva decisamente,  ma in quel momento si trovava a Gerusalemme.

All’ultimo momento, il 16 luglio, si riunì a Roma l’esecutivo della Federazione sionistica. Vi parteciparono Raffaele Cantoni, Rav Prato, ritornato alla comunità di Roma dopo l’abiura dell’ex rabbino capo Zolli, Carlo Alberto Viterbo e io.

Appena aperta la discussione fu lanciata la proposta che andassero due dell’Hechaluz (Giorgio Piperno e sua moglie Letizia) e tre pedagoghi.. Allora chiesi formalmente a nome di Hechaluz che tutti i cinque posti fossero dati a noi, facendo presente che di fatto già quattro su cinque dei nostri nomi erano inclusi nella loro lista come candidati o come sostituti, e si trattava perciò solo di aggiungerne un altro.Questo punto di vista fu accettato in pieno da Raffaele Cantoni (che mi aiutò parecchio), mentre Rav Prato insisteva dicendo che almeno uno dei delegati doveva fare una relazione. Carlo Alberto Viterbo, direttore del settimanale “Israel”, si associò a Prato proponendo il Rav Elio Toaff. Dissi chiaramente che solo Hechaluz aveva il potere di decidere sui propri candidati e l’esecutivo doveva limitarsi a fissarne il numero.L’esecutivo decise allora che quattro posti sarebbero assegnati a Hechaluz, mentre il quinto posto sarebbe stato assegnato a qualcuno che potesse tenere un discorso al congresso. Cantoni chiese chi fosse il quinto candidato di Hehaluz e risposi “io”. Allora successe un putiferio; Cantoni ebbe uno dei suoi scatti e disse a voce alta: ”Allora vai tu al posto di una delle due ragazze, almeno sai tenere in mano un fucile”.[32] Ma io dovevo difendere l’autonomia di Hechaluz anche a costo di perdere l’occasione. Ormai la decisione era presa ed il mio nome fu accettato solo come primo sostituto nel caso che qualcuno desistesse.[33]

Con poche speranze di riuscita continuai a mandare avanti la pratica per ottenere il passaporto.Il 21 luglio, Malkiel scriveva :

”Luciano (Forti) mi ha comunicato le rinunce delle nostre due candidate. Debbo dire che la cosa mi ha fatto un’impressione molto deprimente.E’ questa la alyah a ‘qualsiasi costo’?”[34]

Il tempo stringeva poichè il visto era legato a un congresso che stava già per cominciare.
Il 24 luglio io scrivevo a Malkiel:

“Feci tutto il possibile per ottenere quei quattro posti e non ti dico cosa ho provato quando ho sentito che entrambe le candidate rinunciavano.(…) Avrei dovuto avere il passaporto già da qualche giorno senonchè la pratica si era persa e solo oggi ho saputo che mancava un pezzo di carta del Distretto militare; mi hanno assicurato che ora me lo daranno prestissimo. Speriamo solo che arrivando il I° a Lidda non facciano difficoltà (il kinus [convegno] comincia il 29 e finisce il 6). Giorgio e Letizia sono partiti oggi.” [35]

Partii col volo settimanale di giovedì del 31 luglio con la compagnia cecoslovacca CSA. Ero accanto all’avvocato  De Angelis, il cui figlio Yoel de Malach del Kibbutz Revivim verrà  più tardi insignito del premio di Israele per l’agricoltura per aver iniziato le culture con acqua salmastra. Era prevista una notte ad Atene e ne approfittai per andare con De Angelis a fare una visita notturna all’acropoli. Il caldo era tale da rendere difficile il sonno, ma l’acropoli al chiar di luna era stupenda.

Arrivai in Eretz Israel da solo, il 1° agosto 1947,verso le 11 di mattina. Il sergente inglese preposto al controllo dei passaporti non sembrava eccessivamente interessato e non mi pose nessuna domanda. Presi posto in un taxi collettivo e nel primo pomeriggio ero a Gerusalemme con una valigia e un casco coloniale in testa. Oggi capisco che fossi ridicolo, anzi lo capii subito arrivando a Gerusalemme e non vedendo nessun altro con un casco coloniale in testa. Mi istallai all’albergo Warshawsky in piazza Zion al centro della città e andai subito da mio zio. Si chiamava Lipa Rakowsky ed era fratello di mia nonna materna Anna.

Fin dall’Italia, da qualche anno prima  avevo deciso di andare nel Kibbutz Artzì del partito Hashomer Hazair. Mia figlia Nourit mi ha chiesto per quali ragioni avevo preso questa decisione. Cercherò di spiegare le mie considerazioni di allora.

Anzitutto c’era in me la volontà di combattere i punti di vista accettati dai più, le opinioni prestabilite, e di farlo in tutti i campi. Era la ribellione ai genitori, agli “pseudo-padri” come Malkiel, a tutto insomma. Ero contro le ipocrisie e non ammettevo che Malkeil potesse invitare i chaverim osservanti a venire a Givat Brenner sostenendo che c’era una sinagoga, mentre io sapevo che essa era riservata alle persone anziane e che la sua presenza non era ua prova che quel kibbutz accettasse chaverim religiosi.

Inoltre, avendo avuto numerose conversazioni con una trentina almeno di soldati palestinesi, ne avevo tratto un quadro molto fedele della realtà israeliana, come potei in seguito verificare sul posto. Ciò mi dava la possibilità di decidere, mentre la mancanza di paura e di timori derivati da situazioni ignote mi permetteva di andare da solo senza un gruppo che mi sostenesse.

Dalle stesse conversazioni avevo recepito molto astio contro il partito in auge, il Mapai, e soprattutto critiche alla sua egemonia e alla sua ideologia. Lo Hashomer Hazair, forse proprio perchè non al potere, mi sembrava più puro e senza concessioni in barba ai propri principi. Preferivo posizioni politiche nette e non un partito come il Mipai che mi sembrava un conglomerato che si piega a ogni vento. Per di più ero stato attivo nelle file del Partito socialista italiano di Nenni, e consideravo lo Hashomer Hazair più vicino al partito italiano che non il Mapai.

