Midràsh Torà – Shelàch Lekhà: Leadership in sei atti | Kolòt-Voci

Midràsh Torà – Shelàch Lekhà: Leadership in sei atti

Si dissero l’un l’altro: nominiamo un capo e torniamo in Egitto (Numeri 14, 12).

Se sbaglierete e mancherete di applicare tutte queste mizvoth che il Signore ha prescritto per mezzo di Mosè … (Numeri 15, 22).

I nostri maestri hanno insegnato che è un’espressione di idolatria (Rashi su Numeri 14,12)

Uno dei temi centrali che fa da filo conduttore delle parashoth della seconda parte del libro dei Numeri è quello incentrato su chi sia il buon leader e quello della successione di Mosè. Possiamo analizzare questa storia in vari atti.

Primo atto: la contestazione di Miriam

Il problema della guida del popolo si pone già in Bea’alotechà. Mosè chiede e ottiene una riforma del potere, e Dio gli affianca i settanta anziani. Ma questa scelta manda su tutte le furie la sorella Miriam che, raccogliendo anche la voce della moglie Zipporà sulla totale assenza del fratello nella vita coniugale, mette in discussione la stessa leadership di Mosè. Miriam sostiene che, mentre Aronne era divenuto gran sacerdote e quindi deteneva già una buona fetta del potere, lei – chiamata “la profetessa” – rimaneva esclusa dalla stanza dei bottoni, mentre erano stati scelti settanta anziani che certamente avevano meno meriti di lei. Non era stata proprio lei a salvare Mosè ponendo la cesta nel Nilo? Miriam viene colpita da zarà’at, una strana e misteriosa manifestazione della pelle che, secondo quanto afferma Rashi, sulla base del Midràsh, colpirebbe i maldicenti. In realtà, un’analisi comparativa con altri episodi in cui si parla di zarà’at – il caso di Ghekhazi, servo assistente del profeta Eliseo (II Re cap. 6), e quello del re Azarià (II Re cap. 15) – sembra suggerire un’altra interpretazione, più vicina al peshàt (significato letterale) del testo: la zarà’at colpisce tutti coloro che, in un modo o nell’altro, assumono atteggiamenti arroganti e che vogliono assumere compiti che spettano ad altri. Miriam voleva occupare un ruolo che, a quanto pare, non le spettava. Nonostante questo, per il rispetto dovuto a Miriam, il popolo d’Israele non si mosse da Hazeròt, dove si trovava in quel momento, fino a che Miriam non fu guarita dalla zarà’at.

Secondo atto: la rivolta degli esploratori

Uno degli episodi più tragici della storia del popolo appena liberato dall’Egitto è quello della rivolta che seguì il reportage dei meragghelim (veri e propri agenti spia e non semplici esploratori, la creme de la creme delle tribù). Siamo abituati a leggere e ascoltare relazioni tendenziose – specie per quanto riguarda tutto ciò che riguarda la Terra d’Israele, anche quando a farle sono ebrei magari della migliore estrazione, e quindi non ci si stupisce di quella degli esploratori. Ma, per essere accettabile, ogni rapporto – anche quando gronda menzogne – deve contenere almeno una parte di verità.

Senza entrare qui nell’analisi dell’episodio degli esploratori, possiamo vedere come la rivolta sia stata strumentalizzata da una parte del popolo che affermò: “Diamoci un capo e torniamo in Egitto”. Rashi, che è sempre attento ai significati letterali ma anche a quelli nascosti del testo, dà queste spiegazioni: “Nominiamo un re” (evidentemente al posto di Mosè) ; ma i nostri Maestri hanno spiegato: “E’ un’espressione di idolatria”. La seconda spiegazione sembra del tutto avulsa dal testo: in che relazione sta con tutta la parashà?

