Neo antisemitismo nell’Italia di oggi | Kolòt-Voci

Neo antisemitismo nell’Italia di oggi

Sergio Minerbi

L’Italia è sempre stata considerata un paese immune da antisemitismo perché le leggi razziali imposte dai fascisti nel 1938 e le conseguenti atrocità dovute alla repubblica di Salò hanno avuto un effetto molto traumatico sugli ebrei. Si sperava che tale fenomeno non avrebbe mai più dovuto accadere dopo la liberazione. Tuttavia l’antisemitismo si è ripresentato benché non esistano oggi leggi razziali, e si è sempre nascosto dietro la politica di Sharon. Le attuali accuse antisemite biasimano tutti gli ebrei per crimini che essi non hanno mai commesso1.

Questi segni di antisemitismo non sono affatto nuovi. Col tempo l’antisemitismo si è mascherato da antisionismo, come fa notare Gianni Scipione Rossi in un suo recente libro: “L’antisionismo interpreta il ruolo di maschera ‘presentabile’ di un’avversione assai più profonda.”2 Un forte peggioramento delle situazione venne notato nel periodo della guerra in Libano, 1982-3, e i suoi effetti furono immediatamente percepiti. L’OLP si avvantaggiò di un’atmosfera favorevole ed organizzò un attacco terroristico alla principale sinagoga di Roma, quella sul Lungotevere, nel giorno della benedizione dei bambini (9 ottobre 1982), che uccise il piccolo Stefano Taché.

Qualche anno dopo, nel 1988, il primo rabbino di Roma, Elio Toaff, espresse un serio ammonimento dopo alcune manifestazioni antisemite avvenute nella capitale: “Le minacce, le lettere anonime, i rivoltanti graffiti, e gli eventi oltraggiosi che hanno avuto luogo in questi giorni potrebbero essere il preludio di azioni più vergognose, e non solo contro gli ebrei. Mi sembra di rivivere il clima di cinquant’anni fa, che precedette l’approvazione delle leggi razziali da parte del regime fascista”.3

Si deve aggiungere a tutto ciò una teoria, secondo la quale l’antisemitismo sta dietro l’opposizione alla politica dello Stato d’Israele. La guida spirituale di tale antisemitismo è Sergio Romano, ex-ambasciatore italiano a Mosca ed editorialista dell’importante quotidiano Corriere della Sera. Egli è stato uno dei primi intellettuali a esprimere il cambiamento di atteggiamento verso Israele con feroce criticismo e antisemitismo velato. Il nuovo genere di antisemitismo da lui introdotto è quello dell’intellettuale liberale alla moda che trova necessario attaccare gli ebrei in generale, e Israele in particolare, con lo scopo di promuovere se stesso.

Romano ha dedicato a questo tema un intero volume dal titolo Lettera a un amico ebreo.4 E’ importante dare a questo libro una grande attenzione, poiché si tratta di uno dei più infiammati casi di antisemitismo – e specialmente per il fatto che non è rimasto un caso isolato. 5 Questo libello diffamatorio ha avuto un tale successo da meritare una seconda edizione. Altri intellettuali italiani ne hanno seguito le orme.

Romano ha scritto un testo superficiale, assai virulento nei confronti degli ebrei, che attacca la religione ebraica senza preoccuparsi di conoscerla abbastanza per parlarne, fino a rasentare il ridicolo. Si permette di usare termini ed espressioni che sono sempre state considerate intollerabili e manifestamente politicamente non corrette. per esempio, scrive: “La dittatura delle fastidiose regole ebraiche, un catechismo fossile (con 248 comandamenti positivi e 365 negativi, secondo Rabbi Toaff) di una delle più antiche, controverse e retrograde fedi religiose mai praticate in occidente.6 Si tratta di una reazione all’Illuminismo, di un giudaismo che è iroso, arcaico, e psicologicamente impenetrabile a ogni forma di tolleranza e coesistenza”.7

Romano cita abbondantemente da un libro di Paolo Orano, Gli ebrei in Italia, pubblicato nel giugno del 1937 alla vigilia delle leggi razziali, e scritto allo scopo di preparare il terreno per l’emanazione di quelle infami leggi8. Romano introduce in tal modo le tesi dell’antisemitismo fascista come se esso avesse ancora un “droit de cité.” Romano pretende che gli ebrei siano nemici di per sé perché “la loro forte presenza nei ranghi della rivoluzione li rende sospetti agli occhi della borghesia, le loro ricchezze e abilità finanziarie agli occhi della sinistra, il loro cosmopolitismo agli occhi dei nazionalisti, e le tendenze isolazioniste agli occhi di tutti”.9 Se Romano avesse un briciolo di onestà intellettuale avrebbe dovuto ammettere, dopo siffatta descrizione, che ogni generalizzazione è falsa e che egli sta effettivamente accusando gli ebrei di una cosa e del suo contrario nello stesso momento.

Romano aggiunge due ulteriori motivi al nuovo antisemitismo: “Il primo riguarda lo status privilegiato di cui lo Stato d’Israele gode, grazie al supporto della comunità ebraica, nella società internazionale … La seconda causa del nuovo antisemitismo è paradossalmente dovuta allo spazio che il genocidio ha progressivamente occupato nella storia del nostro secolo”. 10

Qualunque osservatore imparziale all’ONU sa che quest’augusta organizzazione è stata per anni il portavoce della propaganda palestinese; lo stesso osservatore sa anche che ogni anno circa cinquanta risoluzioni sono state approvate dall’Assemblea generale, tutte di condanna unilaterale ad Israele, e con totale disprezzo dell’obiettività.

La seconda ‘causa’ è, di fatto, una minaccia mascherata; caro ‘amico’ ebreo, smetti di alludere alla Shoah, perché facendo così indebolisci gli antisemiti. Secondo Romano, “da Spinoza in poi, l’ebreo più intelligente è originale e seducente, ed è sempre, per certi aspetti, un ‘marrano’11…Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, gli intellettuali ebrei continuarono ad essere inetellettuali ‘marrani’, ossia uomini e donne di frontiera tra due mondi differenti, ai quali essi erano ugualmente legati e sensibili’.12

I ‘marrani,’ termine dispregiativo, erano ebrei tornati alla fede dei padri, o che tentavano di rientrarvi, dopo la loro espulsione dalla Spagna. L’Inquisizione li considerava cristiani eretici, e li bruciò sul rogo nelle piazze delle città. 13 L’uso del termine ‘marrano’ da parte di Romano indica che gli ebrei di oggi dovrebbero, o rigettare il proprio giudaismo, oppure nasconderlo (se lo hanno accettato), perché la società odierna non può tollerare gli ebrei nel proprio seno.

Dopo aver accusato parte del mondo ebraico di aver sposato le tesi della responsabilità collettiva del popolo tedesco di oggi, Romano sostiene che la tesi delle “responsabilità collettive” è da riferire proprio agli stessi ebrei.14 Ma chi sostiene tali tesi? Romano rimane sul vago, non produce riferimenti precisi e non fa nomi; e si limita a dire vagamente che ‘sono usate da una parte del mondo ebraico’. E tuttavia la procedura seguita dal governo israeliano nel corso del processo Eichmann 15 era del tutto opposta al principio dell’accusa collettiva dell’intero popolo tedesco. Con grande diligenza, venne prodotto un immenso sforza per provare le responsabilità di un individuo nei crimini che egli personalmente averva commesso. La ben nota tesi della colpa collettiva del popolo tedesco venne esemplificata nel libro di Goldhagen, Hitler’s Willing Executioners: Ordinary Germans and the Holocaust. Però questo libro è stato molto criticato in Israele, 16 e questo mostra ancora una volta che le accuse di Romano sono infondate.

C’è gente nostalgica dei tempi in cui gli ebrei, eccetto una minoranza di sionisti, si vergognavano di essere nati con un tale stigma, al punto da sminuire se stessi sognando di essere identici a tutti gli altri. Questi ebrei – “estranei per principio alla violenza”17 secondo le parole di Primo Levi – imparavano a rendersi il più piccoli possibile e persino a porgere l’altra guancia secondo gli insegnamenti cristiani. “Amo gli ebrei con la spina dorsale curva,” scriveva la scrittrice ebrea italiana durante la guerra di Yom Kippur del 1973 sulle pagine del quotidiano La Stampa. La lotta degli ebrei per l’emancipazione era animata dall’idea di raggiungere la parità con altri cittadini. Oggi la lotta può avere uno scopo differente: ottenere il diritto alla diversità e poter esercitare la propria cultura all’interno di uno stato democratico.

