Germania indifferente seppure molto colta | Kolòt-Voci

Germania indifferente seppure molto colta

Franco Debenedetti

Il designer John Gallano che esalta le camere a gas, l’attore Charly Sheen che chiama il suo manager «maiale ebreo», il leakileader Julian Assange che accusa gli ebrei di avere complottato per la sua estradizione, il gruppo pop giapponese che va in onda con la svastica al braccio: non sono vaneggiamenti etilisti, perdita di controllo, stravaganze. Se proprio «nello star system il rancore antisemita non è più tabù» (P.G. Battista, «Il Corriere della Sera», 4 marzo) è perché chi svaria su questo registro sa, o per istinto o per cinismo, di poter contare su un diffuso consenso. Generalizzazioni arbitrarie? Timori ingiustificati? Non si direbbe, se proprio in questi giorni Benedetto XVI ha ripudiato l’accusa di deicidio che da secoli veniva mossa agli Ebrei, e che è stata all’origine di tanto sangue.

Il saggio di Arnaldo Benini Thomas Mann. Jakob Wassermann e la questione ebraica (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2010) illustra, con dovizia di citazioni, come ben prima del delirio nazista l’antisemitismo fosse un sentimento rigoglioso e diffuso in Germania, quali “argomenti” e toni circolassero prima di diventare linguaggio ufficiale. Wassermann, oggi quasi del tutto dimenticato anche in Germania, era negli anni 10 e 20 il romanziere forse di maggior successo, amico di Thomas e Heinrich Mann, Hugo von Hofmannsthal, Arthur Schnitzler, Walter Rathenau. Nel 1921, nel momento della sua massima popolarità, Wassermann scrive Il mio cammino di tedesco e di ebreo, la sua autobiografia, dedicandola a Ferruccio Busoni. A 48 anni, insolita età per scrivere autobiografie, Wassermann sente l’impellenza di scrivere il resoconto di quanto egli, ebreo e tedesco, aveva vissuto e sopportato. Appena uscito il libro, Thomas Mann, che all’epoca stava scrivendo la Montagna magica, scrive all’amico manifestando una certa incredulità: «Le cose stanno in realtà proprio così?», «la Germania, cosmopolita come essa è … dovrebbe essere proprio essa il terreno più idoneo a fare attecchire l’albero dell’antisemitismo?». Mann non era e non fu mai un antisemita: ma preso dal suo egocentrismo non avvertiva le difficoltà e le angosce degli altri; per lui solo un ebreo ipocondriaco poteva pensare che la Germania fosse antisemita. Nella risposta di Wassermann c’è il dolore per l’incapacità dell’amico di vedere una realtà per lui evidente: pur non avendo mai subito violenze ed espropri, dando significato a quel che avveniva nella vita di ogni giorno, egli avvertì come pochi altri l’approssimarsi della catastrofe. Wassermann chiede a Mann «con quale senso del diritto» l’esercito escluda gli ebrei dalle carriere militari, lo Stato dalla magistratura e dalle cattedre, lo sfida a guardare «nella ininterrotta e lacerante sofferenza esistenziale … nell’orgoglio calpestato, nello sfrontato rigetto dei diritti umani e politici»; per Mann lo stesso successo letterario dell’amico è la dimostrazione che «la Germania non è solo una potenza fisica, ma è soprattutto un grande evento spirituale». L’ebreo col naso adunco, lo sguardo grifagno, le unghie rapaci era in quegli anni il soggetto di iconografie riprodotte su chincaglierie estremamente popolari (perfino sul fondo dei recipienti igienici dell’epoca); Mann guardava alla Kultur tedesca e si diceva certo che questa l’avrebbe protetta dal male dell’antisemitismo.

A partire da quello scambio epistolare, Benini ricostruisce come ideologia e indifferenza nella Germania tra gli ultimi decenni del l’800 e l’avvento del nazismo abbiano fatto evolvere i problemi di una non facile convivenza nell’orrore della soluzione finale.

Richard Wagner era un rabbioso antisemita, odiava Meyerbeer e Mendelssohn, scriveva della «ripugnanza spontanea che suscita in lui la personalità e l’indole ebrea»; grazie anche al contributo del genero Houston Chamberlain, Bayreuth divenne il centro di un antisemitismo virulento; per Wassermann la «sproporzione tra il Wagner germanofilo e il Wagner musicista» è rivelatrice di quanto «la storia dell’antisemitismo sia un pezzo rilevante di storia culturale tedesca».

Furono proprio personaggi come Chamberlain a diffondere una versione semplificata del famoso (e fumoso) saggio di Arthur de Gobineau Sur l’inégalité des races humaines: rivolto contro «i neri e i gialli», fu fatale agli ebrei europei per il concetto di razza come caratteristica indelebile di ogni persona. Fu l’influenza di quel libro a trasformare lo Judenhass (odio per gli ebrei), in Antisemitismus, l’avversione all’ebreo nella convinzione che di loro ci si libera solo sterminandoli.

Il termine è del 1879, lo si deve a Wilhelm Marr, socialista radicale, seguace di Feuerbach, simpatizzante di Mazzini, ebreo per parte di padre. Era socialista l’economista berlinese Eugen Dühring secondo cui «gli ebrei hanno combattuto per la libertà economica … ma l’hanno fatto solo per scopi egoistici o monopolistici». Insegnava invece all’Università di Berlino, «il reggimento intellettuale della Casa Hohenzollern», Heinrich von Treitschke, descritto come «più fanatico che storico». Era conservatore Thomas Mann: ma chi seppe descrivere come nessun altro il disfacimento morale della borghesia europea e tedesca, non ebbe la lucidità di prevedere l’avvento del nazismo. Proprio nella Kultur che avrebbe dovuto rendere la Germania immune dall’antisemitismo, c’erano gli elementi che, svuotati della loro ricchezza metaforica, massificati e stravolti a progetto politico, l’avrebbero travolta.

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thomas mann, jakob wassermann e la questione ebraica Arnaldo Benini

Edizioni Storia e Letteratura, Roma pagg. 144|€ 18,00

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