Subito dopo la narrazione dell’episodio degli esploratori, la Torà impartisce le norme per i sacrifici da fare nel caso in cui si trasgrediscano involontariamente tutte le mizvot (Numeri15: 22-31). Come sia possibile incorrere in una trasgressione del genere è davvero difficile da immaginare. I Maestri forniscono varie interpretazioni: si tratta di un bambino che è stato rapito e ha vissuto tra i non ebrei e pertanto non può conoscere le mizvoth, oppure si tratta di un atto di idolatria, paragonabile all’avere contravvenuto a tutta la Torà. Associarsi alle leggi e alle consuetudini degli altri popoli, cosa accaduta sia a singoli ebrei che a gruppi interi, è il modo per rompere definitivamente con la propria gente.

Per la Torà, il pericolo maggiore è quello di pensare che la soluzione dei nostri problemi possa trarre origine dal guardare al passato, cioè “tornare in Egitto”, come solo un leader compiacente potrebbe fare. La decisione di tirarsi indietro di fronte al comando divino di entrare nella Terra promessa, in quanto ritorno a una terra che gli aveva sfruttati, è l’espressione di una scelta idolatrica. Rinunciare alla libertà per tornare alla terra che li aveva resi schiavi, al pensiero che laggiù avrebbero potuto illudersi di star meglio, perché c’era qualcuno che pensava a dirigere la loro vita privandoli però della libertà, scegliere la schiavitù invece della libertà, perdere il diritto alla propria responsabilità, demandandola a un padrone di carne e sangue, questa è la massima espressione di idolatria.

Terzo atto: Kòrach, il leader demagogo

La rivolta degli esploratori, viene seguita da quella di Kòrach e della sua gente. Anche qui viene messa in discussione la leadership dei due fratelli Mosè e Aronne, con la ricerca di alleati anche in tutte le tribù: una parte della tribù di Levi, i membri della tribù di Ruben, tutti i primogeniti che si sono visti soppiantati dai leviti nel servizio al Tempio. La via classica che seguono i leader che vogliono “carpire” (vajikkàch) la buona fede delle persone, è quella di fare grandi promesse e di rappresentare la leadership del momento (Mosè e Aronne) come un governo capace solo di imporre norme e tasse sull’aratura, sulla semina, sul raccolto, sulla tosatura ecc. Ecco allora dipingere il futuro con colori foschi e al contrario il passato con colori rosei (ci hai portato a morire nel deserto, e ci hai fatto abbandonare… una terra stillante latte e miele!). Insomma, bisogna guardarsi da leader che fanno grandi promesse al solo scopo di prendere il potere. In realtà lo scopo di Kòrach era solo quello di conquistare il potere per motivi meramente personali e non per servire la collettività, come aveva fatto Mosè, che aveva cercato di rifuggire dalla missione che Dio gli aveva proposto e con essa la guida del popolo.

Quarto atto: Il leader paga in prima persona, e molto caro.

Nella parashà successiva (Chukkàt) abbiamo il noto episodio della colpa commessa da Mosè che batté la roccia, anziché parlarle per farne sgorgare l’acqua. Per aver commesso questa colpa, Mosè e il fratello Aronne furono puniti con la proibizione di entrare nella terra d’Israele, scopo agognato di tutta la loro missione. Quale che sia la colpa attribuita a Mosè, ciò che appare chiaro è che al leader è richiesto di mantenere sempre il massimo equilibrio e di non lasciarsi trascinare dall’ira, di non “scaricare” la responsabilità dell’accaduto sugli altri o sul popolo, ma di saper fare autocritica.

Quinto atto: non sfuggire i problemi

Spesso un leader è pronto a ricorrere a qualsiasi mezzo, pur di risolvere un problema che è incapace di affrontare con mezzi leciti e razionali. E’ quanto fa Balàk re di Moàv, che chiama il mago Bilàm per maledire Israele. Balàk è convinto che, per maledire Israele, basti operare su forze magiche, che si trovano al di fuori del controllo divino. La strategia applicata da Bilàm e Balàk è quella di non affrontare i problemi direttamente, ma di cercare vie di fuga, affidandosi a soluzioni del tutto irrazionali. Una guida deve essere capace di prendere decisioni, solo dopo aver condotto un’analisi serrata del problema e delle sue possibili soluzioni.

