La conversione (3) Rav Toaff: Meno se ne fanno, meglio è | Kolòt-Voci

La conversione (3) Rav Toaff: Meno se ne fanno, meglio è

Continua la pubblicazione a puntate della rivista Alef-Dac dell’agosto del 1987.

A Rav Elio Toaff, presidente del Tribunale Rabbinico della Comunità di Roma, abbiamo rivolto alcune domande sulla conversione. Ecco le sue risposte.

Quante persone vengono nel corso di un anno a chiedere di convertirsi e quante vengono accettate?

Un centinaio. In particolare, donne che vogliono sposarsi con ebrei e, per quanto possa sembrare strano, persone che sono in cerca di lavoro e che sperano di trovarlo nella nostra Comunità. Vengono accettate 2-3 domande all’anno.

Qual è la procedura che viene seguita? Quali i tempi medi?

Le domande vengono prese in considerazione quando è passato almeno un anno dalla loro presentazione. Le domande devono essere accompagnate da una relazione del rabbino che ha seguito la persona che chiede di convertirsi e che garantisca, per quanto possibile, la serietà, la convinzione e la disposizione all’osservanza delle mitzwot.

Ogni rabbino che svolge questa attività è sempre esposto a critiche opposte di eccessivo rigore o di eccessiva permissività. Come risponde a queste accuse? Può fare qualche esempio concreto?

Generalmente seguo il criterio che è indicato nella halakhà e cioè di scoraggiare la conversione perché non è questo che l’Ebraismo si propone. Non ci sono anime da salvare, ma si tratta soltanto di osservare le leggi particolare data agli ebrei per la salvezza dell’Umanità. E’ difficile diventare sacerdoti e per questo quelle legge viene osservata dagli appartenenti al popolo ebraico. L’associazione ad essi è di carattere eccezionale.

Tendo sempre al rigore perché la permissività può diventare Hillul ha-shem (profanazione del Nome). L’esempio più clamoroso lo avemmo durante il disgraziato periodo de!le leggi razziali in cui vedemmo esattamente chi si era convertito consapevolmente e chi invece alle prime avvisaglie di pericolo aveva gettato il suo Ebraismo alle ortiche.

Vi è un atteggiamento rigoristico che tende a mettere in dubbio la validità della conversione a scopo matrimoniale davanti all’evidenza della mancata osservanza. Qual è la sua esperienza e il suo giudizio in proposito?

E’ molto difficile poter misurare il grado di osservanza delle mitzwot all’interno delle abitazioni e quindi non vedo come si potrebbe seriamente giudicare il comportamento di chi si è convertito. L’importante è di rendercene conto prima e non dopo, perché un ghiyur (conversione) regolarmente avvenuto non può essere revocato.Non tutte le esperienze sono state positive e molto spesso non per colpa del convertito, ma per colpa del coniuge ebreo. Conosco viceversa altri casi in cui il convertito ha portato in casa dell’ebreo di nascita l’osservanza delle mitzwot.

I figli di madre non ebrea e padre ebreo: qual è l’atteggiamento che assume nel caso in cui i genitori chiedono la conversione dei bambini?

La conversione, secondo l’uso invalso nella Comunità di Roma, assai prima del mio trasferimento a Roma, era di permettere la conversione subito dopo la nascita, quando la madre fosse consenziente. Attualmente io osservo una regola che ho introdotto da qualche anno e cioè di vedere se i figli hanno avuto un’educazione ebraica frequentando ad esempio le scuole ebraiche. In questo caso vengono ammessi a fare il bar mitzwà e la conversione alla nascita ha un’espressione di volontà, nel momento in cui si celebra il passaggio di responsabilità dal padre al figlio. Nel caso in cui questa educazione non venga fornita, si chiamano i genitori e si pongono di fronte alla loro responsabilità in quanto non è possibile ammettere alla celebrazione del bar mitzwà un figlio che non ha avuto alcuna educazione ebraica.

Può fare un bilancio complessivo della sua esperienza?

Penso che meno conversioni si fanno e meglio è.

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La concezione ebraica del proselitismo

Dal particolare all’universale

Una questione che viene spesso agitata è la seguente: la Torà contiene in sé una concezione fondamentalmente nazionale oppure l’Ebraismo è nella sua essenza universale e il suo obiettivo è quello di diffondere le proprie idee tra i vari popoli della Terra?