E’ una strategia mantenere vivo il ricordo della Shoah?

La sottile e ripugnante insinuazione che gli ebrei vogliano mantenere viva la memoria della Shoah per loro scopi particolari è assolutamente offensiva nei confronti dell’intelligenza di tutti. Romano scrive: “Questa strategia della memoria rappresenta per molti una risposta a un naturale bisogno di sicurezza. .. la memoria del genocidio è un’assicurazione politica”.18 Ma lo scrittore Primo Levi così spiegava come certe persone vogliono dimenticare: “La gente che è stata ferita ne sospinge lontano il ricordo, per aver ragione di esso e per alleviare il sentimento di colpa.”19 “Un caso estremo di distorsione della memoria di un atto di colpa si può trovare nella sua soppressione “. 20

In in libro intitolato La tentazione di dimenticare, Franco Ferrarotti scrive: “Dimenticare è l’ultimo rifugio di coloro che preferiscono seppellire se stessi, che non hanno il coraggio di guardare in faccia il proprio passato e che sperano di cancellarlo come se fosse un cattivo sogno: una veloce amnistia collettiva attraverso un’amnesia di massa. 21

Romano accusa lo Stato d’Israele di servirsi della Shoah allo scopo di ottenere la “legittimità internationale” ma non porta alcun esempio di tale presunta attività. Afferma: “Per Israele si è trattato, nel passato, di una preziosa fonte di legittimità internazionale così come di uno straordinario strumento diplomatico.”22 Romano aggiunge infine di vedere nella “evocazione del genocidio e nella denuncia dell’ antisemitismo” uno strumento nelle mani d’Israele: “Niente può giustificare l’aggressore, tanto meno la memoria della violenza subita. Potrebbe forse esistere un legame tra certe sgradevoli manifestazioni della politica israeliana, dalla guerra in Libano in poi, e l’attenzione verso l’antisemitismo verso il quale siamo sempre più frequentemente chiamati a prestare attenzione?”. 23

Indubbiamente la Shoah fa parte della memoria collettiva israeliana. Oltre ad essere il solo paese al mondo ad accettare automaticamente un ebreo come cittadino, deve farsi carico del ruolo di conservatore della memoria della Shoah, specialmente in tempi in cui molti negano che la Shoah abbia mai avuto luogo. Ma definire questo sentimento uno “strumento diplomatico” del governo israeliano è davvero un’esagerazione specialmente se si pensa che Romano non fornisce di ciò alcuna prova.

Nolte e il revisionismo storico

Romano lamenta il fatto che “il passato europeo non passa mai ” e fa di questo la ragione del suo libro. Dovremmo ricordare un libro di Gian Enrico Rusconi dal titolo Germania. Un passato che non passa.24 Il libro riporta la discussione tra gli storici tedeschi sorta dopo il saggio di Ernst Nolte, un importante storico revisionista. Ho notato le contraddizioni di Nolte e le sue inaccettabili tesi tipo l’assurda pretesa che nazismo e sionismo avessero gli stessi obiettivi, che vi fosse un’ “intima affinità tra giudaismo e bolscevismo”, che la persecuzione nazista contro gli ebrei trovasse giustificazione nelle loro provocanti dichiarazioni, che Hitler abbia voluto intraprendere l’azione militare in Asia in quanto potenziale vittima di un’azione simile da parte di Stalin, e che l’odio insensato contro gli ebrei avesse un grano di razionalità. 25

Sulla stessa lunghezza d’onda di Nolte, Romano stabilisce che le guerre del XX secolo hanno ucciso non meno di 87 milioni di persone; che nei gulag russi sono morte 12 milioni di persone, oltre i sette sterminati dal collettivismo staliniano per giungere all’amara conclusione che: ” non tutti i genocidi hanno la stessa importanza agli occhi dell’opinione pubblica. Quello degli ebrei occupa nella memoria collettiva dell’occidente uno spazio dominante”26. Ritornando sull’argomento scrive: “Benché qualitativamente differente da ogni altro massacro del XX secolo, il genocidio degli ebrei resta un evento storico da esaminare e comprendere all’interno delle particolari circostanze in cui ebbe luogo”27.

La Shoah può essere esaminata alla luce del contesto storico, ma rimarrà sempre un episodio unico nella storia dell’umanità. L’efficienza nazista, l’industrializzazione del crimine, l’uccisione di uomini, donne, bambini e anziani di qualunque nazionalità – azioni tali che erano divenute di per sé un fine al punto di proseguirle anche quando il corso della guerra avrebbe dovuto obbligarne la sospensione – tutti questi sono elementi che danno alla Shoah l’amaro privilegio di essere un fatto unico. Ma per Romano, “il genocidio nelle mani del più intransigente giudaismo è una sorta di ripresa delittuosa.”28 E questo è assurdo, e forse non tarderà a venire il giorno in cui qualcuno si spingerà a sostenere che vi era desiderio della Shoah e che essa è stata inventata dagli ebrei.

Ebbi l’opportunità di dimostrare gli errori di Romano in un piccolo saggio. 29 Pur citandomi, Romano ha dato poco peso alle mie osservazioni nella prefazione alla seconda edizione del suo libro. E’ riuscito persino a superare se stesso differenziando l’antisemitismo dall’antisionismo, e scrivendo della “sproporzionata presenza di ebrei nei partiti rivoluzionari” e sostenendo a proposito dello Stato d’ Israele che “si serve del genocidio per meglio difendere le ragioni della propria esistenza”. Romano menziona i fatti di Jenin dell’aprile 2002, e discute abbondantemente del caso di Cornelio Sommaruga, ex-presidente del International Committee of the Red Cross (ICRC). Omette però di ricordare al lettore che l’accusa a Israele di aver ucciso 5000 palestinesi a Jenin era stata ridimensionatta e ridotta a 52 persone, tra le quali molti combattenti armati uccisi in un conflitto durissimo nel quale anche 23 soldati israeliani erano morti.

Il movimento nazionale ebraico

Il sionismo è il movimento nazionale del popolo ebraico, creato sulla spinta dei movimenti europei di liberazione nazionale del XIX secolo, che a sua volta era la conseguenza della “primavera delle nazioni” del 1848 e dell’emancipazione degli ebrei introdotta dalla rivoluzione francese del 1789. Esso era sorto come movimento politico nella mente di un giornalista, Theodor Herzl, che aveva scritto il suo programma in un volumetto dal titolo Lo Stato ebraico, pubblicato a Vienna nel 1895. E’ stata indubbiamente la visione di Herzl a condurre all’istituzione di un movimento nazionale ebraico. Durante la sua breve vita (egli morì nel 1904 all’età di 44 anni) divenne il primo e più importante diplomatico sionista, e sviluppò un’intensa attività politica. Nel 1904 si incontrò in Vaticano con papa Pio X, a Costantinopoli col sultano Abdul Hamid II, e a Gerusalemme con l’imperatore Guglielmo II di Germania. Ma soprattutto egli creò l’organizzazione sionista, che tenne il suo primo congresso a Basilea nel 1896.

Nel maggio del 1948, Ben-Gurion proclamò la nascita dello Stato d’Israele. Il principale obiettivo del sionismo era stato brillantemente raggiunto in 50 anni, ma il sogno di raccogliere la maggioranza del popolo ebraico in un solo paese è lontano dall’essere raggiunto. Secondo Romano questo dimostra il fallimento del sionismo: “Questo è il paravento dietro il quale qualcuno ha potuto nascondere un ‘mbarazzante verità: che lo straordinario successo dello Stato d’Israele è paradossalmente accompagnato dal fallimento dell’ideologia sionista”. Al contrario, si può sostenere che poche ideologie al mondo possono vantare un successo così completo e duraturo come il sionismo.

In Italia, la maggior parte degli ebrei non ha fatto parte del movimento sionista, almeno nei primi anni. L’esempio, fornito da Romano, di un ebreo italiano isolato come Arnaldo Momigliano, che in definitiva era un intellettuale serio ma non “un esempio rappresentativo” delle masse ebraiche dell’Europa orientale o centrale, permette a Romano di sostenere che “il rifiuto di partire [per la Palestina] non è altro che l’estrema manifestazione di ostilità … con la quale il sionismo venne accolto dalla maggior parte delle comunità ebraiche prima e dopo la Grande Guerra.”30 Romano si rifiuta di ammettere che l’ingresso in Palestina era controllato dalla Gran Bretagna, e che spesso il solo modo per ottenere un certificato (un visto di entrata) era possedere almeno 1,000 sterline, una somma puramente immaginaria per gli ebrei di Polonia e altrove. Le autorità inglesi proibirono agli ebrei l’ingresso in Palestina col Libro Bianco, pubblicato nel 1939 alla vigilia dello Shoah durante la quale quegli stessi ebrei sarebbero stati assassinati.