Un altro modo per cercare una via di fuga è quella di esitare a prendere una decisione, quando essa si impone per ovvi motivi. Alla fine della parashà di Balàk, viene narrato l’episodio in cui Israele fece sacrifici al Ba’al Peor, inchinandosi agli idoli. Una colpa gravissima che imponeva che la persona che si era macchiata di quella colpa avrebbe dovuto essere punita con la pena di morte. Mosè tergiversa ed esita a intervenire in quanto, secondo quanto sostiene la tradizione orale, si era dimenticato quale avrebbe dovuto essere la pena. Ci sono situazioni in cui un leader non può esitare: l’intervento di Pinechàs, figlio di El’azar figlio di Aronne, fu risolutivo e trasformò Pinechàs in un nuovo giovane leader.

Sesto atto: la scelta del vero leader: Giosuè

Ma come vede la tradizione ebraica il rapporto tra la guida, sia essa politica che spirituale, e la collettività in cui opera? Quali sono le qualità necessarie per poter diventare una guida? Esiste, per così dire, un “vademecum” per la guida che gli consenta di svolgere al meglio la propria funzione? È la guida a doversi adeguare alla Comunità o viceversa? E ancora: quali sono le qualità che fanno di un Talmìd Chakhàm, cioè uno studioso della Torà, una guida? Cercheremo di rispondere a queste domande, basandoci su alcune delle opinioni espresse dai Maestri.

Il problema della scelta di una guida adeguata si pone nella parashà di Pinechàs al momento della morte di Mosè. Troviamo scritto nella Torà (Numeri 27: 15-17) :

«Mosè parlò al Signore dicendo così: “Dèstini il Signore, Dio degli spiriti di ogni vivente, un uomo sulla Comunità, il quale esca davanti a loro ed entri davanti a loro, li faccia uscire ed entrare, affinché la Comunità del Signore non sia come un gregge che non ha pastore”». È questo l’unico passo della Bibbia in cui il Signore viene chiamato Dio degli spiriti di ogni vivente: questa espressione ha fatto pensare che il compito della guida (e di Giosuè, uno dei due esploratori che non si aggregò alla rivolta) debba essere quello di trovare il modo affinché il suo “spirito” riesca a comunicare con ogni singolo membro della collettività. La guida deve, per così dire, sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda della collettività, modulando il proprio intervento a seconda delle situazioni e delle persone: una guida insomma fatta a immagine degli altri, pronta a trasformarsi per andare incontro a ogni interlocutore, senza perdere tuttavia la propria identità di guida.

D’altra parte, la Bibbia stessa dà un giudizio negativo nei confronti del re Saul che, dopo aver annientato Amalèk, contrariamente agli ordini ricevuti, risparmia il bestiame degli amaleciti e il re Agàg, piegandosi alle richieste del popolo. Il profeta Samuele, annunciandogli la perdita del trono, così lo ammonisce (1° Samuele 15:17): «Samuele disse: “Per quanto tu ti consideri dì non grande importanza, tu sei il capo delle tribù d’Israele, perché il Signore ti ha unto come re d’Israele”. »

Tuttavia, i Maestri sconsigliano di assumere un atteggiamento troppo duro: rav Ashì dice: «Ogni studioso della Torà che non è duro come il ferro, non é uno studioso, perché è detto: “Le mie parole sono come il fuoco, e come il martello che frantuma la roccia”». Ma Ravinà diceva: «Anche se ciò è vero, l’uomo deve imparare a comportarsi con dolcezza» (Ta’anìth 4a).

