Quando il nuovo ha il cuore antico | Kolòt-Voci

Quando il nuovo ha il cuore antico

Ancora sul significato spirituale di Yom Haatzmaut (che celebriamo stasera). Dalla rivista Turim.

Scialom Bahbout

Secondo il sistema di misura sessagesimale usato per la misura del tempo, sessanta anni rappresentano un punto di arrivo, un periodo di storia significativo: quindi i sessanta anni raggiunti dallo Stato d’Israele potrebbero far pensare a una sorta di stabilità raggiunta dalla società israeliana, mentre sappiamo quanto ciò non sia ancora vero nei rapporti che Israele è riuscita a stabilire con i suoi vicini (confini riconosciuti ecc.).

Ogni Stato istituisce le proprie feste nazionali e Israele ha fissato il 5 di Iyar come Giorno dell’Indipendenza, così come l’Italia ha fatto a suo tempo per il 25 aprile e il 2 giugno, feste della Liberazione e della Repubblica. È interessante notare come la festa della Liberazione e quella dell’Indipendenza cadano sempre nello stesso periodo dell’anno e abbiano in comune elementi simili, ma come siano tra loro profondamente diverse.

Uno degli aspetti che fanno la differenza tra questi due giorni è il fatto che Yom Haatzmaut viene festeggiato tanto in Israele (cosa del tutto naturale) quanto nei paesi della Diaspora.

È questo un fatto anomalo: infatti è come se gli americani di origine italiana, oltre a festeggiare il 4 luglio, volessero celebrare anche il 2 giugno e il 25 aprile, un giorno quest’ultimo che ha certo segnato una svolta, ma solo per gli italiani che vivevano in Italia durante il fascismo o che vi hanno fatto ritorno dopo essere andati in esilio. Questa dicotomia dell’ebreo che afferma di essere interamente italiano, ma anche completamente ebreo, ha dato adito in passato all’accusa della doppia lealtà ebraica.

La diversità del modo con cui gli ebrei – ovunque essi si trovino – hanno vissuto e vivono i momenti significativi della propria storia impone una domanda: Yom Haatzmaut è una festa “nazionale”, “laica” o “religiosa”? Anche se l’esperienza ebraica non può essere limitata a un fatto meramente “religioso” o “nazionale”, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare – in cui la “fede” nazionale è così labile – festeggiare, e per di più “religiosamente”, una festa “nazionale” di un altro Stato è un fatto estremamente contraddittorio.

Qual è quindi il significato che l’ebreo contemporaneo e le generazioni future dovranno dare a questa giornata? In altre parole, Yom Haatzmaut non ha niente a che fare con le altre feste dell’anno ebraico oppure si alimenta della medesima loro linfa e contiene qualcosa che lo lega intimamente a esse?

Possiamo imparare qualcosa dalla storia di Israele, dove non sono mancate polemiche tra i Maestri circa l’opportunità di istituire nuove feste, come nel caso di Purim e Chanukkà. Nonostante siano trascorsi sessant’anni, il processo di accettazione di Yom Haatzmaut non è ancora ultimato, anzi in certi ambienti “ortodossi” esso non è mai iniziato.

Ora, comunque si voglia guardare all’evento della nascita del terzo Stato ebraico, è innegabile che si tratta di un fatto di per sé rivoluzionario, prodotto forse dall’unica rivoluzione veramente riuscita nel nostro secolo, quella sionista. Ma quali saranno gli strumenti che faranno sì che la festa possa essere trasmessa e accettata anche dalle future generazioni? Come per il passato, lo strumento sarà sempre quello di riempirla di contenuti riconducibili alla legge ebraica e al pensiero che la sottende, cioè alla Halakhà e alla Aggadà. Per quanto riguarda la Legge, si dovrà rispondere alle molte domande che impone l’istituzione di una festa:

Chi ha il potere di istituirla?

Quali sono le norme che la caratterizzeranno?

Come per Chanukkà e Purim, si devono dire le benedizioni Shehecheyanu (per la gioia che si prova nel vivere questo evento) e She’asà nissìm (per i miracoli accaduti, quando un manipolo di ebrei fuggiti ai pogrom fondò lo Stato)?