Romano non comprende che potevano esistere veri ebrei che allo stesso tempo erano veri italiani, e afferma che “per almeno 100 anni… la principale ambizione della maggior parte degli ebrei della penisola era di uscire dal ghetto, di avere pasti kosher, e poter praticare la religione, i tic mentali e tribali della loro tradizione culturale e religiosa”.31 Romano mescola insieme la libera scelta degli ebrei di mangiare cibi kosher con il ghetto nel quale furono forzatamente rinchiusi per secoli, contro la loro volontà, nel sedicesimo secolo prima di tutti dalla Repubblica di Venezia e poi dallo Stato Pontificio . Romano pretende che gli ebrei debbano abbandonare la loro fede religiosa per poter diventare “generali, ministri, presidenti del consiglio.” Ci si meraviglierebbe se i loro colleghi cattolici della Democrazia Cristiana, per esempio, trovassero questo realmente indispensabile.

Romano afferma che gli ebrei italiani non erano attratti da Israele, un paese il cui “fervore religioso” potevano non condividere. E aggiunge: “Essi sapevano che in Israele, se avessero deciso di sceglierla come madrepatria, avrebbero avuto a che fare con gli Ashkenaziti dello shtetl e dei ghetti orientali e con i sefarditi dei paesi arabi: popoli arcaici di un mondo col quale non avevano familiarità.”32. Asserzioni siffatte, del tutto avulse dalla realtà dei fatti sono tipiche di Romano. Dei 40,000 ebrei italiani, 5,000 hanno fatto di Israele la propria patria, e per essi la realtà è del tutto differente, come viene mostrato da un’interessante ricerca condotta da Sergio Della Pergola e Amedeo Tagliacozzo.33

Vittime e assassini

Il giudizio di Romano sullo Stato d’Israele è completamente privo di basi quando scrive: “La memoria delle umiliazioni subite ed un senso di superiorità intellettuale hanno creato una nazione bellicosa, imperialista, arrogante, e, come disse De Gaulle nel 1967, ‘dominatrice’ … L’israeliano è l’Ubermensch (il superuomo) del Vicino Oriente.”34 Quest’ultima definizione che paragona l’israeliano (ancora un’altra generalizzazione) col ‘superuomo’ nazista è particolarmente offensiva perché stabilisce una similarità tra israeliani e nazisti che è rivoltante.

Primo Levi ha scritto: “Confondere [gli assassini] con le loro vittime è una malattia morale oppure un modo affettatamente estetico o un morboso segno di complicità; e soprattutto è un servizio gratuito offerto (lo si voglia o no) ai negatori della verità”35.

Secondo Romano, l’israeliano è “coraggioso, duro, imperioso, sprezzante e, in molte occasioni, un bugiardo senza scrupoli.”36 Al fine di provare la sua tesi, Romano offre solo l’esempio di Ben- Gurion, il quale negò l’operazione di Qibya del 1953,37 ma omette di menzionare che gli israeliani si assunsero la responsabilità dei fatti di Qibya da quel momento in poi. Non si sa se per ignoranza o malafede, Romano non permette all’evidenza di confutare i suoi argomenti.

I ragionamenti di Romano sono anche guidati dall’ignoranza e dal pregiudizio quando scrive: “L’ origine regionale della maggior parte degli immigrati ha progressivamente rafforzato, nella composizione della società, la presenza degli ebrei orientali o africani, come dire delle comunità più introverse e religiose”38 “Israele non è lo stato degli ebrei” aggiunge “esso è più semplicemente lo stato di una parte del giudaismo orientale e arabo-africano”.39

L’ignoranza dei dati demografici israeliani da parte di Romano è ovvia: nel 2001, 2.17 milioni dei 5.25 milioni di ebrei che vivono in Israele, pari al 41, 3 per cento, erano di origine europea o americana, mentre solo 1.57 milioni (pari al 30% del totale) erano di origine africana o asiatica. Tuttavia, il dato più interessante è che attualmente 3,252 milioni della popolazione israeliana, ossia il 62 %, è nata in Israele.40 Romano è convinto che “allo scopo di sopravvivere e di imporsi, il sionismo deve servirsi di strumenti di pressione – la solidarietà tra le comunità ebraiche nel mondo, o l’internazionale ebraica degli antisemiti- che è in contrasto con la filosofia nazionale sotto molti aspetti.”41 La solidarietà con le comunità ebraiche è una strada a doppio senso: le comunità desiderano ricevere supporto e guida da Israele per quel che concerne la cultura e l’educazione. Non vi è niente di strano che Israele abbia molti simpatizzanti tra gli ebrei della diaspora e voglia rafforzare i suoi legami con essi. Ma non vi è niente di nuovo in questo argomento dal momento che si tratta dello stesso vecchio mito dei Protocolli dei Savi di Sion.

E’ interessante notare che Romano ha trovato necessario includere il testo completo di questi protocolli in un suo libro precedente dal titolo I falsi protocolli.42 Apparentemente è stato spinto dal desiderio di accuratezza storica. Tuttavia, tanta meticolosità è sorprendendente: il fatto che abbia trovato necessario includerlo per intero denota l’importanza che egli ha loro assegnato.

Alberto Asor Rosa

Alberto Asor Rosa insegna alla università “La Sapienza” di Roma, ed è un noto studioso di letteratura italiana. Al contrario di Romano, egli si situa nella sinistra dello schieramento politico italiano. Nondimeno condivide con lui la linea di critica totale allo Stato d’Israele, cosa che gli ha portato un vasto seguito in Italia. L’ignoranza di Asor Rosa nei confronti dell’ebraismo e del sionismo è abissale, quasi incredibile, infatti, se non si distingue l’antisemitismo di fondo al di là dei suoi ragionamenti dubbiosi. E’ insensato sostenere che “Le colpe dell’Occidente verso gli ebrei sono state compensate, con l’assunzione di un peso di colpa altrettanto grande nei confronti dell’Islam”.43

Le radici dello Stato d’Israele sono da trovare nella famosa Dichiarazione di Balfour del 1917, che la Lega delle Nazioni fece propria incorporandola come preambolo al Mandato per la Palestina assegnato alla Gran Bretagna del 1922. Le colpe dell’Occidente verso gli ebrei, accumulatesi nei secoli, non includono la Shoah a tal proposito e non vi può essere compensazione per essa. Viceversa, non esiste alcuna colpa nei confronti dell’Islam: mentre la patria in miniatura degli ebrei si andava formando in Palestina, una serie di Stati arabo-islamici nascevano ex novo su un’area molto più vasta, e tra questi la Siria, l’Irak, la Transgiordania. Il Libano, che all’epoca era un paese pluralista, divenne una repubblica islamica, mentre l’Egitto non era ancora indipendente. Il Medio Oriente divenne arabo e musulmano, e le sole eccezioni erano i maroniti in Libano e gli ebrei in Palestina. L’Occidente non ha perciò da caricarsi di colpe verso l’Islam su questo punto, avendo guidato all’istituzione di più di dieci Stati arabi indipendenti tutt’intorno a una minuscola patria ebraica.

