I sefarditi sono fieri della propria identità ebraica, gli ashkenaziti ne hanno l’angoscia | Kolòt-Voci

I sefarditi sono fieri della propria identità ebraica, gli ashkenaziti ne hanno l’angoscia

L’ultimo romanzo della scrittrice francese Abecassis: Sepharade

Non si tratta di un romanzo storico, ma sicuramente l’ultimo romanzo della scrittrice Abécassis non può esser letto senza esser profondamente conoscitori, e in parte sensibili, a quel mondo ebraico a cavallo tra Europa ed Oriente che si definisce “sefardita”. Attraverso la biografia di Esther, la protagonista, scorre infatti tutta la storia degli Ebrei scacciati da Tito dalla Palestina romana per trovare una nuova patria nella Spagna medioevale, da cui sarebbero stati allontanati ancora una volta per trovare rifugio chi a nord (in Francia o in Olanda) chi a sud, ovvero in un Maghreb musulmano all’epoca più tollerante dell’Europa cristiana. Questa, che si può definire la “grande storia”, entra ed esce continuamente, alla stregua di un flusso di ricordi personali, dal racconto di Esther, che si sente una giovane donna in un mondo parzialmente moderno, ma legato ad un’eredità ingombrante che non può esser superata tramite un semplice atto di volontà.

Il percorso di Esther si snoda attraverso una famiglia opprimente che vuole educarla alla tradizione sefardita marocchina in una Strasburgo sia umanamente che meteorologicamente gelida.

In più di un’occasione Esther ricorda come convivano in lei, seppur in modalità poco armoniose ma sempre in conflitto tra loro, le sue molteplici identità: quella francese repubblicana, quella alsaziana razionale e sprezzante, quella marocchina calorosa e superstiziosa, e perfino quella dei suoi eredi spagnoli, mistici antichi che avevano creduto in una società aperta fino ad accorgersi, attraverso la loro stessa persecuzione, dell’irrazionalità dei loro sogni.
Sullo sfondo il mistero dell’identità ebraica, sempre sfuggente alle singole definizioni nazionali, sempre elusiva di caratteri netti ma composta da una consistenza densa, irrefutabile, sempre uguale a sé stessa nel tempo. Attraverso Esther si vive il dilemma di un popolo a cui è stato comandato di “non dimenticare” ma che si chiede come rispettare questa memoria e come rinegoziarla ad ogni generazione, ad ogni latitudine del mondo si trovi a dispiegarla.

Esther diventa allora il prodotto complesso di una civiltà altrettanto composita. Non tanto perché gli ebrei siano il popolo più culturalmente raffinato e avanzato tra gli altri- quello “eletto” secondo ogni declinazione del termine- ma perché questa grande civiltà presenta un problema esistenziale di difficile risoluzione: il trauma di una domanda continuamente posta: quella sulla propria identità. Fino alla fondazione dello Stato di Israele, tale quesito si porrà in termini esistenziali e pragmatici, poi, a partire dal sionismo, si trasformerà più in una domanda individuale, solitaria, posta alla coscienza di ciascun “testimone”.

Il romanzo, in fondo, risponde positivamente alla domanda se ogni ebreo debba rimanere fedele a sé stesso, in modo anche critico, nella sofferenza che la sopportazione e la trasmissione di tale identità comporta. Nessuno dei membri della famiglia di Esther, nessuno tra tutti questi grandi eredi della bimillenaria tradizione sefardita, riesce a compiere il grande passo verso un’assunzione individuale di responsabilità rispetto alla propria vita. Tutti si chiudono in una singolarità atavica, allo stesso tempo geografica e culturale, che dovrebbe proteggerli da chissà quale traumatico contatto con un’identità altra. Per questo sposare un ebreo di Méknes non è la stessa cosa di sposarne uno di Mogador, che a sua volta non è come sposare qualcuno di Casablanca, e tutti questi rapporti eterodiretti vengon accomunati dall’impurità e dalla minaccia che costituiscono per l’ordine costituito e per la bi-millenaria perpetrazione della tradizione, che è sempre particolaristica e locale anche quando si tratta di rapporti tra famiglie ebree.

Nel romanzo la “famiglia”, non quella nucleare ma quella clanica- l’hamoula- appare e scompare per ricordare a ciascuno dei personaggi, come il coro della tragedia greca, la necessità di arrendersi e sottomettersi di fronte all’ineluttabilità delle scelte imposte da canoni sociali antichi che marcano l’appartenenza alla tribù ed il rispetto di principi eterni che nessuno individuo riesce, però, singolarmente, a introiettare nel profondo. Ovvia conclusione di ciò è che nessuno dei personaggi descritti arriva mai a definirsi felice e continua a rincorrere ipotesi di vite alternative e sconfessare incessantemente tutto il senso delle proprie scelte e delle proprie azioni fino a tarda età, quando riuniti dal destino in una stanza unica in occasione di un matrimonio della terza generazione, sono improvvisamente chiamati a confrontarsi con le stesse domande esistenziali irrisolte della loro gioventù.

Bellissime le descrizioni del divario culturale tra sefarditi e aschenaziti, rappresentativo tanto della realtà sociale ebreo-francese quanto di quella israeliana, e l’inevitabile conclusione che “l’aschenazita abbia l’angoscia d’esser ebreo (…laddove) il sefardita, lui, rivendica la sua identità ebraica, ne è fiero, la vive in un modo comunitario ed ostentatore che esaspera l’aschenazita al punto di farlo vergognare”, come anche il commento che, nel caso dei sefarditi, si tratti di un’angoscia metafisica del vivere, legata al quotidiano, all’esistenza concreta, e non ad riflessione astratta.

Esther sente una dimensione di sentimento che le appartiene, che condivide, non vi ragiona come se fosse altro da lei: a volte –sembra- preferirebbe non avvertirla affatto. Quando pensa alla tradizione di Pessach, e al fatto che possa andar persa nel passaggio da uno stato all’altro e da una generazione alla seguente, pensa a un fatto essenzialmente concreto come il ritrovarsi in famiglia. Pensa al sentirsi in comunione con un mondo antico le cui ipotesi e suggestioni continuano a riverberare attraverso di lei e la sua generazione, forse gli ultimi “testimoni”.

E’ un libro che certamente non esprime un’idea progressista dell’umanità- esemplificativo, in questo senso, il capitolo dedicato all’unico rapporto sentimentale di Esther con un goy- ma che riesce con molta fedeltà a mettere in luce un modo specifico, unico e assolutamente singolare di concepire quest’umanità, l’eredità e il collante tra le generazioni, la sensibilità individuale che si forma a partire da un sentimento di profonda appartenenza ad un percorso molto più ampio della vita che è dato di sperimentare singolarmente a ciascuno di noi.

Il ritratto commovente di una famiglia serve all’autrice come spunto per dipingere un mondo di cui teme la scomparsa, nell’omologazione avanzante, ma di cui pure non dimentica i limiti intrinseci, i tratti sociali oppressivi come anche la forsennata ricerca di una perfezione morale che storicamente non s’è mai data.

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Sépharade
Éliette Abécassis
Albin Michel, Paris, 2009