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Eco problematico

Ancora sul libro di Umberto Eco “Il cimitero di Praga”

Riccardo Di Segni

Tequ, in aramaico, significa “lascia stare”. Nel Talmud è il termine tecnico che compare, inatteso, alla fine di alcune domande. Si fa una domanda, si propone una prima risposta, se ne propone un’alternativa (preceduta da: “o forse…”) e poi, quando ci si aspetterebbe una discussione, arriva tequ, che vuol dire che non c’è possibilità di scegliere e la domanda resta senza risposta. O forse la risposta ci sarà, ma solo quando arriverà il Messia. Il problema che discutiamo ora, e che qui e altrove solleverà un polverone di polemiche, sembra rientrare nella categoria talmudica dei tequ, anche se qualcun altro prenderà posizioni più possibiliste e altri invece pronunceranno serie condanne.

Il problema è quello dell’ultimo libro di Umberto Eco, Il cimitero di Praga, in arrivo in libreria, che promette di essere un best seller. Migliaia, o forse centinaia di migliaia di lettori, si delizieranno o si annoieranno a leggere la lunga biografia inventata di un falsario piemontese.

Nato nel 1840, nipote di un reazionario, questi viene educato privatamente a casa da precettori gesuiti, si laurea in legge, è misogino e asociale. Rovinato da un notaio falsario è costretto a entrare a lavorare nel suo studio, dove apprende con diligenza le tecniche di falsificazione dei documenti. Questo gli apre la strada di collaboratore dei servizi segreti piemontesi, che a un certo punto lo scaricheranno, esiliandolo in Francia e mettendolo in contatto con i colleghi francesi. Nella veste di spia e falsario il protagonista sarà presente – dietro la scena – ai maggior fatti storici dell’Ottocento. Simonini, questo il cognome, riuscirà a farsi una fortuna giocando sul tema del complotto, rielaborando in continuazione e vendendo progetti di conquista del potere da attribuire a vari gruppi e sette.

Iniziando dai gesuiti, passando per i massoni e non lasciando mai gli ebrei. Mentre le accuse contro i gesuiti, massoni, adoratori del diavolo e quant’altro le usa per lucrare su commissione di questo o quel governo, le sue operazioni diffamatorie contro gli ebrei gli nascono da una vocazione, una missione, inculcatagli dal nonno fin dall’infanzia. Il libro di Umberto Eco spiega dunque con questa biografia inventata – ma non sono inventate tutte le circostanze e i segmenti che compongono la storia – i meccanismi che vengono usati per creare falsi e propalare ad arte accuse micidiali contro un gruppo che si vuole combattere. Riguardo agli ebrei, nel piccolo il buon Simonini darà un supporto tecnico decisivo al caso Dreyfus; più in grande, con effetti micidiali nel quarantennio successivo, sarà il principale estensore dei protocolli dei Savi Anziani di Sion.

Il libro di Eco spiega come un documento così mostruoso nella sostanza e negli effetti sia potuto nascere e svilupparsi e come abbia trovato, una volta confezionato al modo giusto, il terreno di coltura per essere accettato, distribuito e soprattutto creduto.

Vista così l’operazione culturale di Umberto Eco è un’affascinante lezione sui meccanismi di distorsione, diffamazione, depravazione politica. Una lettura neppure troppo attenta fornisce le spiegazioni di fatti molto recenti nella vita politica italiana su tutto il grande tema dei gruppi eversivi, dei complotti, dell’uso che se ne è fatto e se ne fa, dei meccanismi di controllo da parte del potere oscuro.

I temi del libro sono tanti, ma il titolo e l’ossessione ricorrente del protagonista sottolineano un’attenzione speciale agli ebrei. Se lo scopo dell’autore è di dimostrare come le accuse antiebraiche siano il parto di menti malate al servizio di poteri politici occulti, si potrebbe dire che l’obiettivo è stato centrato. E dunque ogni ebreo e ogni altro cittadino preoccupato dell’antisemitismo dovrebbe ringraziare Umberto Eco per l’opera didattica precisa, efficace e convincente.