Dopo qualche giorno trascorso presso lo zio a Gerusalemme, andai a Tel Aviv per bussare alle porte del Kibbuz Artzì . Non mi aspettavo certo che mi ricevessero con la fanfara, ma nemmeno col fastidio e l’indifferenza dimostratami da Daniel Ben Nahum, capo del dipartimento “hevra” del Kibbutz Artzi. Egli non riusciva a capire come mai io fossi arrivato da solo e non facente parte di un “garin” (gruppo) e quindi per lui io ero inesistente. “Torna mercoledì prossimo” mi disse, e io tranquillo così feci. Ma quando la scena si ripetè per la terza volta, perfino io, il ragazzo per bene della famiglia col pianoforte in salotto, scoppiai e nel mio scarso ebraico gli dissi “ora basta, deciditi”. Così in ottobre arrivai al kibbutz Eilon, sulla frontiera con il Libano, per aggregarmi a un “garin” con il  quale avrei lavorato per circa un mese prima di andare al kibbutz Ruhama all’estremo Sud del paese.

In verità stavo compiendo una mini-rivoluzione, ossia stavo cambiando la direzione classica degli haluzim italiani verso Givat Brenner, per iniziare invece l’inserimento nel Kibbutz Artzì. Col senno del poi ritengo che il cambiamento fosse salutare, e calcolo a circa un centinaio i giovani italiani accolti nei vari kibbutzim del Kibbutz Artzì, molti di più di quanti potessi  sognare nel lontano 1947.

Il mio primo lavoro a Ruhama fu quello di inserviente di un operaio di Tel Aviv che lavorava a cottimo per costruire la futura fabbrica di spazzole. E‘ facile capire che non gli andava bene nulla: i blocchi prefabbricati non bastavano, il calcestruzzo che preparavo era insufficente  e l’educazione ricevuta in famiglia non mi permetteva di rispondergli a tono. Finchè un giorno  arrivò Menashe, direttore delle costruzioni e anziano membro di Ruhama, a rimproverarmi. Gli risposi con tutte le ingiurie che avevo imparato dai soldati polacchi di Anders in Italia, nonchè quelle arabe che avevo appena appreso, e quelle solite in italiano. Mi aspettavo di essere cacciato a pedate, mentre Menashe soave rispose:”Vedo che cominci a interessarti al lavoro”.

Qualche mese dopo, credo in febbraio, fui svegliato alle sei di mattina da Aviva , una ragazza che aveva le mansioni di radiotelegrafista per la stazione radio dell’Haganà, chiamata Telem-Shamir-Boaz” . In mancanza di un telefono, che arrivò solo anni dopo, era quello l’unico collegamento con il mondo esterno. Su un bigliettino minuscolo ricevetti il messaggio: ” Devi presentarti alla Casa rossa pronto all’uscita”. Per capire il linguaggio feci ricorso a Piniek, un anziano di Ruhama, che da anni lavorava per l’Haganà e che mi spiegò: la Casa rossa è il comando di via Hayarkon a Tel Aviv, e uscita significa andare all’estero.

Arrivai a Tel Aviv in aprile poichè per alcune settimane i collegamenti col Nord erano sospesi. Fui indirizzato a Reuven Shiloah, capo del dipartimento politico il quale, mi mandò in Italia. A Roma, sul marciapiede prospicente a via Reno 2, un biondino chiamato Johnny, alias Zwi Amitay, mi spiegò per la prima volta quale fosse la nostra missione segreta. Fin dall’inizio mi valsi anche della collaborazione di due haluzim: Martino Godelli, di Trieste, reduce da Aushwitz e Meir Servi, ex partigiano.

Tornai così in Italia il 19 aprile 1948 per conto dell’Haganà e vi rimasi fino all’agosto 1949, quando tornai al mio kibbuz Ruhama. Durante il periodo trascorso in Italia dedicai al movimento Hechaluz tutte le ore libere a margine della mia attività principale.
Nel frattempo si era riunito all’achsharà Tel Broshim un gruppo di haluzim con i quali mantenevo assiduamente i contatti. Qualche settimana dopo, il 14 Maggio 1948, David Ben Gurion proclamò lo Stato d’Israele mentre divampava la Guerra d’Indipendenza.

Il movimento del kibbuz Artzì era rappresentato in Italia da uno sheliach (inviato) di nome Yosef Galili, proveniente dal kibbuz Messilot, che prendeva talvolta delle posizioni avulse dalla realtà dell’Hechaluz italiano.Nello stesso tempo io mantenevo i contatti , talvolta trasmettendo i pensieri di Yosef, più spesso esprimendo le mie opinioni ma sem- pre sottolineando di avere solo un potere consultivo. Ero inoltre contrario alla tendenza espressa da Yosef di agire senza il consenso di Hechaluz, pessimo consiglio secondo me poichè l’Hechaluz unificato rispondeva appunto a una realtà italiana quale era l’eseguità dei candidati all’alyah.