È opportuno dire l’Hallèl, come si fa a Chanukkà, per un “miracolo” accaduto in terra d’Israele? Apportare le modifiche alla preghiera (per esempio ‘Al Hanissìm, per i miracoli accaduti) e scegliere un brano appropriato per la lettura pubblica della Torà o dei Profeti (haftarà)?

Si può interrompere il periodo di “lutto” dell’òmer?

Si possono o si devono applicare le “Norme sui governanti”, così come ad esempio sono descritte da Maimonide?

La creazione di una festa come Yom Haatzmaut può comportare dei cambiamenti sia nella sfera del Beth hakeneseth, sia in quella pubblica e politica che trova la sua espressione nella Keneseth, il Parlamento israeliano.

Yom Haazmaut e le altre feste ebraiche

Per quanto riguarda l’elaborazione filosofica, non mancano certamente gli agganci per “dimostrare” come l’avvento di questa giornata non sia un fatto casuale. Intanto, i Maestri avevano rilevato fin da tempi immemorabili che, una volta noto il giorno in cui cadeva Pesach, esisteva un sistema semplice per poter individuare il giorno della settimana in cui cadono le altre feste: infatti bastava applicare ai giorni di Pesach il sistema mnemotecnico dell’Atbash (l’alfabeto ebraico al contrario): il giorno in cui cade il primo giorno (alef) di Pesach, corrisponde al giorno della settimana in cui cade Tishà Beav (tav, ultima lettera dell’alfabeto ebraico); il secondo (bet) quello in cui cade Shavuot ecc. In questo schema mancava una corrispondenza tra il settimo giorno (zain) e la ‘ain (la settima lettera a partire dalla tav). Con l’introduzione di Yom Haatzmaut anche il settimo giorno di Pesach ha un suo partner: ‘Atzmaut infatti inizia con la ‘ain e Yom Haatzmaut cade lo stesso giorno della settimana cui cade il settimo giorno di Pesach, completando così il quadro.

Ma v’è molto di più. Le feste date dalla Torà (Pèsach, Shavu’òt e Sukkòt) sono un’espressione di quello che, secondo la mistica ebraica, è chiamato “il risveglio dall’alto” (hit’arutà dil’èla), mentre Chanukkà e Purim sono un’espressione del “risveglio dal basso” (hit’arutà diltatà). Come è scritto nel libro dei Maccabei, Chanukkà fu istituita in corrispondenza di Sukkòt («fecero otto giorni di festa come a Sukkòt»), Purìm completa Shavu’òt, perché è scritto che «a Purim gli ebrei accettarono volontariamente la Torà che a Shavuòt era stata a loro imposta»; per completare il quadro, mancava una festa che corrispondesse a Pèsach. In effetti la festa della Liberazione e la festa dell’Indipendenza sono tra loro simili.

La differenza sta proprio nel fatto che a Pesach gli ebrei furono tratti dall’Egitto per un intervento superiore, mentre a Yom Haatzmaut è stato determinante comunque il “risveglio dal basso” con una partecipazione attiva del popolo.

Le tre idee fondamentali di creazione, rivelazione e redenzione trovano così la loro applicazione non solo nelle tre feste stabilite nella Torà scritta che Dio ha dato al popolo d’Israele, ma, con un’immagine ardita, nella Torà orale che il popolo ebraico trasmette quotidianamente a Dio: Yom Haatzmaut si inserisce così armonicamente nell’anno ebraico e nel mondo delle grandi idee della Torà.

Questa idea può essere sintetizzata in quello che è uno dei simboli fondamentali dello Stato d’Israele: il Maghen David, la stella di David che si trova nella bandiera dello Stato, due triangoli equilateri, uno con la punta in su, l’altro con quello in giù. Il primo rappresenta le feste che vengono dall’alto, il secondo quelle che vengono dal basso.