Solo che i conti non tornano tanto bene. L’intero libro è un vortice di complotti reali o inventati, di gruppi di potere in lotta tra di loro. E il vortice è tale che si stenta a capite il limite tra realtà e finzione. Forse è proprio questo l’intento neopirandelliano dell’autore, che intreccia tutto su un conflitto di personalità e identità del protagonista e fa comparire persino un giovane dottor Sigmund Freud tra i pochi ebrei in carne e ed ossa che parlano in queste pagine.

Per fare un esempio: Simonini viene mandato dai piemontesi in Sicilia per controllare e riferire sui movimenti “sovversivi” dei garibaldini durante l’impresa dei Mille. I rapporti che Simonini elabora sviluppano l’ipotesi che i successi garibaldini siano dovuti alla corruzione dei generali borbonici, pagati profumatamente dalle logge massoniche inglesi per non reagire agli attacchi nemici. Il problema però è rilevante: come spiegare l’enorme successo di uno sparuto gruppo di volontari davanti a un esercito e una marina molto più numerosi, organizzati e disciplinati? E’ vero che i generali sono stati corrotti? Beh, il lettore non è in grado di giudicare, anzi è portato a credere che lo zampino massonico ci sia stato. Così come mentre nel libro si dimostrano i meccanismi di deformazione grottesca e infamante delle attività massoniche, la presenza degli iscritti alle logge nei posti e nei momenti decisivi, ubiquitaria, discreta, vigile e direttiva non sembra essere messa in discussione.

Qualcosa del genere nel racconto avviene anche per i gesuiti, vittime all’inizio del racconto di un bel falso di Simonini, ma onnipresenti nel racconto in veste di pedofili, corruttori, falsari e occulti manovratori del potere. E allora la domanda è: se le principali vittime delle accuse – gesuiti e massoni- non escono innocenti dal racconto, che ne é degli ebrei, che stanno perennemente in mezzo? Il racconto inizia con le presunte rivelazioni del nonno su un caso di omicidio rituale a Damasco; ma quale strumento viene dato al lettore per capire che è tutta un’invenzione, se non il fatto che l’accusa nasce dall’ossessione patologica di un vecchio reazionario? Per giunta il vecchio è patetico e in qualche modo può diventare simpatico al lettore, come alla fine, malgrado tutte le sue nefandezze, diventa simpatico pure Simonini.

Nel racconto della creazione del testo dei Protocolli ci sono nel libro pagine e pagine di accuse deliranti antiebraiche e la struttura del racconto è tale da voler dimostrare che sono proprio deliranti. Ma cosa rimane in testa al lettore? Se uno fosse costretto per cento volte a leggere (o a scrivere, come si faceva nelle antiche punizioni) la frase che “non è vero che i cristiani avvelenano i pozzi” alla fine qualche dubbio che sia vero gli potrebbe covare in testa. Era proprio necessario insistere tanto? I Maestri insegnano: “tieniti lontano dalla bruttura e da ciò che somiglia alla bruttura”. Toccare i temi del complotto è un esercizio pericoloso, se non micidiale. Invito il lettore a un breve esercizio, la consultazione su Wikipedia della voce “P2, piano di rinascita democratica” (se non è stata modificata nel frattempo). È una voce “non neutrale”, avverte la redazione.

Leggendo le ultime pagine del libro avverto un pizzico di orgoglio e di invidia per il ruolo che avrebbero avuto certi illustri miei colleghi rabbini nella riunione al cimitero di Praga, e riconosco con una certa gratitudine che per un antisemita il potere di un rabbino è infinitamente più grande del reale. Scherzi a parte, torno all’enunciato iniziale: bisogna ringraziare Umberto Eco per aver smascherato i meccanismi che portano alla fabbricazione di mostruose accuse antiebraiche, “o forse” la sua opera è problematica se non pericolosa perchè non aiuta a risolvere i dubbi e i sospetti fino in fondo? Tequ.

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

http://moked.it/blog/2010/10/20/domande-senza-risposta/