Malkiel a Tel Broshim usava un argomento subdolo per convincere gli haluzim ad andare a Givat Brenner, il suo kibbuz: poichè avete molti dubbi ( e chi non ne avrebbe avuti in quelle condizioni prima di compiere un passo fatale?) , andate prima a Givat Brenner tutti insieme e poi una volta lì potrete scegliere. Rinviare le decisioni difficili è sempre una tecnica vincente, ma io da Roma con le mie lettere e le mie frequenti visite rompevo le uova nel paniere.
Inoltre Yosef fu pronto a riconoscere la formazione di un garin, un piccolo gruppo, di haluzim decisi ad andare insieme nello stesso kibbuz per evitare che si ripetesse la mia esperienza di dover trovare un kibbuz adatto dopo l’arrivo in Israele.Alla fine di giugno 1948 il garin dello Hashomer Hazair comprendeva due persone a Tel Broshim , tra le quali Corrado De Benedetti, altri sparsi e due o tre a Torino.[36] Rispondevo spiegando che era importante non arrivare come sconosciuti o singoli e scrivevo:

“cerchiamo di radunare tutte le nostre forze e di mettere insieme qualcosa di buono e di compatto; se in parecchi, ovunque decidiate di andare, sarete ricevuti assai meglio”.[37]

Ferveva in quei giorni un’aspra discussione epistolare fra me, che incoraggiavo Elena e Anna di Torino ad andare a un seminario ideologico dell’Hashomer Hazair in Francia, e Corrado ed Emilio, che  ritenevano fosse loro dovere venire al mese di lavoro in achsharà che era stato preannunciato da tempo.Scrivevo in proposito:

“Se un appuinto si può fare a Hechaluz nella linea seguita da due anni a questa parte, è proprio questa: poca politica. O meglio: poca educazione politica, poca libertà di espressione per tutte le correnti. Il risultato è noto; educati i ragazzi in un clima in cui è “meglio” , è più “prudente” non parlare dei partiti politici, delle divisioni che pure esistono in Erez , li si distrae in pratica da quella che sarà la realtà di tutta la loro vita.E arrivati in Erez i chaverim, che pure hanno indubbiamente ricevuto qualcosa dal Movimento nel campo della cultura ebraica e del lavoro, non sanno dove andare, dove dirigersi. Non lo sanno ma per fortuna qualche nume protettore li assiste, li consiglia, li instrada. Ecco seguite la vera via, quella per la quale già si incamminarono i più dei vostri vecchi compagni: per lo meno per i primi tempi, poi…Così dice la voce dolce e melliflua [Malkiel], ma il poi non verrà mai.”[38]

Ai primi di settembre 1948 Zvi Melauri mi scriveva da Tel Broshim:

“Per quello che mi si riferisce, a meno di novità imprevedibili, io non rinuncerò ai vecchi propositi e sono propenso per il kibbuz Arzì. (…) La scelta del garin cui mi dovrò unire mi pare un elemento fondamentale per il mio successo e mi sembra inoltre che dalla mia riuscita o meno, dipenderà in gran parte l’afflusso di altri haverim all’Arzì”.[39]

In Israele la guerra continuava e bisognava tenerne conto; risposi perciò a Zvi:

“Temo che non ci sia una differenza sostanziale tra la situazione attuale e quella di un mese fa, quando appunto feci presente le difficoltà obiettive derivanti dalla posizione strategica di Ruhama. Per quanto mi consta le comunicazioni normali col Neghev sono tuttora interrotte, e ci si arriva praticamente solo in aereo; il lavoro e tutta la vita ne sono naturalmente fortemente influenzati, e ho i miei più seri dubbi che la situazione possa tornare normale entro un breve periodo di tempo. Ruhama che sarebbe perciò consigliabile poichè si tratta di un garin non nuovo completamente agli italiani, e dove uno di noi ha già fatto la sua esperienza, presenta invece tali difficoltà strategico-militari da richiedere una forza non comune a un olè chadash (nuovo immigrante). [40]

Una settimana dopo, Corrado De Benedetti desiste dalla sua partecipazione al garin dell’Hashomer Hazair.[41] Riservai la mia reazione a Zvi anche perchè speravo che Corrado si sarebbe ricreduto, come infatti avvenne più tardi. Zvi mi mandò una lettera dettagliata nella quale scriveva che Malkiel aveva indetto una riunione sull’alyah, nella quale continuò a perorare la causa dell’alyah di gruppo e non di singoli. Arno Beer si pronunciò in favore di un periodo di preparazione a Givat Brenner per poi decidere sul da farsi. Luciano Forti e gli altri seguirono lo stesso percorso. Solo Eldad Melauri disse che la via presentata era “unilaterale e non offre che uno sbocco solo, il kibbuz Hammeuhad”.[42] Insomma Malkiel era riuscito nel mettere in crisi Corrado richiamandosi alla sua lealtà al Hechaluz, quasi ci fosse un contrasto fra Hechaluz e kibbutz Arzì.

Risposi con una lunga lettera “ideologica” il 29 settembre 1948:

“La posizione di Arno della quale mi avete scritto e che è a quanto pare in pratica la posizione della maggioranza è secondo me assai triste, addirittura fallimentare. (…) Oggi alla fine di questa preparazione non si hanno delle idee chiare su cosa si incontrerà , si è tremendamente prudenti, non si sa esattamente nulla. Ciò significa che finora ci si è occupati di tutto fuorchè dei problemi pratici di vita che si sarebbero dovuti affrontare al momento buono e che naturalmente erano sempre i più importanti. Ciò vuol dire anche che si ha il terribile dubbio , cosciente o no, che tutto quello cheè stato raccontato dai vari shelichim, tutto quello che abbiamo letto e appreso, tutto ciò che ci è stato scritto dai compagni già in Erez, non corrisponda affatto alla realtà e che ci sia perciò bisogno di vedere questa realtà coi propri occhi, di toccarla con le proprie mani, novelli S.Tomaso. Questo principio è decisamente assai pericoloso e mi meraviglio che Malkiel inspirando e aumentando i già esistenti dubbi per poter volgere la situazione a proprio favore, non veda tale pericolo grave per tutti. Inoltre poche parole vanno spese per dimostrare l’empiricità di tale presa di posizione e, sarei tentato di dire,la sua poca “scientificità”. Un luogo veramente neutrale dal quale poter giudicare la situazione cicostante, potrebbe essere solo forse un pallone frenato sospeso ad una determinata altezza, che andasse su e giù sulla santa terra. Ma voler giudicare se un oggetto è bianco o nero mettendosi proprio gli occhiali neri, mi sembra un’idiozia.”