Ed è anche improprio dire che “il giudaismo, allo scopo di diventare Israele, ha accettato la grande eredità dell’Occidente”. Se Asor Rosa allude all’istituzione di uno Stato, gli ebrei non hanno bisogno di accettare altri retaggi che il proprio, visto che essi avevano uno Stato nella stessa terra d’Israele molto prima della fondazione di Roma, e all’epoca dell’impero egiziano e di quello babilonese, che erano civiltà molto più avanzate dell’Occidente e dai quali gli ebrei potrebbero aver tratto ispirazione. Se d’altra parte Asor Rosa allude all’aspetto scientifico, ci si dovrebbe ricordare che la maggior parte dei risultati nelle scienze occidentali provengono dai contributi ebraici alla medicina, alla psicoanalisi, alla fisica, e alla matematica. Si tratta di un dare e un avere nelle relazioni, ma non nel senso di Giuliano Della Pergola quando scrive di potersi servire proprio di questi argomenti per trovare le prove che Israele è parte dell’Occidente: “Alludo alle scienze, alla razionalità, alla democrazia e all’urbanizzazione, alla diffusione dei computer, all’organizzazione e alla specializzazione professionale. In breve, alla modernità.”44

La modernità è una faccenda molto importante, dal momento che una buona parte del radicalismo islamico deriva dal fatto che l’islam non è attrezzato a trovare la via per salvaguardare a un tempo le proprie tradizioni e accettare la modernità. L’islam ha preso molti elementi basilari dal giudaismo, come la non-separazione della relione dallo Stato e un monoteismo assoluto privo di immagini [del divino]. Ciò che l’islam non ha assorbito è, inveve, la capacità di adattarsi a nuove soluzioni, cosa che permetterebbe alla modernità di integrarsi con l’islam. Dopo un’età d’oro, nella quale ebrei e musulmani divennero il ponte tra il mondo greco, le scienze orientali e l’Occidente (basti ricordare la scuola medica di Salerno nel IX secolo), gli ebrei continuarono sulla strada del progresso scientifico mentre la parte estremista dell’islam rifiutò di farlo.

Le radici ebraiche in Occidente sono molto antiche sottolinea giustamente David Sorani: “Chiunque conosca la storia degli ebrei e la storia dell’Occidente sa che la vita europea è sta influenzata per più di duemila anni dalla presenza ebraica e che gli influssi reciproci sono stati molteplici. L’Occidente non sarebbe stato ciò che è senza il contributo dell’ebraismo.”45 Da parte sua Asor Rosa fa delle affermazioni prive di fondamento: “Da un popolo di religiosi e di intellettuali è nato un nuovo popolo di zeloti. Ne è nato uno Stato ed un popolo si è dissolto. Si è sviluppata un’arma meravigliosa, una forza invincibile e la tradizione e il pensiero si sono dissolti come la neve al sole.”46

I denigratori d’Israele accusano sistematicamente questo paese di una cosa e del suo contrario. Talvolta Israele è accusato di essere uno Stato teologico, immerso nella tradizione religiosa ebraica, e perciò non sufficientemente laico e moderno, e talvolta è accusato di essere l’esatto opposto. La realtà è più complessa poiché Israele ha contemporaneamente molte facce. Dopo il massacro industriale della Seconda Guerra Mondiale, i resti del popolo ebraico sono divenuti solidali con Israele. Inoltre, l’esercito e spesso gli stessi soldati sono scienziati, rabbini, giudici, filosofi e scrittori, ciascuno con una sua propria opinione, che non è necessariamente in sintonia con l’opinione della maggioranza. Non solo il popolo ebraico non si è dissolto, ma esso è stato rafforzato dallo Stato d’Israele. E’ difficile comprendere perché ciò che è normale tra tutti i popoli del mondo – il diritto all’autodeterminazione – dovrebbe essere negato agli ebrei. E’ impensabile che mentre uno Stato palestinese viene supportato, lo stesso diritto viene negato a Israele. Lo Stato-nazione è un’invenzione europea del XIX secolo, ma nell’accettarla gli ebrei hanno ricevuto una forma e non il contenuto. Israele ha formato il suo proprio modo nel rispetto e nell’ambito della tradizione dello Stato moderno.

Asor Rosa sembra dispiaciuto o almeno sorpreso che gli ebrei abbiano smesso il ruolo di vittime, e sostiene che essi si siano assunti il ruolo di esecutori. In realtà, gli ebrei non sono diventati assassini, ma non vi è ragione di condannarli a giocare il ruolo di “vittime” per migliaia di anni. Per chi non vuole accettare che l’era degli ebrei-vittima sia finita, sembra necessario accusare gli ebrei di essere diventati essi stessi esecutori.

Si sente dire sempre più spesso di come gli Stati arabi sono stati umiliati. Siria ed Egitto attaccarono Israele di sorpresa nel 1973, e poco impedì loro dal riuscire nello scopo di cancellare Israele dalla faccia della terra. Che cosa fece l’Europa in quell’occasione? Alcuni paesi rifiutarono di permettere agli americani di far atterrare nei propri territori armi e munizioni, rendendo la posizione d’Israele persino più precaria. L’ombra del petrolio arabo ha dominato la politica europea, soggiogata dal panico di restare senza il prezioso petrolio. In reltà non se ne soffrì la mancanza, cosa di cui i governanti erano perfettamente consapevoli.

Le nazioni arabe del Medio Oriente hanno il diritto di sentirsi umiliate, ma per altre ragioni, come è stato esposto brillantemente da alcuni arabi musulmani in un rapporto dell’ United Nations Development Program (UNDP), pubblicato nel 2002 sul tema dello sviluppo economico arabo.47 Secondo tale rapporto, tre principali fattori costituiscono il maggior ostacolo allo sviluppo economico arabo. E’ necessario il rispetto dei diritti umani e delle libertà politiche; che si permetta alle donne arabe il pieno uso delle proprie potenzialità; e infine che si possano consolidare le conoscenze acquisite con il loro effettivo uso. Il rapporto mostra che la partecipazione della popolazione alla politica e all’economia nazionale è il più basso al mondo. La mancanza di sistemi democratici nei paesi arabi rimane il maggior ostacolo allo sviluppo delle risorse umane e dell’economia, che rappresenta il fattore più umiliante per gli Stati arabi. Contrariamente a ciò che sostiene Asor Rosa, non è l'”ordine imperiale” a decretare che “le masse islamiche debbano nuotare nel fango per i prossimi secoli a venire”48, ma sono piuttosto le società arabe responsabili di tutto ciò.

Asor Rosa accusa Israele di arrivare alla “mostruosa ma inevitabile affermazione della superiorità razziale degli ebrei nei confronti dei sottosviluppati popoli vicini.” Ovviamente non si degna di citare le sue fonti e così non sapremo mai a cosa allude. Nessun capo di stato israeliano ha mai tenuto una simile posizione politica e Asor Rosa non fornisce prove. Ma il fare accuse non sostenute da fatti comprovabili e che però diventano “fatti” semplicemente perché sono stati manifestati, è molto tipico dei denigratori di professione d’Israele. Un’altra vuota accusa è orientata verso i “gruppi politici para-fascisti” e ha preso di mira il governo israeliano. Il partito laburista, guidato da Barak, ha perso le elezioni del 2001 contro Ariel Sharon per molte ragioni, tra le quali il fatto che Arafat non ha neppure voluto discutere le generose proposte di Barak a Camp David e invece ha preferito dare inizio all’intifada.

Asor Rosa sostiene che, nel campo delle tecnologie militari, Israele è “avanti a tutti ed insegna al resto dell’Occidente, compresi gli U.S.A.”. Ciò può esser vero, ma per ragioni che Asor Rosa volontariamente ignora. La prima di queste è che i fondamentalisti islamici, nella loro corsa al potere del mondo, trovano utile alla propria causa tenere apparentemente tranquillo l’Occidente, mentre sostengono pubblicamente di attaccare solamente Israele. Per come l’Europa si comporta, questa procedura è indubbiamente riuscita. L’antico antisemitismo europeo si è combinato con la grande simpatia per la causa palestinese per ragioni simili a quelle evocate da Asor Rosa: la cosidetta umiliazione dei palestinesi e il loro cronico sottosviluppo. La realtà dei fatti è che le risorse europee potrebbero non essere state usate allo scopo previsto perché sono sistematicamente servite a finanziare il terrorismo e le tasche private dei loro capi; ma nessun palestinese può aprir bocca per mancanza di democrazia – e così tutti questi fatti insieme hanno riportato indietro i palestinesi. Le alleanze tra i gruppi terroristi palestinesi e le Brigate Rosse e altri gruppi terroristici europei, e le loro scelte di obiettivi in Italia e in altri Paesi europei non hanno svegliato gli europei dal loro sonno. Quello che interessa loro è poter continuare i loro affari a costo di chinarsi in ginocchio davanti ai fondamentalisti pur di garantirsi una sicurezza precaria. Solo quando i fondamentalisti islamici hanno attaccato gli Stati Uniti, l’11 settembre del 2001, vi è stato un cambiamento nella politica americana, e di conseguenza anche in alcuni paesi europei è avvenuto un piccolo cambiamento.