Un dato storico essenziale è che mai il popolo ebraico ha messo in atto un’azione sistematica di proselitismo, ma d’altra parte ogni qualvolta qualcuno ha voluto abbracciare l’Ebraismo è sempre stato accolto a braccia aperte, nonostante i ripetuti avvertimenti a non compiere passi affrettati che avrebbero potuto avere conseguenze drammatiche a causa delle persecuzioni antiebraiche.

E’ altrettanto chiaro che la concezione della “purità della razza” è del tutto estranea all’Ebraismo: infatti dal momento in cui il proselita accetta la Torà si ricollega ad Abramo attraverso la milà, e attraverso la tevillà si unisce al popolo d’Israele che l’ha compiuta ai piedi del Monte Sinai, prima di ricevere i dieci comandamenti.

I Maestri si sono occupati ampiamente del problema oltre che sul piano della halakhà, anche sul piano ideologico. Due sono le posizioni che si confrontano: la prima, che è poi la maggioritaria, vede di buon occhio il proselitismo, l’altra che lo considera cosa da evitare nel modo più assoluto. Analizziamo alcune fonti.

Disse loro Rabbi Shimon ben Lakish: “E’ caro il proselita di fronte al Santo, benedetto Egli sia, ancor più di tutta quelle persone che sostarono ai piedi del Monte Sinai. Perché? Perché tutta quella gente, se non avesse visto i lampi e i suoni, i fulmini e il fuoco, i monti tremanti e la voce dello shofar, non avrebbe accettato il regno celeste, mentre il proselita non ha visto niente di tutto ciò e viene a unirsi al Signore: v’è qualcuno più caro di lui? (Tankhumà, Lekh lekhà)

I Maestri sono anche molto attenti alle difficoltà di ordine psicologico che incontra il gher: “Non opprimete il gher (Esodo 22): Non opprimerlo con le parole… Non dirgli: ieri eri idolatra… ed hai ancora la came di maiale tra i denti, e tu vuoi parlare con me?; “(Tanà devè Eliahu Rabbà 27)

Qualcuno è arrivato a giustificare la Diaspora e l’esilio come il mezzo scelto da Dio per diffondere la Torà e avvicinare i gentili alle mitzwot: Ha detto Rabbi Elazar: il Signore ha mandato in esilio Israele tra le genti perchè si unissero ad essi dei proseliti “(Pesakhìm 8Th)

A fronte di queste affermazioni favorevoli al proselitismo, ne abbiamo altre contrarie: “Si uniranno (nispekhù) alla casa di Giacobbe” (Isaia 14): Disse Rabbi Khelbò: sono duri i proseliti per Israele come la scabbia (sappakhat), come è detto si unirà ad essi il gher” (Kiddushin 77b).Oppure: Dice Rabbi Izhak: “Un male dopo l’altro coglierà coloro che accettano i proseliti” (Yevamot 109b) E’ probabile che questa posizione sia dovuta al timore che avevano i Maestri nell’accogliere delle persone non del tutto convinte e la cui adesione all’Ebraismo avrebbe potuto venir meno di fronte ai pericoli.

L’atteggiamento di fondo dei Maestri in tutte le generazioni è sempre stato di cautela e non di incoraggiamento sia per i motivi su esposti sia perché proporsi come obiettivo quello di “evangelizzare” gli altri finisce sempre col metterti in una posizione di superiorità.

L’ebraismo è stato più volte accusato di essere una religione “nazionale”, in contrapposizione ad altre “universali”. Attraverso il Noachismo, l’Ebraismo sostiene che il vero universalismo consta proprio nel rispetto delle altre culture e non nella loro sopraffazione.

Tutto l’atteggiamento missionario contiene in sè i germi di un “colonialismo” spirituale che in ultima analisi è estraneo alla Torà e ai profeti d’Israele: “Casa di Giacobbe venite e andiamo alla luce del Signore, perché ogni popolo andrà nel nome del proprio Dio e noi andremo nel nome del Signore, nostro Dio”. (Isaia 2)

Per gli altri numeri di Alef-Dac:

http://www.morasha.it/alefdac/index.html