Continuavo la mia lunga lettera parlando della presunta incompatibilità di carattere fra italiani e gli altri ebrei e dell’idea che sia impossibile andare dove di italiani non c’è l’ombra:

“Cos’è questo terrore delle posizioni chiare, questa paura di assumersi la responsabilità della scelta quando ormai gli elementi che conoscete sono più che sufficenti?”[43]

Il 1° novembre 1948 i due fratelli Zwi e Eldad Melauri di Trieste si imbarcarono a Venezia sulla nave Campidoglio , compirono la loro alyah insieme a Tina Cohen e scelsero di andare al kibbutz Nahshonim del kibbuz Artzì.Partirono insieme a un altro gruppo proveniente dalla stessa achsharà ma diretto a Givat Brenner, come voleva Malkiel.

In achsharà ero in contatto sopratutto con mio cugino Ruggero, o Iair, Minerbi, che cominciava a dirigere il giornale “Hechaluz” e ogni tanto mi chiedeva di scrivere un articolo o di tradurre una pubblicazionie. Nel febbraio 1949 riferivo un mio intervento al Circolo giovanile ebraico di Roma in una discussione su un articolo di Elia Ehrenburg:

“Sostanzialmente ho sostenuto che non vi è altro luogo nè altra possibilità materiale al mondo di essere lavoratori-proletari ed ebrei nel pieno senso delle due parole se non in Erez Israel. Naturalmente ho avuto illustri contradditori, tutti, nessuno escluso, molto accademici, campati in aria, non si accorgevano che in definitiva non risolvevano minimamente il problema della gioventù ebrtaica italiana e forse nemmeno credono di poterlo risolvere. Amos [Luzzati] ha avuto una notevole quanto deleteria influenza comunisteggiante su tipi relativamente in gamba. Il pericolo del bundismo,[44] si va sviluppando e diventando serio. E` il pericolo di fornire una soluzione ben più facile a tutti coloro che sono ancora in cerca di qualcosa di positivo, “combattere la lotta del proletariato dove vi trovate” è molto bello, ma in pratica non significa altro che “continuate la vostra sporca vita di borghesi finchè vi faccia comodo”.[45]

Il pericolo bundista fu ricepito da Ruggero, che mi scrisse:

”Ma oggi può fornire l’alibi proprio a quelli che più si vergognano di adattarsi anche formalmente alla realtà borghese, a quelli cioè che avrebbero potuto essere dei nostri. Aspettiamo un tuo scritto su questo argomento.”[46]

Intanto continuavo a mantenere i contatti con l’Hashomer Hazair, il partito sul quale si basava il kibbutz Arzì. Dopo le nutrite conversazioni a Roma con Yosef Goldenberg e con Maius, facente parte dalla Direzione (Haanhagà Haelionà) in Israele, mi scrissero l’8
dicembre 1948 per invitarmi a intensificare la mia azione in faore del kibbutz Arzì.[47] Risposi qualche settimana dopo spiegando di essere molto occupato nella mia attività principale e quindi di non poter assumere ulteriori responsabilità. Promettevo di dedicare ogni ora libera al movimento come avevo fatto fino ad allora e aggiungevo:

“Credevo che la questione di concentrare i haluzim italiani in un solo sito, avesse trovato la sua soluzione nel 1947 quando fui inviato dal kibbutz Arzì al garin di Eilon poi trasferito a Ruhama. Nel mese di novembre 1948 sono arrivati in Israele i fratelli Melauri e voi li avete mandati al kibbutz Nahshonim. Non mi è chiaro quale sia il vostro progetto per riunire i haluzim italiani, se a Ruhama, a Oghen o a Nahshonim? E’ evidente che dato il nostro numero piccolo potremo riuscire ad agire nella diaspora solo se saremo uniti e compatti in Israele. (…) E’ giunto il momento di offrire ai haluzim italiani un posto in Israele che sia fissato come loro luogo di accoglienza..”[48]

La risposta della direzione dell’Hashomer Hazair fu negativa. Essa scriveva:

“Non potremo riunire la nostra alyah dall’Italia in un solo posto, poichè [ gli haluzim] non arrivano insieme, e in mancanza di legami sociali stretti è importante ricevere da te i dettagli sulla alyà che sta per arrivare, ed in conformità faremo i nostri programmi. In mancanza di notizie precise abbiamo le mani legate. “[49]

Questo palleggiamento burocratico delle responsabilità mi innervosiva, e a mio parere  era del tutto sbagliato. Intanto, a vari livelli, l’Hashomer Hazair insisteva perchè io rimanessi in Italia come sheliah del partito avendo sentito che stavo per finire la mia missione ufficiale. Maius, una delle massime autorità, che rappresentava il partito a Praga, mi scrisse dicendomi:

“So fin dal nostro incontro dell’anno scorso che vorresti molto tornare in Israele al tuo kibbutz. Ciononostante ti chiediamo di mobilitarti per l’azione di partito per un certo periodo”.[50]

Il mese successsivo ricevetti una lettera della Direzione da Merhavia che mi invitava nuovamente a rimanere in Italia nonostante le mie difficoltà, poichè conosceva l’italiano e avevo contatti importanti in seguito al mio compito precedente.[51]

Poche settimane prima di imbarcarmi per tornare in Israele, scrissi ancora alla Direzione dell’Hashomer Hazair in risposta alle varie lettere ricevute. Scrissi che ero spiacente, ma non potevo accettare la loro proposta di rimanere in Italia come inviato del partito, pur apprezzando l’impoortanza del compito proposto. Ritenevo infatti di essere stato troppo poco tempo in Israele, solo nove mesi; aggiunsi di essere convinto di poter essere utile anche da Israele con la conoscenza che avevo acquisito degli haluzim italiani. Tenevo conto degli interessi del movimento ed esprimevo la mia sicurezza che l’arrivo in Italia di Yohanan D’Ancona sarebbe stato molto utile specialmente in quell’estate precedente alla partenza in alyah di un altro gruppo di haluzim.[52]

A Roma andai da Ariè Oron, console d’Israele, e da Nahum, che stava per diventare cassiere della Jewish Agency in Italia, per chiedere e ottenere dei fondi per Tel Broshim
Il 21 Aprile 1949 scrivevo a Tel Broshim:

“In linea di massima si sente parlare di voi sopratutto quando piangete e bussate a quattrini, mentre il terreno deve essere preparato da un’azione continua di spiegazione e propaganda per lo meno entro gli stessi enti ebraici.”