Quando due allievi di Rabbàn Gamlièl, a causa della loro modestia, si rifiutarono di accettare un incarico pubblico che era stato loro affidato dal Maestro, egli li manda a chiamare e dice loro che “non era stato loro offerto il dominio, ma piuttosto la schiavitù”. Per un capo, l’umiltà è una virtù necessaria, ma non sufficiente; guidare la collettività non è un privilegio né uno strumento per dimostrare il proprio dominio sugli altri, ma piuttosto una servitù, un servizio per la collettività. Una guida non deve in alcun caso trarre profitto dalla propria posizione di comando per godere di privilegi, siano essi piccoli o grandi. Significativa è ad esempio l’interpretazione che dà il Midràsh delle parole di Sansone, quando chiede che, per l’ultima volta, gli vengano restituite le forze per combattere i filistei: «Signore Dio, ricordami e dammi forza ancora per questa volta: ricorda a mio favore il fatto che per ventidue anni ho giudicato Israele e non ho chiesto a nessuno “sposta il mio bastone da un posto all’altro”». Di fronte allo spettacolo che viene purtroppo offerto dalle guide dei popoli oggi, sembrano affermazioni esagerate e ingenue. Ma l’esercizio del potere inizia proprio dalla rinuncia ai piccoli privilegi …

A chi vuole cedere alla tentazione di rifugiarsi nel ricordo delle grandi guide del passato, la Bibbia dà questo insegnamento (Deuteronomio 17:8-1): «Quando ti capitino… questioni controverse nei tuoi tribunali,… ti presenterai… al giudice che sarà in carica in quel tempo e lo interrogherai… Agirai secondo l’insegnamento che ti diranno e secondo la decisione che ti riferiranno; non ti allontanerai dalla decisione che ti avranno detto né a destra né a sinistra». I Maestri osservano che è ovvio che ci si debba rivolgere ai giudici del proprio tempo e quindi, poiché i giudici erano anche guide politiche, ne traggono questo insegnamento: «”Il Signore che ha mandato Mosè e Aronne… il Signore mandò Yerubbàal e Bedàn e Yèfte e Samuele” (Samuele 12: 6-11): il Santo, benedetto sia, ha paragonato tre guide semplici come Yerubbàal (cioè Gedeone), Bedàn (cioè Sansone) e Yèfte a tre guide importanti come Mosè, Aronne e Samuele, per insegnarti che Gedeone, nella sua generazione, era come Mosè nella propria, Sansone nella sua generazione come Aronne nella sua, e che Yèfte nella sua generazione era come Samuele nella propria».

Ma qual è il rapporto di dipendenza che si crea tra una generazione e i suoi capi? «Rabbì Yehudà Nessìaà e i Maestri discutono: il primo diceva “ogni generazione dipende dalla sua guida” (dor lefì parnas), gli altri sostenevano “la guida dipende dalla sua generazione” (parnas lefì dorò) » (Talmud ‘Arakhìn 17a). Insomma, è la guida a doversi adattare alla propria generazione oppure è la generazione che deve adattarsi alla guida che si è data? Si possono creare varie situazioni, anche quella dell’improvvisa comparsa dì una guida che, in una circostanza di diffusa corruzione, si imponga per liberare una società dai corruttori e dalla decadenza morale. Tuttavia, anche quando la guida risponde al nome di Mosè, si impone la necessità del cambiamento.