Anche la seconda ragione è politica e non militare. Paul Thibaud scrive a proposito della crisi politica e morale dell’Europa, che essa è dovuta a mancanza di prospettive, a una cattiva coscienza collettiva e a un individualismo privo di regole. E aggiunge: “Il senso di colpa per la Shoah è nel cuore della crisi.”49 Non vi è più una forza morale capace di lottare contro le forze estranee in un’Europa in cui il tasso di natalità ha raggiunto livelli incredibilmente bassi, e dove l’edonismo e il consumismo sono la nuova religione. Gli europei hanno attraversato la Guerra Fredda sotto l’ombrello nucleare americano, risparmiando milioni di dollari di spese militari ma restando privi di difese. Oggi la Guerra Fredda è finita, è una sotterranea corrente antiamericana è diventata la parola d’ordine del nostro tempo, mentre il pericolo reale per il mondo libero consiste nel fondamentalismo islamico”.

Anche la Chiesa Cattolica è profondamente antiamericana e pro-islamica, e lo si è visto durante la guerra in Irak50. Il papa può rimanere affascinato dalla spiritualità religiosa islamica, o forse preoccuparsi della sorte delle comunità cattoliche medio-orientali, ma in ogni caso ha scelto di sostenere i musulmani. Nella crisi che ha preceduto l’attacco all’Irak, due fatti che potrebbero apparire apparentemente privi di connessione, sono stati collegati dalla Chiesa stessa: ogni volta che la Chiesa ha espresso la propria opposizione alla guerra, non ha mancato di menzionare i “legittimi diritti” dei palestinesi.

Israele ha mostrato che è possibile e necessario combattere il terrorismo islamico e nel far ciò ha preceduto in qualche modo la semidormiente coscienza del mondo occidentale, che spesso preferisce il suo antiamericanismo alla campagna contro il terrorismo islamico.

La terza ragione è stata in un certo senso imposta ad Israele. Essendo stato il primo paese a diventare obiettivo di attacchi terroristici, è naturale che sia divenuto il primo a sviluppare metodi di difesa. Il sequestro di un aereo El-Al sulla rotta di Algeri ha imposto agli israeliani di introdurre controlli che furono veementemente criticati all’epoca dalle altre aereolinee, solo per essere poi introdotti e perfezionati anche da altre linee aeree. Ogni attacco terroristico crea nuovi mezzi di difesa, e proprio ora si parla di armare gli aerei El-Al con nuovi sistemi inventati in Israele al fine di evitare possibili attacchi missilistici. Contrariamente a ciò che afferma Asor Rosa, Israele non solo non ha cancellato se stesso col diventare uno Stato “militarizzato”, ma ha provato di voler e poter sopravvivere. Il pensiero ebraico e l’autodifesa procedono mano-nella-mano. Israele sopravvive grazie al suo esercito, e gli ebrei danno il proprio contributo al mondo tra l’altre anche grazie al fatto che lo Stato d’Israele esiste.

Barbara Spinelli

Barbara Spinelli, nota giornalista del quotidiano La Stampa, volle apparentemente seguire le orme di Romano, inizialmente con un libro51 e in seguito con un virulento articolo antisemita. Nell’ottobre del 2001 scrisse tra l’altro:”Israele constituisce uno scandalo…per il modo in cui è sorto, per i sacrifici che la sua nascita ha imposto ai cittadini palestinesi che non avevano preso parte all’annientamento degli ebrei in Europa. Infine, ma non ultimo, per il modo in cui la religione di Mose occupa il pianeta, dando valore a diritti che sono spesso meta-storici piuttosto che storici, connessi ai sacri testi piuttosto che al normale divenire dei popoli e del tempo”.52

Spinelli dimentica che lo Stato d’Israele doveva ancora nascere quando i palestinesi respinsero la decisione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 riguardante la spartizione della Palestina, e preferirono iniziare una guerra contro gli israeliani con la convinzione di poterli buttare a mare. La Bibbia è certo rispettata in Israele ma lo Stato è basato sulle leggi internazionali e sul diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Inoltre, la Spinelli dimostra, o una stupefacente ignoranza del giudaismo, oppure un serio caso di malafede quando scrive che il monoteismo ebraico è una macchia sull’ “atteggiamento favorevole al dubbio filosofico e teologico che sta alla base delle virtu’ europee, e che caratterizza il monoteismo cristiano, in particolare quello cattolico”. Ciò è assolutamente ridicolo: gli ebrei hanno dato al mondo Maimonide, Spinoza, Freud, Einstein [e Popper], che hanno innovato il pensiero filosofico nei secoli. Questo fatto ha potuto aver luogo precisamente perché il Talmud è basato sulla discussione costante, una ginnastica perpetua del cervello che è priva del dogma tipico del cattolicesimo.

Spinelli continua: “Urge esprimere quel ‘Mea Culpa’ che crudelmente è assente e che dovrebbe essere pronunciato nei confronti dei palestinesi in particolare e dell’islam in generale”. Gli ebrei come popolo e in particolare Israele non hanno niente da rimproverarsi per quel che concerne le relazioni con l’islam. Per secoli essi hanno vissuto nei paesi islamici in relazioni piuttosto buone con i musulmani, ma in condizioni di sudditanza, come “Dhimmi,” ossia cittadini di secondo rango. Nonostante il conflitto con i palestinesi, Israele intrattiene buoni rapporti con paesi islamici come la Turchia, e più recentemente l’Egitto e la Giordania. Sul piano teologico non vi assolutamente alcun risentimento verso l’islam. Sfortunatamente questo sentimento è asimmetrico. I fondamentalisti islamici, benché rappresentino un piccolo gruppo nell’islam, giustificano con la fede islamica gli atti terroristici.

Ancora, secondo la Spinelli, “ci sono quelli, nello stesso Israele, che sospettano che il popolo d’Israele, al fine di rigenerarsi, voglia attirare nuovo dolore nel futuro col sogno di un secondo olocausto”. E parla parla di una “tentazione apocalittica” che attribuisce agli israeliani in generale, senza tuttavia menzionarne uno solo. C’è perciò un solo piccolo passo dal dire che gli ebrei sognano “un secondo olocausto” per suggerire che anche il primo era stato da essi desiderato.

Spinelli attacca gli ebrei con la vecchia accusa di “doppia e contradditoria fedeltà verso Israele e verso lo Stato di appartenenza”. Infatti, tale fedeltà non è in contraddizione nel secondo caso, anche se la Spinelli afferma che “potrebbe essere il momento di discutere i legami con Israele”. La solidarietà con Israele disturba certi intellettuali, come quelli che nel 1982 inviarono una richiesta dalla pagine di La Repubblica, con l’invito agli ebrei italiani di condannare la politica israeliana. Per certi ebrei italiani timorosi che vorrebbero assimilarsi del tutto, l’ebreo orgoglioso che difende se stesso da’ fastidio. Gli italiani che hanno milioni di compatrioti che vivono negli Stati Uniti e in Sudamerica, sono consapevoli che un legame spirituale col paese di origine può essere da loro mantenuto, pur essendo allo stesso tempo eccellenti cittadini del paese in cui risiedono.

L’ Intifada vista dall’Italia

Da molti anni sostengo che il fronte più importante nei tempi di guerra sono i media, e ho dedicato un libro all’analisi dell’antisionismo nella televisione belga53. Ferrante Pierantoni ha introdotto la disinformazione nel più vasto contesto della guerra non violenta, che, secondo lui, sta per sostituire la guerra così come la conosciamo54. I pirati informatici di internet e PC, come pure la futura guerra tecnologica, diventa sempre più tale e quale il nome del gioco [wargame].

Dopo l’inizio della seconda intifada, si sono sentite in Italia voci di odio più alte nei confronti d’Israele. Ci sono numerosi campioni della campagna di odio nella stampa italiana, come Igor Mann e Ugo Tramballi, ma anche Leonardo Coen e Riccardo Cristiano, per ricordarne alcuni. Per la maggior parte della stampa italiana, è stato Ariel Sharon a dare inizio all’intifada con la sua visita al Temple Mount di Gerusalemme. Importa poco a questi reporters che il ministro palestinese delle comunicazioni, Imad el Faluji, abbia detto il 5 marzo 2002 in Libano: “L’intifada non è stata una faccenda spontanea, ma pianificata dopo il rifiuto di Arafat alle proposte di Clinton a Camp David. E’ un errore pensare che sia stata la visita di Sharon alla Spianata del Tempio a dare inizio alla violenza palestinese.”