Attiravo l’attenzione su alcuni opuscoli in ebraico che potevano essere tradotti in italiano poichè contenevano interessanti discorsi al Parlamento israeliano (Kenesset).

”Ho pensato ad una forma quaderno-supplemento del giornale, vale a dire un foglio in più che va piegato in due a mo’ di opuscolo”.[53]

La discussione principale verteva sulla destinazione finale in Israele degli haluzim che terminavano il loro periodo di achsharà. Così il 22 maggio Iair mi scriveva da Tel Broshim per annunciarmi che cinque giovano stavano per partire e avevano deciso di andare a Nachshonim, dove era probabile che Eldad potesse occuparsi dei futuri nuovi arrivati.[54]

Tre giorni dopo davo un resoconto dettagliato della mia attività: inviavo una lista di documenti medici necessari per ogni candidato alla alya, lanciavo qualche idea pubblicitaria per la diffusione del quindicinale “Hechaluz”, promettevo un mio articolo sul progetto di austerità in Israele e giungevo poi al nocciolo della questione, ossia alla destinazione del gruppo dei cinque ragazzi. Scrivevo a questo proposito:

“Faccio presente che tutta la questione della sede definitiva del garin (gruppo) italiano nel kibbutz Artzì, non è stata ancora decisa e mi propongo di arrivare a qualche cosa di positivo in merito al più presto. Tale questione d’altra parte potrà trovare una soluzione migliore con la presenza materiale dei nostri Haverim colà (…) E’ inutile e dannoso dividere i nostri olim in dieci gruppetti per la ricerca della perfezione. Siamo ancora molto pochi; cerchiamo di tenere duro fino a quando non saremo un numero decente (ed abbiamo tutte le probabilità di arrivare a tale numero molto rapidamente) e poi avremo tutte le vie aperte davanti a noi”.[55]

Su questa scia, quando tre haverim- Meir, Meshulam e Reuben- stavano per andare in Israele ai primi di agosto, io scrissi loro anche a nome del kibbutz Artzi chiedendo loro di rinviare di due mesi la loro partenza per poter arrivare tutti insieme in ottobre.[56]

Alle volte osavo salire in cattedra per dare una modesta lezione. Ecco quanto scrivevo ai primi di luglio a Corrado Vivanti, ottimo elemento che si era aggregato all’achsharà:

“Sono lieto che la mia visita abbia lasciato se non altro discussioni. La cosa più importante è suscitare interesse intorno a queste questioni fondamentali. Bisogna che ogni haver senta un maggior senso di responsabilità; che non aspetti l’intervento paternalistico dell’alto dei grandi e dei sapienti nè nella propria preparazione culturale nè tanto meno nella decisione che influenzerà tutta la sua vita; che capisca che il destino suo e in parte anche quello degli altri è anzitutto nelle sue mani e non in quelle di un’astratta mazkirut [segreteria]. Insomma suscitare un maggiore interesse del singolo nelle questioni sociali come tali. In tutto questo il vostro compito è molto grande. Voi dovete studiare più degli altri per sapere di più e per potere insegnare a coloro che non sanno; dovete avere l’orgoglio delle vostre idee e non dovete vergognarvi di propagandarle; dovete indirizzare gli altri praticamente alle letture più adatte e più formative; dovete voi rendere il maggior numero di persone direttamente corresponsabili dei vari lavori di mazkirut.”[57]

Dopo una breve convalescenza per un’operazione di appendicite che avevo subito qualche giorno prima, mi imbarcai sul Grimani a napoli il 10 agosto 1949, diretto a Haifa in Israele. Andai subito a Ruhama e accanto a Haifa notai la tendopoli di Shaar Alyà; nel pomeriggio a Ruhama parlai col segretario del Kibbutz e gli dissi che bisognava agire subito per portare a Ruhama nuovi immigrati dal Nord Africa. Riuscii a raccogliere tre gruppi ma alla fine se ne andarono. Riferii a Tel Broshim i primi risultati dei miei rinnovati contatti con la Jewish Agency a Gerusalemme e col kibbutz Artzi. Su quest’ultimo scrivevo:

“Ho esposto la situazione dei futuri olim [immigrati] di ottobre. Ruhamain in particolare è dispostissima ad accogliere un gruppo anche piccolo di chaverim italiani sia perchè il kibbutz è in fase di forte sviluppo, sia perchè ormai se ne sente parlare da un pezzo qui. Noi [Sergio, Zvi, Eldad] siamo convinti che questo kibbitz sia il più adatto a ricevere i cheverim italiani attualmente a S. Marco, per molte ragioni. [Ruhama] è un kibbutz relativamente giovane, fondato cinque anni fa che presenta il vantaggio di unire un meshek [azienda] abbastanza organizzato a numerose possibilità di creare ancora qualcosa di nuovo. Anche dal punto di vista hevrà [societario] accanto ai chaverim anziani sui 34 anni, vi sono ora altri due gruppi, uno sui 27 ed uno (il mio) sui 22. A noi sembra difficile trovare un altro kibbutz che possa accogliere un gruppo così eterogeneo sia per età che per preparazione, e possa contemporaneamente dare una buona achsharà [preparazione] per il lavoro ed anche la possibiltà di portare un contributo ai vari rami. […] Per potersi rendere conto della reale situazione i cheverim Melauri sono venuti in visita a Ruhama. Nonostante sia loro difficile di lasciare oggi il loro kibbutz Nachshonim, siamo arrivati alla conclusione che sia necessario riunirsi tutti e tre in un unico luogo per consentire la migliore accoglienza dei futuri olim. Essi si trasferiranno perciò a Ruhama nei prossimi giorni.”