La Torà narra che, quando il popolo era in procinto di entrare nella Terra Promessa, Mosè chiese al Signore che gli venisse concesso di portare a termine la sua missione e di poter condurre il popolo al di là del Giordano. In questa richiesta ne era sottintesa un’altra, quella di vedere rinviato il momento della morte. Di fronte alle insistenti richieste di Mosè, ecco come si sarebbero svolte le cose secondo il Midràsh:

«Il Signore disse: “Questa è la consuetudine: ogni generazione ha le sue guide, ogni generazione ha i suoi capi; finora spettava a te servire al mio cospetto, ma adesso la tua parte è finita ed è arrivata l’ora del tuo allievo Giosuè”. Disse Mosè: “Padrone del mondo! Se io devo morire per fare posto a Giosuè, sarò suo allievo”. E il Signore: “Sia come tu vuoi, va’ e fai pure”. Di buon mattino Mosè si recò alla tenda dì Giosuè. Giosuè si spaventò e disse: “Oh, mio maestro Mosè, vieni presso di me”. Si incamminarono… ed entrarono nella Tenda della Radunanza. La nube scese e pose una separazione tra di loro… Quando la nube si distaccò, Mosè andò da Giosuè e disse: “Cosa ti ha detto la Parola?”. Giosuè gli rispose: “Quando la parola ti si rivelava, tu mi informavi di quanto ti diceva?”. In quel momento Mosè gridò e disse: “Meglio mille volte la morte che un solo momento di gelosia”». (Tanchumà Vaetchanàn e Vaielekh Rabbà).

Ogni generazione ha bisogno di una nuova guida, magari di livello inferiore, ma che sappia interpretarne i bisogni: se fosse vissuto ai tempi di Giosuè, lo stesso Mosè sarebbe stato inadeguato alle necessità del momento. E questo non per i meriti di Giosuè, ma per i meriti o demeriti della sua generazione.

Il momento del distacco dall’esercizio attivo del potere è, per ogni uomo, un momento difficile: l’importante è saper uscire di scena nel momento migliore e con dignità. Lo spettacolo che ci offre molto spesso il mondo della politica è l’ennesima prova di quanto questo non sia affatto facile. E’ necessaria una lunga e perseverante azione di educazione al buon uso del potere come servizio, come diciamo nelle preghiere del sabato: «Tutti coloro che si occupano della cosa pubblica per uno scopo superiore e con fede».

Molto spesso, di fronte alla corruzione e all’incapacità delle guide del momento, si ha la tentazione di volgere indietro lo sguardo e mitizzare le guide del passato. Ma, di fronte alle affermazioni di catastrofismo, un antico e saggio detto giudaico romanesco afferma: morto Mosè, c’è rimasto Dio.

Scialom Bahbout

(Scritto per la Comunità ebraica di Trani)

=============================================================

Torà in rima

Massimo Foa

Shelàch Lekhà

Numeri

Questa Parashà in rima ho riassunto,

riprendendone brevemente ogni punto.

Il Signore a Mosè: “Manda ad esplorare

il paese di Canaan di cui sto per far dono

ai figli d’Israele. Devi mandare

per ogni tribù quelli che i capi sono.”

Seguono i nomi degli uomini mandati

e l’elenco dei compiti assegnati:

osservare i paesi e come sono abitati,

com’è il terreno e se son fortificati.

“Siate coraggiosi”, disse Mosè quando andarono

“e alcuni frutti di quella terra prelevate.”

Essi salirono e il paese esplorarono.

(Le località raggiunte sono indicate).

Quando alla valle di Eshcol furono arrivati,

un tralcio con un grappolo d’uva tagliarono.

Lo caricarono si una stanga in due accoppiati

e anche alcune melagrane e fichi portarono.

Dopo quaranta giorni di esplorazione,

da Mosè ed Aron ritornati,

fecero la loro relazione

a tutti i figli d’Israele radunati.

“Latte e miele vi scorrono davvero,

però le città sono fortificate

e il popolo che vi abita è battagliero.”

(Le popolazioni che han visto sono elencate).

Calev: “Noi riusciremo ad affrontarli.”

Ma gli uomini che con lui erano andati:

“Sono più forti di noi e non potremo debellarli:

tutti gli uomini sono di statura molto elevati.

Laggiù abbiamo visto i figli di ‘Anac, i giganti.

Vicino a loro come cavallette ci sentivamo

e quando gli eravamo davanti,

tali anche a loro apparire dovevamo.”