I critici amano dimenticare il fatto che il Primo ministro Barak aveva proposto a Camp David di cedere ai palestinesi il 96% dei territori occupati come pure la partizione di Gerusalemme. Yasser Arafat non ha neppure preso in considerazione le proposte di pace israeliane e ha invece organizzato, tra l’altro, l’intifada. I palestinesi volevano l’intifada nella speranza di ottenere con le armi ciò che non avevano ottenuto al tavolo dei negoziati. Ora Arafat continua a domandare il diritto di ritorno per i rifugiati, che non è nient’altro che un eufemismo per la distruzione d’Israele. Arafat ha ripetuto di recente: “Nessuno può abolire il diritto di ritorno”55 Ovviamente egli disconosce il fatto che negli ultimi dieci anni un gran numero di palestinesi si sono stabiliti in Israele e hanno ottenuto la cittadinanza attraverso i matrimoni. Quasi un milione di ebrei furono costretti ad abbandonare le loro case nei paesi arabi a a rifugiarsi in Israele. Nella definitiva articolazione [di un accordo di pace], sarà necessario anche tener conto dei diritti dei profughi ebrei e la loro soluzione dovrà essere trovata sul piano economico, e non sul piano territoriale.

I palestinesi hanno già capito nel 1982 che la battaglia più importante era divenuta quella dei media, e soprattutto della televisione. In questa battaglia la maggior parte della stampa italiana e della RAI si è schierata dalla parte dei palestinesi, dimenticando completamente che era loro dovere fornire al pubblico italiano informazioni imparziali. Una parte della stampa italiana confonde coloro che attuano gli attacchi terroristici con le vittime, al punto da includere i terroristi suicidi tra le vittime; per non dire dell’uso del termine “Kamikaze,” che è storicamente errato quando lo si usi nei confronti di assassini di donne e bambini come giustamente ha notato il cardinale Rulli. L’uso della parola “coloni” nella stampa evoca il colonialismo e rende l’uccisione delle vittime pressocché legittimo. Ci sono due criteri usati per misurare e descrivere lo “sterminio” attribuito, da un lato, agli israeliani mentre, dall’altro lato, si minimizzano gli attacchi palestinesi.56 Non c’è alcuna umiliazione che possa giustificare l’uso del terrorismo, e il terrorismo non è un atto sporadico di qualche disperato che abita tra i rifiuti come siamo portati a credere. Il terrorismo è un’attività guidata da organizzazioni come i Tanzim, la Jihad islamica e Hamas, che reclutano i candidati per gli attacchi suicidi, li finanziano e li istruiscono, e li portano sul posto del crimine. Dopo che gli attacchi hanno avuto luogo, essi finanziano e assistono le famiglie dei terroristi.

Così Tramballi conclude il suo libro: “L’evidente pena che i palestinesi si sono autoinflitti ha da mezzo secolo un istigatore: Israele. Perseguendo una politica di repressione di natura razziale, e sabotando ogni negoziato, Sharon ha agito deliberatamente al fine di tenere la questione palestinese in stato conflittuale… A parte alcune eccezioni, tutti i primi ministri d’Israele hanno affrontato il punto nello stesso modo: come medici che non stanno curando i propri pazienti ma deliberatamente ne aggravano lo stato depressivo”.57 E’ difficile immaginare una più semplicistica visione di una realtà così complessa come quella del conflitto arabo-israeliano.

La Chiesa cattolica e gli ebrei

Basandosi sull’accusa di deicidio contro gli ebrei, l’antisemitismo cristiano ha assunto molte forme nel tempo.58 Mannucci ha dato una cronologia delle misure antisemite che hanno tratto ispirazione dalla Chiesa per secoli.59 Persino la Chiesa ha accettato il fatto che l’uccisione degli ebrei è stata incoraggiata dall’atmosfera creata dagli insegnamenti all’odio verso gli ebrei e dalla loro demonizzazione. Mentre la Chiesa può non essere direttamente responsabile, essa ha preparato un terreno fertile all’antisemitismo. Nello sforzo di emendarsi da ogni responsabilità per il suo ruolo durante la Shoah, la Chiesa ha pubblicato nel 1998 il documento “Noi ricordiamo,” nel quale si afferma che: “La Shoah è stata opera di un regime interamente moderno e neo pagano. Il suo antisemitismo ha le radici al di fuori della cristianità”.60 Questa affermazione è discutibile ed in contrasto con quelle di certe personalità cattoliche. Il cardinale Roger Etchegaray scrive, per esempio: “Senza dubbio l’antisemitismo sorse prima della cristianità ed ebbe anche radici pagane, ma occorre ammettere che venne rafforzato nell’ambiente cristiano da argomenti pseudo-teologici. Questi argomenti hanno diminuito la capacità di resistere da parte di molti cristiani quando l’antisemitismo nazista si è manifestato con tutta la sua brutalità genocida”.61

Quando un gruppo di militanti armati palestinesi invase la chiesa della Natività di Betlemme il 2 aprile 2002, il Vaticano – con il papa alla testa – organizzò una campagna mondiale contro gli israeliani che circondavano la basilica senza peraltro entrarvi.62 Durante l’intero mese di aprile e la prima parte di maggio, i capi della Santa Sede furono violentemente anti-israeliani, come si vede dalle espressioni usate da papa Giovanni Paolo II, dal cardinale Jean-Louis Tauran della Segreteria di Stato, dal cardinale Roger Etchegaray, da Michel Sabagh, patriarca latino di Gerusalemme, e da padre Ibrahim Fares della Custodia dei Luoghi Santi. Nei 14 giorni di assedio della Nativity Church in Bethlehem, durante i quali armati palestinesi profanavano il luogo santo, la Santa Sede ha attaccato solo Israele, che faceva ogni sforzo per prevenire dall’esterno dell’edificio la fuga dei terroristi.

Tra le tante bugie propagate durante quei 14 giorni ci fu quella del notiziario RAI, secondo cui gli israeliani avevano ucciso un prete salesiano, padre Jacques Amateis “nell’altare mentre celebrava la messa”.63 Egli era vivo e vegeto in quel momento. Il nunzio in persona, Pietro Sambi, negò l’accusa, ma poca gente in Italia volle riconoscere l’errore. Giornalisti italiani come Giuseppe Bonavolontà e Marc Innero descrissero nel loro libro i 13 terroristi palestinesi che lasciarono la basilica per essere inviati in esilio in Europa: “Queste donne [palestinesi], questi bambini che si affollano sui tetti delle case non capiscono i motivi di tanta ingiustizia. I loro mariti, padri, fidanzati sono stati eroi, eroi della causa palestinese, combattenti per la libertà del proprio popolo.”64 I giornalisti italiani hanno però omesso di menzionare il fatto che questi stessi tredici palestinesi “hanno le mani sporche di sangue” e che sono responsabili di diversi attacchi terroristici perpetrati prima del sequestro della basilica.

Proprio quando furono rilasciati, le madri e le mogli israeliane non riuscivano a capire come mai questa gente potesse esser stata liberata, gente che aveva “eroicamente” assassinato i loro figli e mariti.

Il linciaggio di Ramallah e l’ambasciatore Vento

Il 12 ottobre del 2000, due soldati israeliani della riserva entrarono per errore a Ramallah, e si rifugiarono nella locale stazione di polizia palestinese. La folla, assistita dai poliziotti li linciò e li gettò dalla finestra del secondo piano. Il fatto venne filmato da un cineoperatore TV di Mediaset, e quella sera tutto il mondo ne potè vedere le terribili immagini. Qualche giorno più tardi, il 16 ottobre, nel quotidiano palestinese Al Hayat al Jedida apparve un annuncio a pagamento nel quale il corrispondente RAI, Riccardo Cristiano, così scriveva alle autorità palestinesi: “Una stazione TV privata concorrente ha filmato e mandato in onda i fatti … L’idea del pubblico è stata che noi della RAI fossimo i soli a filmare quelle immagini. Vogliamo sottolineare che non è così che i fatti ebbero luogo, perché noi rispettiamo sempre le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro svolto in Palestina (We underline that this is not how matters took place because we always respect the journalistic procedures of the Palestinian authority for the work done in Palestine).”