Potevo infine proporre un kibbutz unico in Israele per il kibbutz Artzi eliminando dalla lista Nachshonim e ottenendo per i futuri arrivati una giornata di studio settimanale dedicata alla lingua ebraica.[58]

Qualche giorno dopo, spiegavo in una lunga lettera a Iair che il kibbutz Nachshonim aveva avuto dei guai poichè la parte belga era in effetti polacca e difficilmente si armonizzava col gruppo proveniente dall’Egitto.

Solo negli ultimi giorni erano arrivati alla loro sede definitiva che però invece di essere nel Neghev si trovava al centro del paese accanto a Petach Tikwà. I fratelli Melauri avevano avuto successo a Nachshonim ma erano disposti a venire a Ruhama solo a condizione che in seguito venissimo anche noi. A questo proposito mi ripromettevo di andare ancora una volta a Tel Aviv per parlare con la direzione del kibbutz Artzi. Poi mettevo in guardia il gruppo di Tel Broshim contro eventuali illusioni e scrivevo:

“Mi sento in dovere di dirti che troverete il kibbutz in generale(e perciò anche, seppure in diversa misura, quelli giovani e quelli del kibbutz Artzi) più “borghese” di quello che vi aspettate. Io credo che lo sbaglio sia nostro poichè ci siamo costruiti un’immagine ideale del kibbutz, un “concetto” quale non esiste in realtà. Quando Malkiel, e forse anche Sergio, parlavano del kibbutz e i loro occhi luccicavano di nostalgia, essi erano in perfetta buona fede ma parlavano del kibbutz come lo desideravano, magari proiettandolo nel futuro, ma non come è in effetti oggi. Dico questo perchè non vi facciate illusioni infondate. Il kibbutz è certo-secondo me- il sistema di vita migliore finora attuato in tutto il mondo. Ma esso è sopratutto una collettività di uomini che sono lontani dall’essere perfetti e che è illusorio di rendere perfetti nel giro di una generazione. Noi crediamo generalmente che i valori culturali siano giustamenti valutati in kibbutz. Ciò è falso in misura notevole. Il kibbutz è anzitutto una collettività di operai che hanno come meta comune una comune costruzione; la base è fondamentale un’unione economica. Noi particolarmente crediamo che questa unione da sola non sia sufficiente e abbiamo voluto un’unione ideologica, che approfondisca e garantisca l’unione economica. Tutto ciò però significa che riesce in kibbutz chi riesce nel lavoro. Dal punto di vista culturale egli è apprezzato solo in misura che egli riesca a dare qualcosa della sua cultura agli altri dopo una giornata di buon lavoro. In pratica noi ex studenti dobbiamo ben ricordarci che siamo qui soprattutto per lavorare e che la nostra “cultura” può aver valore solo in misura che essa sia intesa come complementare.

Un’altra illusione accettata o luogo comune, è che più o meno le cose siano ben fissate e note, e che perciò ognuno riceva in misura prestabilita o nella misura che gli è dovuto ciò che deve ricevere. Anche ciò non è esatto. La lotta fra uomo e uomo che in città assume proporzioni enormi e talvolta tragiche, per un posto di lavoro o talvolta per un pezzo di pane, esiste anche in kibbutz. Naturalmente in misura totalmente diversa senza alcuna tragicità. Ma tuttavia esiste, ciò significa che bisogna generalmente lottare per ottenere quelle stesse cose che ti aspettano, che bisogna spesso lottare per convincere gli altri chaverim a fare cose necessarie. È bene ricrdarti di questa realtà, il che vuol dire che invece di arrabbiarti perchè non ti “hanno”dato quella determinata cosa, bisogna insistere e magari protestare a voce alta per ottenerla. Si parla inoltre molto negli ultimi tempi di un certo imborghesimento del kibbutz. Il kibbutz non rinuncia ad alcuno dei suoi principi fondamentali: uguale lavoro per ognuno, la coscienza del chaver è al posto di una legge scritta, nessuna differenza tra chaver e chaver, nessuno sfruttamento del lavoro altrui. D’altra parte però ci si accorge che ogni singolo chavr ha delle necessità che non si possono disconoscere e alle quali bisogna provvedere […]. I chaverim di Ruhama avranno quest’anno le prime camere coi servizi annessi, dopo quindici anni che sono in kibbutz.”

Credo di aver identificato con precisione le divergenze fra la realtà del kibbutz e le nostre illusioni, ed esponendole ai futuri immigranti volevo evitare l’urto con la realtà. L’ultima lettera di Iair da Tel Broshim è del 4 ottobre 1949 e ritengo perciò che tutto il gruppo sia partito per Israele qualche giorno dopo. Il gruppo in questione con Iair e Corrado De Benedetti fu accolto a Ruhama con notevole successo. L’anno successivo venne a Ruhama un nuovo gruppo provenienta da Tel Broshim, in seno al quale si era discusso a lungo se andare a Carmia, kibbutz appena arrivato alla sua sede definitiva, o a Ruhama. Nel nuovo gruppo c’erano Corrado Vivanti, Izhak e Ilana Heller, Laura e Daniele Nahum, che arrivarono a Ruhama nella seconda metà del 1950. il 15 agosto 1950 mi sposai a Ruhama con Hanna Wertheimer del gruppo Eilon.

