L’idillio degli ebrei con il regime fascista prima delle leggi razziali | Kolòt-Voci

L’idillio degli ebrei con il regime fascista prima delle leggi razziali

CONTROMEMORIA Profondamente assimilati e incapaci di capire l’antisemitismo insito anche negli elogi («Un ebreo era quello che ci voleva alle Finanze») molti ebrei italiani aderirono entusiasticamente al regime che li avrebbe prima emarginati e poi mandati a morte, ma furono dimenticati dalla storiografia della Shoah per convenienza

Giovanni Cecini

Se il protagonista del temporaneo arresto delle Camicie nere era stato un ebreo (Maggiore Generale Emanuele Pugliese che fermò la Marcia su Roma NdR), ciò non significa che non vi fossero suoi correligionari sull’altra sponda, anzi 230 furono gli israeliti (227 italiani e 3 stranieri) che ottennero il brevetto della «marcia su Roma» – incerta risulta la loro reale presenza – e 746 erano quelli che risultavano allora iscritti al Partito Nazionale Fascista oppure al Partito Nazionalista, che si fusero nel marzo del 1923.

Dal 1922 in poi molti furono gli ebrei che rivestirono incarichi di non secondario rilievo all’interno dell’amministrazione fascista: Aldo Finzi (israelita d’origine e battezzato), ufficiale pilota della squadriglia «Serenissima» con D’Annunzio su Vienna, fu sottosegretario agli Interni e poi vicecommissario alla stessa Aeronautica, il prefetto Dante Almansi fu promosso vicecapo della polizia, Maurizio Rava vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della Milizia, Guido Jung, già deputato, diventerà nel 1932 addirittura ministro delle Finanze, perché «un ebreo era quello che ci voleva alle Finanze».

Lo stesso Adolf Hitler negli anni Venti si sentì di giustificare nei suoi libri il «fiosemitismo» del maestro Mussolini, perché congeniale alla realtà italiana. Questo idillio non sembrava essere minacciato da episodi minori di antisemitismo di matrice cattolica o nazionalista, presenti anche nelle forze armate, come il caso di un sacerdote che durante una celebrazione fatta a Roma nel dicembre del 1924 a un gruppo di reclute si profuse in una predica ricca di fanatismo antiebraico.

Si può comunque affermare che tali sporadici episodi non modificarono il sostanziale accordo tra regime e comunità e per il momento non facevano sospettare nulla di tragico, perché il fascismo, anche dopo i Patti Lateranensi del 1929, benché confermasse quella cattolica come religione di Stato, non mostrò comportamenti ostili nei confronti degli ebrei in quanto tali. Un esempio fu l’equiparazione del rabbino al sacerdote cristiano come ufficiale di stato civile per la celebrazione del matrimonio.

Di conseguenza non bisognerebbe dare nemmeno troppo peso al rifiuto di Mussolini di acconsentire al matrimonio misto della figlia Edda, che voleva sposare l’ebreo Dino (Davide) Mondolfi, figlio di un colonnello dell’esercito. Tale diniego appare motivato più dall’ufficialità politica – accettare queste nozze lo avrebbe fatto sfigurare di fronte agli ambienti vaticani e alla stragrande maggioranza degli italiani cattolici, proprio nel periodo del Concordato – piuttosto che dal timore di imparentarsi con degli ebrei. In quel periodo i suoi veri «peggiori nemici» erano gli oppositori al regime e gli esuli politici antifascisti, non certo gli israeliti tout court. Mussolini «assunse le informazioni necessarie, vi trovò buone ragioni, e non soltanto razziali (di razzismo non si parlava nemmeno)». Infatti Raffaello Mondolfi, eventuale consuocero del Duce, benché insieme alla moglie Lidia durante la Grande Guerra avesse partecipato ad azioni di spionaggio contro gli austriaci, appariva sospetto perché ancora nel 1929 si era astenuto dall’aderire al fascismo, non tanto perché ebreo.

Anche la nuova legge sulle comunità fu accolta con profonda soddisfazione da parte dell’ebraismo italiano; infatti non scaturì da un atto unilaterale del regime, ma da un’esplicita richiesta del Consorzio delle comunità. La normativa appena varata, nella logica di accentramento fascista, rappresentava sia il compimento giuridico della «nazionalizzazione» delle istituzioni israelitiche sia la loro sprovincializzazione, essendo in precedenza legate a normative locali. In questo modo se da un lato si creava un vincolo, perché si stabiliva un controllo prefettizio sulle nuove 26 comunità, dall’altra queste recuperavano un forte legame tra loro, con l’istituzione dell’Unione delle comunità israelitiche italiane (UCII), organo preposto alla sinergia e all’indirizzo comune dell’ebraismo nazionale.

Tratto da:

Giovanni Cecini, I soldati ebrei di Mussolini, Mursia 2008