Dalla lettera di Cristiano è facile capire che le “procedure” in questione sono quelle che coprono la verità e proibiscono di filmare la realtà quando la verità non conviene mostrarla. Si sospetta che la televisione di Stato “mandi in onda le immagini solo dal ‘punto di vista’ palestinese, lascia capire Enrico Mentana, direttore di TG5 (canale TV di Mediaset, la catena privata concorrente della RAI).65 C’è da aggiungere che il termine usato per il sanguinoso assassinio è stato ‘fatto’, dal momento che sono stati gli israeliani ad essere linciati, e non i palestinesi.

La RAI ha richiamato Cristiano in Italia e lo ha promosso inviandolo alla sede di New York. La promozione fa presumere che Cristiano abbia scritto la sua spiegazione dietro precise istruzioni ricevute dai direttori RAI; la lettera è spregevole e ha gettato discredito sui colleghi di Cristiano che sono stati costretti ad abbandonare l’area per le minacce ricevute. Enrico Mentana di Mediaset accusò Cristiano di aver commesso “una grave denuncia.”

L’ambasciatore italiano all’ONU, Sergio Vento, disse a un gruppo di giornalisti italiani il 19 ottobre del 2000 che “Israele stava perdendo la guerra mediatica; tutti lo sanno. Era sufficiente vedere la programmazione della CNN. Quindi due fatti portarono questo tipo di guerra a un legame che andava diventando sempre più importante negli affari internazionali: la distruzione della tomba di Giuseppe e il linciaggio dei due soldati a Ramallah. Ci si chiede se si trattò di circostanze casuali”.

Secondo Vento, gli israeliani sapevano che la tomba di Giuseppe sarebbe stata attaccata dai palestinesi e a Ramallah i due soldati furono inviati come “agnelli sacrificali.”66 In breve, in entrambi i casi si trattò di una furbata israeliana che mirava ad ottenere punti di vantaggio nella guerra mediatica. Una simile ipotesi è, non solo assurda e superficiale, ma anche inappropriata per un diplomatico di esperienza. Peggio ancora, sembra che l’ambasciatore Vento abbia agito dietro istruzioni del suo superiore, il ministro degli esteri Dini, il quale voleva probabilmente guadagnarsi l’appoggio arabo per l’elezione di un candidato italiano a un posto alle Nazioni Unite. L’ipotesi che si deve mirare quanto più possibile in alto si basa sul fatto che Vento non fu richiamato all’ordine, né dovette dare le sue dimissioni, ma invece venne promosso ed inviato alla sede di Washington.

Alitalia e le gare di calcio

Dall’inizio dell’intifada, la compagnia nazionale di bandiera ha fatto atterrare il suo volo diretto Roma-Tel Aviv alle tre del mattino per impedire al suo equipaggio di stare oltre a Tel Aviv. Tali misure non sono state preso con gli Stati Uniti dopo l’11 settembre, né con le Filippine, la Finlandia o l’Indonesia, – tutti paesi che hanno sofferto di attacchi terroristici. In questo contesto, si può trovare qualcosa di più che un esile desiderio di punire Israele, e solo Israele, per le azioni terroristiche portate avanti dai palestinesi.

Una circostanza persino più seria sta avendo luogo nel mondo calcistico. Sia nell’ambito della coppa UEFA che nel campionato internazionale della Coppa dei Campioni europea, le squadre israeliane non hanno più il diritto di ospitare in patria le partite in casa con le squadre europee. Israele soffre così di un duplice danno: un danno morale per la mancanza di supporto da parte dei propri fans, e un danno finanziario. E’ come se una persona minacciata dalla mafia venisse punita. Tali misure non erano mai state prese prima, né contro le squadre italiane all’epoca delle Brigate Rosse, né contro la Bosnia, né contro le Filippine. La discriminazione anti-israeliana a proposito delle partite di calcio è abbastanza evidente, poiché non viene applicata ad altri giochi come il basket, il volley o la coppa Davis.67

A scuola: il crocifisso e i libri di testo

Recentemente, un nuovo argomento è venuto all’attenzione in Italia con la decisione di appendere il crocifsso nelle aule e negli edifici pubblici. Il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni, pensa che il crocifisso sia prima di tutto un “segno religioso” e scrive: “Per noi è soprattutto l’immagine di un figlio del nostro popolo che è stato messo a morte in modo atroce, ma rappresenta anche la memoria terribile di una religione che, in nome di quel simbolo brandito come un’arma, ha perseguitato, emarginato ed umiliato il nostro e altri popoli”.68

L’ultimo concilio ha cambiato l’orientamento [della Chiesa], ma l’intolleranza è diventata argomento del giorno. L’unificazione italiana venne acquisita contro la volontà della Chiesa di Roma. Per secoli lo Stato ha chiarito la sua separazione dalla Chiesa, istituendo se stesso come nazione basata sulle leggi piuttosto che sulla religione. Questo passo improvviso mosso nella direzione contraria fa sorgere molti interrogativi.

Nei libri di testo italiani, soprattutto di storia e geografia, sono contenute molte bugie contro Israele. Il problema non è nuovo. Fin dal 1991, Lucia Roditi Forneron scriveva: “I libri di testo che sono di parte e forniscono disinformazione intorno a Israele e all’ebraismo creano ignoranza tra i giovani, e per di più seminano sentimenti di rifiuto e di dispresso verso il popolo e lo stato ebraico. Ciò favorisce anche lo sviluppo dell’antisionismo, dell’antisemitismo e del revisionismo storico.”69

Per esempio, nel quinto anno della scuola superiore Copernico di Bologna, il libro di testo adottato era I territori della storia.70 Il capitolo riguardante la “questione palestinese” cita un testo di Livia Rokach che si caratterizza per la sua tendenziosità e la falsificazione degli eventi storici. Rokach sostiene che nel 1947 la comunità sionista accettò la risoluzione dell’ONU, “dando immediatamente origine alle operazioni militari miranti alla ‘pulizia etnica’ dei territori dalla popolazione araba.”71 La verità era all’opposto: gli ebrei vennero immediatamente attaccati da tutti i loro vicini arabi e dai loro grandi eserciti non appena la risoluzione venne votata dall’ONU.

Gli accademici contro Israele

Nel febbraio del 2003 un piccolo gruppo di insegnanti dell’università Ca’ Foscari di Venezia pubblicò un appello con l’invito a non partecipare a un convegno che avrebbe dovuto tenersi in Israele e a non prendere in considerazione proposte scientifiche e culturali provenienti da Israele. Secondo il rettore di Ca’ Foscari, Maurizio Rispoli: “Qest’appello è stato firmato da sei dei cinquecento insegnanti, e ovviamente non può essere considerato la posizione ufficiale dell’istituzione .”

Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, trova tutto ciò controproducente: “L’idea di un embrago culturale è orribile, anche perché le principali forze a combattere per la pace e la comprensione con gli arabi sono nelle università israeliane. Sabotare le università è come pugnalare alle spalle coloro che con grande rischio fanno ciò che certi accademici italiani fanno nel proprio soggiorno con un tratto di penna.” Giovanni Levi, insegnante di storia moderna, parla di antisemitismo. Ma uno dei firmatari, Francesco Gatti, insegnante di storia dell’Asia, ha replicato: “Ho aderito all’iniziativa perché sono antisionista, ma non antisemita. Credo che Israele avrebbe dovuto rispettare le risoluzioni dell’ONU, ma sin dal 1967 vi è stata una continua escalation di violenza. Alla luce di questi fatti le relazioni con le istituzioni israeliane dovrebbero essere riesaminate”.72

Persino più estremista è stato il professor Michelangelo Torri che ha sostenuto, sulla rivista Nuvole, che l’attacco terroristico dell’ 11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York fosse da attribuire a una cospirazione ebraica .73 Nel giornale si legge: “Ovviamente, ancora una volta, l’ipotesi di un’operazione guidata dai grandi gruppi della finanza internazionale, con la complicità dei servizi segreti americani, come pure col supporto dei servizi segreti israeliani, sono ipotesi che non si escludono reciprocamente”.74

Voci fuori dal coro

Al fine di dare vita ad un grande affresco, è necessare ricordare che l’Italia di oggi testimonia anche molte reazioni all’incondizionato supporto ai palestinesi. Il presidente del senato, Marcello Pera, ha indicato durante una visita a Tirana il rischio di dimenticare le “ragioni israeliane.” L’esternazione di Pera si riferiva all’informazione che crea “un clima così sbilanciato solo in favore di una parte” – quella in favore dei palestinesi – la cui conclusione potrebbe essere un “ritorno all’antisemitismo”.75

