Quando la tradizione divide | Kolòt-Voci

Quando la tradizione divide

Daniele Liberanome

Si dice spesso che Milano con la sua comunità costituisce una realtà a sé nel panorama italiano: gli iscritti provengono da un gran numero di paesi diversi, le sinagoghe aumentano in modo continuo (si può dire eccessivo?), ma anche l’attività è intensa ed estremamente varia. Milano in questo senso appare assai più simile a Parigi che a Roma e per questo è interessante leggere il breve e denso scritto di Laurence Podselver “Fragmentation et recomposition du Judaïsme: le cas français” (Ginevra, 2004). In poche e scorrevoli pagine, la docente universitaria ha riassunto buona parte dei risultati delle sue lunghe ricerche, a partire da un’analisi socio-demografica dell’ebraismo d’Oltralpe, per passare a un’interessante analisi della composizione e delle tendenze dell’Assemblea Rabbinica (il Consistoire) per poi soffermarsi sulle emblematiche evoluzioni di alcuni gruppi, ossia i residenti di una cittadina dell’hinterland parigino e i Lubavitch. Il quadro che ne emerge è quello di una comunità che, rispetto ai primi anni ’50, ha smarrito alcuni vecchi punti di riferimento ma ne sta trovando di nuovi.

Gran parte di questo cambiamento è legato all’afflusso davvero notevole (e invidiabile) di correligionari provenienti dai paesi delle colonie francesi del nord Africa. Ebbene va detto che per un lungo tempo, loro (che rappresentano oltre il 70% dell’intera compagine comunitaria) si sono trovati ai margini della gestione della Comunità stessa. Così, dice la Podselver, i valori tipici degli ebrei di origine francese, decisamente legati alla Rivoluzione e alla successiva emancipazione non sono stati né trasmessi né assorbiti da chi giungeva nel paese. Tutto ciò nonostante che nelle colonie gli ebrei avessero già assorbito la cultura francese, anzi fossero di nazionalità francese e considerati da tutti assai vicini ai francesi e quindi in una situazione ottimale rispetto, ad esempio alla realtà milanese. Le istituzioni comunitarie si sono prima coperte di crepe e poi si sono frammentate in realtà fortemente autonome create su base etnica, in cui i membri si ritrovano in base al luogo di origine. In quelle piccole comunità (spesso fuori dal controllo del Consistoire, l’Assemblea rabbinica) sono finite per emergere figure carismatiche di leader organizzativi e religiosi oppure organismi gestionali che comunque niente hanno a che fare con Parigi. Suona familiare, non è vero?

Ma, spiega Laurence Podselver, questo fenomeno tende talvolta ad assumere dei connotati che definirei estremi. E’ quanto accade a Sarcelles, una cittadina appena fuori Parigi in cui addirittura il 15% degli abitanti è ebrei e tutti di origine nordafricana. Ebbene lì chi proviene da un determinato luogo in Marocco forma comunità distaccata perfino rispetto a chi è originario da un altro centro, seppure assai vicino geograficamente. Non solo, ma il ricordo del luogo di provenienza assume connotati del tutto irreali: vengono riesumati i riti tipici di ogni villaggio incluso il grande attaccamento alla memoria di questo o di quel rabbino a cui vengono attribuite doti quasi magiche e in onore dei quali si organizzano veglie in memoria. Chi pare sappia intercettare le nuove tendenze è il movimento Lubavitch che riesce a unire il rifiuto della secolarizzazione con la ricerca delle proprie radici etniche, riuscendo in una certa misura a dirottare l’attaccamento al rabbino locale verso il legame con il rebbe di Lubavitch, ed esaltandone quindi i valori ultraterreni. Ma, dice la Podselver, i Lubavitch esaltano comunque le divisioni fra ebrei, in quanto tendono a creare un mondo del tutto autonomo, in cui i rapporti con gli altri ebrei non Lubavitch vengono sempre più circoscritti e dove chi vuole entrarne a far parte viene trattato alla stessa stregua di chi non è ebreo affatto. Certo la forza dei Lubavitch dipende anche dall’ aver iniziato a operare nelle ex-colonie francesi ben prima dell’emigrazione in massa degli ebrei verso la Francia, ma le comunità tradizionali hanno saputo offrire poco altro. Ad esempio, si legge nel libro, il ricordo della Shoà, che pure tanto unisce gli ebrei di origine francese non aggrega anche i correligionari venuti dalle colonie che non percepisco questo ricordo allo stesso modo.

Eppure un’altra risposta è possibile e in parte è stata messa in campo in Francia: la creazione di centri di studio ebraici che aggregano i membri della comunità attorno ai veri valori della nostra tradizione, letti perché no, in chiave diversa, alla Levinas. E’ un’idea che potrebbe fare al caso nostro?

Già pubblicato sul Bollettino della Comunità ebraica di Milano