Concludo a questo punto la storia del movimento Hechaluz in Italia quale io l’ho vissuta. Credo che l’immigrazione dall’Italia sia stata importante sebbene scarsa di numero. Essa era dovuta alle circostanze eccezionali esistenti dopo l’occupazione nazista, le deportazioni di molti ebrei italiani, e infine la Liberazionecon la magnifica avventura dell’alyà beit. Il kibbutz quale fenomeno nazionale israeliano è profondamente cambiato e in alcuni casi si è privatizzato. Ciò è dovuto secondo me al fatto che mentre prima della fondazione  dello Stato d’Israele il kibbutz aveva svolto funzioni vitali come base avanzata dell’Haganà, coi campi di addestramento per il Palmach, o per assicurare l’approvvigionamento in viverei delle città, con la fondazione dello Stato esso perse quasi tutte le sue funzioni. Fu rimpiazzato dal governo e dall’esercito (Zahal) oppure non fu all’altezza della situazione come nell’accogliere i nuovi immigrati provenienti dai paesi arabi, che io tentai invano di portare a Ruhama. In alcuni casi, questo o quel kibbutz sono stati travolti da una crisi economicaprofonda, mentre in altri casi, che rimangono l’eccezione, il kibbutz riesce a rendere i suoi haverim partecipi di una ricchezza notevole fornita da qualche fabbrica locale. La giovane generazione se n’è andata, e talvolta alcuni di loro tornano non più come membri del kibbutz ma come esterni che si costruiscono la loro casa nella stessa località. Tutto ciò non sarebe tragico se non ci fossero alcuni casi di povertà estrema tra i veterani. Il sogno si è infranto. Personalmente ne trassi le conseguenze, e lasciai il kibbutz alla fine del 1956 con mia moglie e una figlia di tre anni.


[1] Efraim E. Urbach, “L’inizio dell’opera di assistenza ai profughi da parte delle unità ebraiche palestinesi nell’Italia del sud e a Roma. Note di Diario, in Daniel Carpi, Attilio Milano, Umberto Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni, Saggi sull’Ebraismo Romano, Fondazione Sally Mayer, Milano-Gerusalemme 1970, pag. 303 (in ebraico).

[2] Id. War Journals, Diary of a Jewish Chaplain from Eretz Israel in the British Army, 1942-44, Misrad Habitahon, Tel Aviv 2008(in ebraico), p.274 e 281-2, Sul salvataggio cfr. Sergio I.  Minerbi, “La diplomazia italiana e il salvataggio di ebrei e polacchi”, in  Nuova Storia Contemporanea, 12, 2008, 2, pp.13-32..

[3] Yoel Barromi, “Con l’Hechaluz a Roma nel 1945”, in Anita Tagliacozzo (a cura di) , Sulle orme della rinascita, Cronaca e memorie del Movimento ‘Hechaluz’ Italiano dal ’44 al ’54, LITOS, 2004 ,p.34..

[4] Yaakov Foà, “La mia attività tra i giovani”, in Tagliacozzo( a cura di) Sulle orme della rinascita,cit.,p.46.

[5] Giorgio Piperno, Perchè non possiamo non essere sionisti, in Id., Ebraismo, Sionismo, Haluzismo, Carucci, Assisi-Roma 1976, p.58.

[6] Daniel Carpi, “Il movimento sionistico” in Corrado Vivanti (a cura di), Gli ebrei in Italia. Dall’emancipazione a oggi, Einaudi, Torino 1997, p. 1355.

[7] Da una conversazione con Eliezer Halevy in  Francesco del Canuto, “La ripresa delle attività sionistiche e delle organizzazioni ebraiche alla Liberazione (1944-1945)”,in “La Rassegna Mensile di Israel”, 1-3, 1981, p.182.

[8] Giorgio  Piperno,”Vita giovanile ebraica durante le leggi razziali e dopo la liberazione della città” in Carpi,Milano, Nahon (a cura di), Scritti in memoria di Enzo Sereni, cit., p. 306.

[9]Robert G. Weisbord, Wallace P. Sillanpoa, The Chief Rabbi, The Pope, and the Holocaust
An Era in Vatican-Jewish Relations, Transaction, New Brunswick 1992,p. 231.

[10] Sergio I. Minerbi, Un ebreo fra D’Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci, Roma 1992, p. 150.

[11] Carpi, Il movimento sionistico, cit, p. 1357.

[12] Mario Toscano, La “porta di Sion”, L’Italia e l’immigrazione clandestina ebraica in Palestina (1945.1948), Il Mulino, Bologna 1990. Cfr. anche Yehuda  Bauer, Flight and Rescue:Brichah, Random House, New York  1970.

[13] L’American Joint Distribution Committee era un’organizzazione di assistenza ebraica americana che svolse una vasta attività nell’Italia dell’immediato dopoguerra.

[14] Cfr. Malkiel Savaldi ,”Da Cevoli organizzai l’emigrazione clandestina”, in Tagliacozzo (a cura di),Sulle orme della rinascita, cit.,p.180. Secondo varie lettere, Malkiel arrivò dopo il 9 aprile 1945 e prima del 24 dicembre 1945.

[15] Francesco Del Canuto, La ripresa delle attività sionistiche e delle organizzazioni ebraiche alla Liberazione (1944-1945), in La Rassegna mensile di Israel,1-3,1981, pp.174-225

[16] Archivio privato Minerbi(d’ora in poi APMI)- Sergio Minerbi, Chanuccà, in “Dapei Hechaluz”, 1° dicembre 1945, p.1

[17] Itzhak S. Minerbi, “Fra le Autorità Italiane e i profughi ebrei negli anni 1944-1948” (in ebraico), in Liber Lush e Avraham Tori, Netivey Hazalà wehaapalà, Hamerkaz Lagolà beItalia (Le vie della salvezza e dell’alyà illegale, il Merkaz Lagolà in Italia) , 1944-1948, Tel Aviv, 1986, pp.22-23.

