Quando Saba chiese al Duce di non considerarlo ebreo | Kolòt-Voci

Quando Saba chiese al Duce di non considerarlo ebreo

LA CASA BLOOMSBURY METTE ALL’ASTA UN DOCUMENTO INEDITO

CRISTINA STILLITANO

«Non somigliare – ammoniva – a tuo padre. Ed io più tardi lo intesi: eran due razze in antica tenzone». Sapeva poco o nulla, Umberto Saba, di quel padre discendente da una nobile famiglia veneziana che lo abbandonò ancor prima di nascere. Un gaio e leggero “assassino” che aveva intriso di malinconia la sua infanzia, sfuggendo “come un pallone” dalle mani di una madre che “tutti sentiva della vita i pesi”. Da Ugo Edoardo Poli il piccolo Berto ricevette essenzialmente due cose: lo sguardo “azzurrino” e, quantunque fosse nato nel 1883 nella Trieste austro-ungarica, la nazionalità italiana. Da Felicita Rachele Cohen, la madre, ebbe invece le radici ebraiche che, dopo le leggi razziali del 1938, lo avrebbero costretto a prendere la via dell’esilio. Non prima tuttavia, di aver compiuto un disperato tentativo in extremis chiedendo al Duce «la discriminazione per meriti di carattere nazionale», ovvero per la vena tutta italiana e dunque patriottica della sua produzione poetica.

A rivelarlo sono dei documenti inediti che la casa Bloomsbury metterà all’incanto mercoledì 6 dicembre a Roma, presso Palazzo Colonna, in via della Pilotta. Il lotto è il numero 624, comprende due lettere autografe con una pagina dattiloscritta, parte da una base d’asta di 5-7 mila euro e proviene da una collezione privata. Un documento di forte impatto emotivo e una drammatica testimonianza da parte di chi non esitava a riflettere su «quel che resta da fare ai poeti» rispondendosi, con coraggio, una «poesia onesta». «La fede avere di tutti, dire parole, fare cose che poi ciascuno intende, e sono, come i bimbi e le donne, valori di tutti». Ma allontanarsi dalla propria terra, dalla Trieste natia ove, «più fiero che del Canzoniere», aveva acquistato e gestiva la sua “Libreria antica e moderna”, era davvero insostenibile per Umberto Saba. E allora il 23 dicembre 1938 prende carta e penna e scrive a Benito Mussolini chiedendogli di essere considerato a tutti gli effetti italiano e non ebreo. «Per un commerciante – spiega al Duce nella missiva – la Patria può essere anche là dove guadagna; ma toglierla ad un poeta è per lui una sofferenza atroce; è come togliere la madre ad un bambino». E ancora: «Sono nato italiano di padre ariano (si chiamava Poli; Saba era in origine il mio pseudonimo letterario, che fu poi legalizzato con Decreto Reale) e da madre ebrea. Nell’Ottobre XVI ero però iscritto alla Comunità Israelitica. Senza questo ultimo punto sarei considerato anche dopo le recenti disposizioni, di razza italiana».

Ma il punto su cui il poeta triestino insiste è il carattere profondamente “italiano” dei suoi versi che, in una lettera successiva del 6 febbraio 1939 indirizzata alla Direzione per la Demografia e la Razza, giustifica – a suo avviso – la richiesta ufficiale di «discriminazione per meriti di carattere nazionale».

In una nota sempre autografa alla missiva per Mussolini, Saba dichiara: «Illustre e caro Bertoni. Eccole la copia della lettera, che può far leggere a Federzoni. Ringraziandola per la sua comprensione e bontà, e sperando di poter essere qui ancora lunedì e di poter parlare personalmente con Federzoni, sono il suo devoto». Il bolognese Luigi Federzoni era uno dei principali collaboratori del Duce, presidente del Senato e della Treccani, non insensibile alle richieste di intellettuali e scrittori italiani; il poeta era giunto a lui per il tramite di Giulio Bertoni, fondatore e direttore della rivista Archivium. La richiesta – come è noto – non fu accolta e Umberto Saba dovette emigrare prima a Parigi, poi a Roma in casa di Ungaretti e, dopo l’8 settembre, a Firenze, confortato dall’amicizia di Montale. Nel dopoguerra si stabilirà a Milano, tornando periodicamente alla sua Trieste e continuando a scrivere con quello pseudonimo frutto del rifiuto del cognome paterno. Un nome – Saba – dovuto secondo alcuni all’affetto per la balia slovena, Peppa Sabaz, che lo aveva svezzato con grande tenerezza durante i suoi primi anni di vita. Secondo altri un omaggio mai apertamente confessato alla madre e alle sue radici ebraiche. «Questo pane ha il sapore di un ricordo», scriveva nei suoi versi. E “saba” in ebraico vuol dire appunto “pane”.

Il Riformista, 30/11/2006