Allora tutta la comunità alzò la voce

e quella notte pianse con sconcerto:

“Avessimo avuto in Egitto morte precoce,

o fossimo morti in questo deserto!

Perché il Signore in questo paese ci fa entrare,

se di spada dovremo spirare?

Le nostre donne e i bambini, bottino diventare?

Non è forse meglio per noi in Egitto ritornare?

Nominiamo un capo e torniamo in Egitto!”

Mosè con Aron si gettò a terra come a chieder perdono,

ma Giosuè con Calev fu molto afflitto:

“Il paese che abbiamo esplorato è molto, molto buono!

Solo se contro il Signore non vi ribellerete,

non avrete da temerne la popolazione:

come se fosse pane la mangerete,

perché hanno perso la loro protezione.”

Tutta la comunità minacciò di lapidarli,

ma apparve la gloria del Signore nella tenda della radunanza.

Il Signore a Mosè: “Devo ancora sopportarli?

Di miracoli non ne ho fatti abbastanza?

Li colpirò tutti con la pestilenza

e farò di te un popolo più numeroso.”

Ma Mosè: “Dubiterebbero della Tua potenza

le nazioni presso le quali sei famoso.

Piuttosto la Tua grandezza si mostrerà

come Tu hai affermato quando hai detto:

“Il Signore è longanime e di grande pietà,

perdona la colpa ed il difetto,

ma non lascia senza punizione:

delle colpe dei padri, ai figli il conto sarà dato

fino alla terza e alla quarta generazione”.

Perdona, deh! di questo popolo il peccato,

come dall’Egitto fino ad ora hai perdonato.”

Il Signore: “Come tu mi hai chiesto, Io perdono,

ma gli uomini che ascolto non Mi han dato,

non vedranno il paese che ho promesso in dono.

Ma Calev da tutt’altro spirito animato,

lui nel paese in cui è andato tornerà,

perché pienamente fedele Mi è stato

e la sua discendenza lo conquisterà.”

Il Signore conferma ad Aron e Mosè

che coloro che si sono ribellati morranno.

Con l’eccezione di Calev e Giosuè,

i corpi degli altri nel deserto cadranno.

“Dopo che per quarant’anni avran vagato,

i vostri fanciulli preda non diverranno,

ma nel paese che avete disprezzato

Io li condurrò e lo conosceranno.”

Gli uomini che Mosè ad esplorare aveva mandato

e che avevano suscitato nella comunità proteste

quando il paese avevano diffamato,

davanti al Signore morirono di peste.

Nonostante Mosè li avesse ammoniti,

i figli d’Israele vollero salire

sul monte dove i Cananei e gli Amaleciti

ne fecero strage facendoli morire.

Poi il Signore parla a Mosè dei sacrifici da portare

e delle offerte che dovranno presentare

“quando sarete nel paese che vi sto per dare”,

cosa che anche gli stranieri dovran fare.

“Quando il pane di quella terra mangerete,

un tributo al Signore si preleverà.

Con l’espiazione del sacerdote il perdono avrete

per un errore commesso dalla comunità.

Così anche se uno pecca inavvertitamente,

mentre dal suo popolo sarà eliminato

chi abbia agito deliberatamente,

perché il Signore egli ha oltraggiato.”

Quando nel deserto venne trovato

un uomo che di sabato la legna raccoglieva,

da tutta la comunità venne lapidato

come il Signore a Mosè ordinato aveva.

Il Signore a Mosè: “Senza eccezione

sulle frange agli angoli delle vesti,

di generazione in generazione,

metterete fili di lana celesti.

Così quando quelle frange guarderete,

tutti i Miei precetti dovrete ricordare ed eseguire

e dietro al cuore e agli occhi non devierete.

Io sono il Signore che dall’Egitto vi ho fatti uscire.”

massifoa1@gmail.com