[18] Carpi, il movimento sionistico,cit., p. 1367.

[19] Corrado Vivanti, “Ricordi di Hechaluz, Eravamo giovani ebrei sionisti socialisti”, Hakeillah,5, Dicembre 2003(http://hakeillah.com/5_03_36.htm).

[20] Enzo Sereni, La questione ebraica, Hechaluz, Roma 1946.

[21] Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Malkiel Savaldi (Milano), del 15 maggio 1946, dall’archivio privato di Michele Tagliacozzo, che ringrazio.

[22] La Redazione, “Presentazione”, Hechaluz, 1 giugno 1946,(www.hakeillah.com/5)

[23] APMI, Lettera di Sergio Minerbi (da Roma) a Emilio e Malchiel, 12 Ottobre 1946.
[24] APMI,Hechaluz, Circolare N. 9, 16 ottobre 1946, ciclostilata.

[25] APMI, Lettera di Luciano (Milano) a Sergio (Roma), 5 febbraio 1947.

[26]APMI,Lettera di Sergio (Roma) a Emilio e Malchiel (Milano) del 12 ottobre 1946.

[27] APMI,Lettera di Amiel (Milano) a Sergio (Roma) del 2 dicembre 1947

[28] APMI, Circolare stampata di quattro  pagine, datata Genova 1 Dicembre 1946, con i nomi del Comitato e dei fiduciari nelle varie città e alcune informazioni sul campeggio.

[29] APMI, Lettera di Amiel (Milano) a Sergio (Roma) del 30 novembre 1946.

[30] APMI,Lettera di Amiel (milano) a Sergio (Roma) del 8 dicembre 1946.
[31] Sergio I. Minerbi, La neghev si è chiusa, in Hechaluz, 20 febbraio 1947

[32] Cfr. anche in versione più succinta, Id., Un ebreo fra D’Annunzio e il sionismo., cit., pp.208-9.

[33] APMI, Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Malkiel Savaldi, 17 luglio 1947. Cfr. anche lettera di Giorgio Piperno (Roma) a Mazkirut Merkazit (Tel Broshim), 16 luglio 1947.

[34] APMI,  Lettera di Malkiel Savaldi (Selvino) a Giorgio Piperno (Roma), 21 luglio 1947.

[35] APMI,  Lettera di Sergio Mierbi (Roma) a Malkiel Savaldi (Selvino), 24 luglio 1947.

[36] APMI- Lettera di Zwi Melauri (Tel Broshim) a Sergio-Izhak (Roma),30 giugno 1948.

[37] APMI- Lettera di Sergio (Roma) a Zwi (Tel Broshim), 2 luglio 1948.

[38] APMI- Lettera di Sergio (Roma) a Emilio o a Corrado(Tel Broshim),  20 luglio 1948.

[39] APMI- Lettera di Zvi Melauri (Tel Broshim) a Izhak Minerbi (Roma), 4 settembre 1948.

[40] APMI- Lettera di Izhak Minerbi (Roma) a Zvi Melauri (Tel Broshim), 8 settembre 1948.

[41] APMI- Lettera di Corrado De Benedetti (Tel Broshim) a Izhak Minerbi (Roma), 15 settembre 1948.

[42] APMI- Lettera di Zvi Melauri (Tel Broshim) a Izhak Minerbi (Roma), 18 settembre 1948.

[43] APMI- Lettera di Izhak Minerbi (Roma) a Zvi Melauri (Tel Broshim), 29 settembre 1948.

[44] Il Bund era un partito marxista sorto in Polonia fra le due guerre mondiali, nel quale si parlava Yiddish. Era fortemente antisionista e indusse molti ebrei a rimanere in Polonia anche quando avrebbero potuto andare in Palestina e salvarsi dallo sterminio successivo.

[45] APMI- Lettera Izhak Minerbi (Roma) a Ruggero Minerbi (Tel Broshim), 8 febbraio 1949

[46] APMI- Lettera di Ruggero Minerbi a Sergio Minerbi (Roma), 13 febbraio 1949.

[47] APMI- Lettera di S. Swartz dell’Haanhagà Haelionà (Merhavia) a Izhak Minerbi (Roma), 8 dicembre 1948

[48] APMI- Lettera di Izhak Minerbi (Roma) a Haanhagà Haelionà (Merhavia), 8 febbraio 1949.

[49] APMI- Lettera di Shlomo Swartz (Merhavia) a I. Minerbi (Roma), 16 marzo 1949.

[50] APMI- Lettera di Yaakov Maius (Praga) a I. Minerbi (Roma), 19 aprile 1949.

[51] APMI- Lettera di Haim Holz (Merhavia) a I. Minerbi (Roma), 21 maggio 1949.

[52] APMI- Lettera di Izhak  Minerbi (Roma) a Haanhagà Haelionà (Merhavia), 12 luglio 1949.

[53] APMI- Lettera di S. Minerbi (Roma) a Tel Broshim, 21 aprile 1949.

[54] APMI- Lettera di Iair Minerbi (Tel Broshim) a Sergio Minerbi (Roma), 22 maggio 1949.

[55] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Ruggero Minerbi (Tel Broshim), 25 maggio 1949.

[56] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Meir, Meshulam, Reuben (Tel Broshim), 27 luglio 1949.

[57] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Roma) a Corrado Vivanti (Tel Broshim), 8 luglio 1949.

[58] APMI- Lettera di Sergio Minerbi (Ruhama) a Tel Broshim, 10 settembre 1949.

Giulio Schiavoni e Guido Massino, Verso una terra “antica e nuova”, Culture del sionismo (1895-1948), Carocci, Roma, marzo 2011.