Il paese delle meraviglie | Kolòt-Voci

Il paese delle meraviglie

Continua il dibattito su riformati e Comunità ebraiche in Italia

David Piazza

Il pacato e rassicurante intervento su Kolot del 19/11 di Ugo Volli, presidente della sinagoga milanese riformata Lev Chadash, colpisce non tanto per le omissioni e le reticenze riguardo il suo movimento, quanto perché contraddice un principio che è alla base di ogni novità che si presenta su un palcoscenico già calpestato da vecchi attori, cioè quello della differenziazione. Come direbbe Veltroni, ogni novità deve portare portare una discontinuità.

Invece la nuova e insistente strategia di Lev Chadash, piuttosto che marcare le differenze con l’ebraismo italiano ortodosso, si affanna a dimostrarne le similitudini: i gesti, le tefillot, il siddur, i matrimoni (“abbiamo scelto di non celebrare matrimoni misti”) e perfino i loro ghiurim (conversioni), “seri e lunghi”. Al massimo, nella lettera di Volli, se proprio ci sono differenze, queste risiedono nel minhag (consuetudine) e non nella halakhà, che viene spesso citata a casaccio senza un briciolo di riferimento testuale.

L’ebraismo italiano sembra essersi improvvisamente svegliato nel Paese delle meraviglie di Alice.

Se ne è accorto il precedente presidente di Lev Chadash, Bruno Di Porto, che ha immediatamente criticato Volli (Il Tempo e l’Idea, XV, 2007) per la repentina sterzata conservatrice che sembra riaccogliere il principio di matrilinearità (cioè “è ebreo chi è figlio di madre ebrea”) tanto vituperato in precedenza dai riformati.

Anche però dando atto a Volli del sua coraggioso percorso “serio ma nell’accoglienza” non possiamo però astenerci dal segnalare un paio di passi importanti ancora da compiere verso le tradizioni ebraiche comunemente accettate in Italia (perfino ai rabbini della precedente generazione – come Toaff di Roma e Disegni z”l di Torino – spesso indicati proprio dai riformati come fulgidi esempi di tradizione ebraica italiana “illuminata”).

I ghiurim

Le “serie conversioni” citate da Volli prevedono nella pratica un periodo di studio determinato e si concludono con un esame e una lontana rappresentazione del mikve (bagno rituale) ortodosso, perché in pratica si tratta di un bel tuffo in piscina in costume da bagno. Ma al di là delle differenze formali, la conversione riformata non comprende purtroppo ancora l’accettazione di obblighi (le mitzvòt), ma al contrario è solo una dichiarazione di buoni principi. Mentre per l’ebraismo ortodosso non è ebreo solo chi “lo sente”, ma soprattutto chi “lo fa”. E per citare un tema caro a Volli, è difficile operare il tikkùn olàm (miglioramento del mondo) solo con le buone intenzioni.

Ma lasciamo la teologia e torniamo all’attualità, a quell’Israele continuamente evocato perché “accetta tutte le conversioni”. È vero, recentemente si può diventare cittadino israeliano anche con ghiur riformato, o con il solo nonno ebreo. Ciò non toglie che se un convertito riformato si presenta poi, nella stessa Israele, a celebrare un matrimonio con un compagno/a ebreo, guarda un po’, la cerimonia viene rifiutata finché il primo non supera un processo di conversione ortodosso. Se no si scappa a Cipro, come migliaia di coppie con problemi di ebraicità.

Comunque a sentir parlare di leggi di stato portate a esempio di leggi religiose sembra di essere ripiombati in piena controriforma cattolica o peggio in “religioni di stato” di stampo fascista o comunista. Lo stato d’Israele ha le sue leggi e gli ebrei in Israele o nella Diaspora hanno tutto il diritto di stabilirne di diverse per la loro appartenenza religiosa.

Quindi mentre il lungo e difficile percorso ortodosso (sì, anche in Italia) di conversione permette al gher di entrare a testa alta e a pieno titolo nel popolo ebraico, perché i criteri sono basati su una halakhà condivisa tra mille difficoltà tra tutti gli ebrei ortodossi nel mondo (e “ubi maior” quindi anche dai riformati e dai conservativi), la conversione riformata in realtà è una tragica fabbrica di paria che illude tanti volenterosi, che non potranno, purtroppo, nemmeno far parte di un minian regolare per recitare un semplice Kaddish.

Matrimoni misti

Apprendiamo da Volli che la loro scelta “dall’inizio” è quella di non celebrare matrimoni misti, che è poi la difficile e spesso sofferta scelta di continuità ebraica degli ebrei laici o religiosi da millenni, e che ha contribuito a permettere di esistere a un’esigua minoranza, non solo in ambienti violentemente ostili ma anche in altri pericolosamente allettanti. Bisogna dare atto a Volli che questa scelta potrebbe essere un reale momento di condivisione tra diverse visioni ebraiche.

Tuttavia, dopo aver elogiato i vantaggi della “via italiana” al riformismo ebraico, gli esponenti di Lev Chadash si compiacciono dell’appartenenza del loro movimento al WUPJ (World Union for Progressive Judaism). Sarà meglio segnalare al lettore italiano che il 50% dei rabbini riformati e ricostruzionisti non solo sono ben favorevoli al matrimonio misto e il 10% lo celebra anche in presenza di simboli di altre religioni ( http://www.rcrconline.org/research.htm – Dati del 2003 ) ma che alcuni rabbini del WUPJ non disdegnano nemmeno quello tra membri dello stesso sesso ( http://wupj.org/Publications/Newsletter.asp?ContentID=74 ).

Ora se tutto questo assomiglia all’ebraismo che conosciamo noi in Italia lo lasciamo giudicare ad altri, anche se nulla vieta che si possa proporre una nuova via all’ebraismo, senza per questo però pretendere che sia, in fondo, simile alla vecchia.

Ma non possiamo lasciare l’articolo di Volli senza citare il suo passo quando ripete un pensiero che serpeggia nell’Italia ebraica oramai da tempo e merita di essere affrontato: “Siccome i nazisti non hanno fatto distinzione tra ebrei ortodossi, riformati, assimilati o chassidici siamo tutti uguali”. Ebbene secondo questa logica aberrante noi ebrei dovremmo consegnare le chiavi della definizione delle nostra identità nelle mani dei nostri carnefici! E visto che i nazisti trucidavano anche rom e omosessuali vuol dire forse che ogni rom e omosessuale sono per questo “ebrei” anche loro?

E qui sta tutta la tragicità del pensiero ebraico riformato, che nella foga inclusiva di dimostrare che tutti sono per forza ebrei, ha spesso difficoltà a rispondere alla semplice domanda: “Ma allora chi è non-ebreo?”

David Piazza