Uno degli elementi basilari del pensiero della Torà, infatti, resta quello secondo cui non è tanto importante la teoria o l’interpretazione, quanto l’azione. La libertà – come ogni altra grande idea – non può quindi rimanere un’affermazione astratta, ma deve essere sempre accompagnata da atti concreti da compiere a livello sia individuale che sociale. Ogni cinquant’anni, nel Giubileo, accadevano due fatti importanti strettamente collegati tra loro: da una parte, la liberazione di tutti gli schiavi, dall’altra il ritorno della terra al padrone originario, cioè a colui che l’aveva ricevuta al tempo di Giosuè dopo lo stanziamento in Èretz Israèl, ma l’aveva poi venduta in seguito a difficoltà di natura economica. Se con la festa di Pésach l’ebreo raggiunge la libertà dalla schiavitù, solo con l’Indipendenza in Èretz Israèl e il possesso dei mezzi di produzione ha la garanzia dell’indipendenza.

La redenzione delle ossa secche

Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo. La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora (golà) e quello della Redenzione (gheullà). La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una alef, che è la prima lettera di El-okìm (Dio). È noto che il racconto della creazione del mondo inizia con la bet, la seconda lettera dell’alfabeto il cui valore numerico è due e che rappresenta il mondo della dualità in cui viviamo, mentre la alef rappresenta l’unità che sta fuori dal mondo.

Nell’Hatikvà, l’inno israeliano della speranza, troviamo le parole avdà tikvatenu, “è persa la nostra speranza”: Ezechiele, il profeta dell’Esilio, mette sulla bocca delle ossa secche, gli ebrei dell’esilio, proprio queste parole: quando si era persa ogni speranza, la alef entrava nella storia, lo Spirito soffiava nelle ossa e queste tornavano a rivivere, trasformando l’esilio in redenzione, rendendo indipendenti le ossa (golà in gheullà e ‘atzamot in ‘atzmaut).

Se andiamo ad analizzare il significato di giorni festivi nazionali come il 25 aprile, dobbiamo osservare che – passata la generazione che aveva vissuto in prima persona gli eventi che lo avevano prodotto e per la quale esso aveva un profondo significato – la giornata va perdendo lentamente il suo richiamo e finisce per essere sentita come una mera giornata di vacanza …. Non mancano tentativi per cercare di rivestire di significati il 25 aprile, ma rimane il pericolo che il tempo finisca per farne perdere il significato originario, se non addirittura a tradirne il senso (si pensi per esempio alla sua trasformazione in giornata della riconciliazione).

Non c’è dubbio che il 25 aprile – che ha segnato la caduta del fascismo razzista – abbia per gli ebrei un significato ancora più profondo: vedremo che evoluzione avrà il 25 aprile, secondo un processo che in realtà è iniziato, ma che è ancora in corso. In Yom Haatzmaut troviamo questo volere vedere gli eventi in un processo dinamico senza fine.

Secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per “la pace dello Stato”, Yom Haatzmaut è “l’inizio della fioritura della nostra redenzione”, inizio che dovrà portare al cambiamento vero e proprio e che tuttora è in corso.

E, come per ogni inizio che debba essere sottolineato, bene ha fatto a nostro parere rav Maimon, tra i firmatari della carta d’indipendenza, a pronunciare la benedizione per gli oggetti o per gli eventi che contengono una novità. Così fin dall’inizio della fondazione Yom Haatzmaut ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento “laico” da quello “religioso”.

La partecipazione degli ebrei della Diaspora non può essere ricondotta alla volontà di esprimere uno spirito nazionalistico di mera identificazione con lo Stato d’Israele; essa rappresenta piuttosto un momento di sintesi religiosa, che come tale viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio, anche dai “laici”.

Gli ulteriori elementi che servono per capire come Yom Haatzmaut sia ben inserito nel calendario ebraico, sono i due momenti che lo precedono: Yom Hashoà vehaghevurà (il giorno che ricorda la Shoà, ma anche i movimenti di resistenza al nazismo) e Yom Hazikaron (il giorno del ricordo per i caduti nelle guerre e negli attentati terroristici dentro e fuori dai confini dello Stato): prima della festa (e non dopo come in altre culture e religioni) è richiesto un momento di riflessione e di assunzione su di sé del proprio passato e delle vittime che hanno accompagnato il cammino doloroso del popolo ebraico.

Yom Haatzmaut rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e, per usare le parole dell’Ecclesiaste, il “tempo delle lacrime” “il tempo delle risa”.

Scialom Bahbout