Oriana Fallaci scrive in uno dei suoi famosi articoli: “Mi vergogno che le stazioni televisive di Stato contribuiscano al risorgere dell’antisemitismo, piangano solo i morti palestinesi, si facciano gioco dei morti israeliani e si facciano belli davanti a loro con toni malevoli”.76

Il direttore del quotidiano Il Foglio, Giuliano Ferrara, ha organizzazto una grande manifestazione di solidarietà con Israele il 15 aprile 2002 a Roma. Il suo slogan era: “Israele deve vivere.” Il presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, ha inviato questo messaggio da Bruxelles: “In questo giorno di solidarietà vorrei dire con chiarezza e a voce alta che l’Europa è vicina agli uomini e donne d’Israele”. Altri messaggi di solidarietà vennero inviati dal vice-premier Gianfranco Fini, dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, e dal primo ministro Silvio Berlusconi.77 Tra i tanti che hanno scritto articoli ben bilanciati sono Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia,78 ed Enzo Bettiza.79

Fiamma Nirenstein, corrispondente di La Stampa da Gerusalemme, scrive nel suo libro recente: “Al termine della giornata, un forte messaggio in difesa della libertà venne da Gerusalemme, al di fuori dello stato delle leggi, della democrazia parlamentare, di un esercito umanitario capace di qualunque cosa per amore di quei valori che erano alla sua base. Per il mondo e per se stesso, Israele, in nome di quei valori, era capace di dare vite umane, di combattere e di vincere”.80

Gianfranco Fini, in un’intervista al quotidiano israeliano Ha’aretz, dice: “Ho già detto che il fascismo ha oppresso i diritti umani e ho aggiunto che le leggi razziali sono state causa di orribili conseguenze nella storia dell’umanità…Come italiano ho il dovere di assumerne la responsabilità. Gli italiani sono responsabili di ciò che accadde dopo il 1938, dalle leggi razziali fino al 1945. Essi hanno una responsabilità storica, una responsabilità nazionale, ma non una responsabilità personale”.81

Mi piacerebbe concludere con le parole del rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni, quando, in risposta alla domanda se vedesse segni di una rinascita dell’antisemitismo in relazione al Medio Oriente, ha detto: “La situazione in Francia è a grave rischio. In Italia non siamo allo stesso livello. Diciamo che esiste un rischio, che non è immediato, ma che si profila all’orizzonte. L’esclusiva e troppo radicale condanna della politica d’Israele potrebbe trasformarsi, nelle intenzioni di qualcuno, nella copertura di una critica alla semplice esistenza d’Israele. In Italia vedo segnali da varie parti, in qualche modo nascosti, che trasmettono un’ostilità antiebraica di origine religiosa”.82

Benché sotto una nuova forma, non ci sono differenze sostanziali tra il vecchio antisemitismo e le nuove tendenze anti-israeliane. Un mucchio di odio è alla base di entrambi. La faziosità viene portata avanti in modo intelligente, ricoperta da un tetto di frammenti di verità ed estratta da un contesto nel quale sono state omesse di proposito le azioni dei palestinesi che sono nient’altro che crimini contro l’umanità.

* * *

Note

* Le citazioni da testi italiani non sono state riprese dall’originale e hanno subito una doppia traduzione. Me ne scuso con gli autori e con i lettori [N.d.T.].

1. In parte basato sul mio contributo al convegno “Image and Identity of the Italians” tenuto a Roma dal Centro Studi Stampa Romana Francesco De Sanctis, 2002.

2. Gianni Scipione Rossi, La destra e gli ebrei (Soveria Mannelli: Rubbettino, 2003).

3. “Toaff lancia l’allarme: l’antisemitismo cresce come cinquant’anni fa,” Il Sole 24 Ore (19 May 1988), p. 2.

4. Sergio Romano, Lettera a un amico ebreo (Milano: Longanesi, 1997); new edition 2002.

5. Sergio Minerbi, Risposta a Sergio Romano (Firenze: Giuntina, 1998).

6. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1997, p. 84.

7. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1997, p. 119.

8. Paolo Orano, ed., Inchiesta sulla massoneria (Roma: E. Bodrero, 1925), p. 171; quoted by R.. Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (Torino: Einaudi, 1972), pp. 43-44.

9. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1997, p. 24.

10. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1997, pp. 138-139.

11. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1997, p. 74.

12. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1997, p. 82.

13. Anna Foà , Ebrei in Europa: dalla peste nera all’emancipazione (Roma-Bari: Laterza, 1992).

14. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 31.

15. Sergio Minerbi, Eichmann: Diario del processo (Milano Trento: Luni, 2000).

16. Ilana Hamerman, “The Shoah and the Bestsellers,” Ha’aretz, 26 December 1997, p. D1.

17. Primo Levi, The Drowned and the Saved, Raymond Rosenthal, trans. (London: Abacus, 1989), p. 110.

18. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 32.

19. Levi, The Drowned and the Saved, p. 14.

20. Ibid., p. 19.

21. F. Ferrarotti, La tentazione dell’oblio, Razzismo, antisemitismo e neonazismo (Roma-Bari: Laterza, 1993), p. 9.

22. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 32.

23. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 90.

24. G.E. Rusconi, Germania: un passato che non passa, I crimini nazisti e l’identita’ tedesca (Torino: Einaudi, 1987). 25. Nolte in Rusconi, Germania, p. 8. Su Nolte vedasi: S. Minerbi, “Ernst Nolte and the Memory of the Shoah,” Jewish Political Studies Review, 14:3-4 (Fall 2002), pp. 69-84.

26. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, pp. 26-27.

27. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 31.

28. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 133.

29. Minerbi, Risposta a Sergio Romano.

30. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 55.

31. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 71.

32. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 72.

33. Sergio Della Pergola e Amedeo Tagliacozzo, Gli Italiani in Israele (Roma: La Rassegna Mensile di Israel, 1978).

34. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 52.

35. Levi, The Drowned and the Saved, p. 35.

36. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 138.

37. A seguito di un aumento della tensione tra Israele e Giordania, ottobre 1953, Israele diede inizio a una campagna** di con l’operazione di Qibya, allora villaggio arabo sotto il governo giordano. 38. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 52.

39. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 116.

40. www.cbs.gov.il/shnaton 53, Table 2.21, Jews and others, by continent of origin, place of birth, sex, age; Average 2001, Statistical Abstract of Israel, 2002, n. 53 (Jerusalem: Central Bureau of Statistics, 2002).

41. Romano, Lettera a un amico ebreo, 1977, p. 45.

42. Sergio Romano, I Falsi Protocolli, il ‘complotto ebraico ‘ dalla Russia di Nicola II a oggi (Milano: Corbaccio, 1992).

43. Alberto Asor Rosa, La guerra, Sulle forme attuali della convivenza umana (Torino: Einaudi, 2002), p.100.

44. Giuliano Della Pergola, Ha Keillah, April 2003, n.2, Year XXVIII-141, p. 20.

45. David Sorani, “Asor Rosa e il mito vuoto,” Ha Keillah, February 2003, n.1, Anno XXVIII, p. 1.

46. Rosa, La guerra, p. 100.

47. UNDP, The Arab Human Development Report 2002 (New York: 2002).

48. Rosa, La guerra, p. 111.

49. Paul Thibaud, “Le christianisme et l’écharde juive,” Le Figaro, 20 August 2003.

50. Sergio I. Minerbi, “The Pope and War against Iraq,” contributo al convegno tenuto alla Bar-Ilan University il 21 maggio 2003.

51. Barbara Spinelli, Il sonno della memoria, L’Europa dei totalitarismi (Milano: Mondadori, August 2001).

52. Barbara Spinelli, “Ebraismo senza mea culpa,” La Stampa, 31 October 2001.

53. Sergio I. Minerbi, Mentir avec les images, La désinformation à la télévision: le càs de la Belgique (Bruxelles: Musin, 1985), p. 98.

54. Ferrante Pierantoni, La guerra incruenta (Roma: Centro Militare di Studi Strategici, 2002). 55. www.memri.org, interview with Yasser Arafat, to Saida Hamad, Al-Hayat, London, 5 October 2002.

56. Miriam e Sergio Della Pergola, “13 articoli di fede,” Kol Ha-Italkim, n.17 (April 2002).

57. Ugo Tramballi, L’ulivo e le pietre, Palestina e Israele: le ragioni di chi? Racconto di una terra divisa (Milano: Marco Tropea, 2002), p. 233.

58. Ho trattato l’argomento in precedenti articoli: “The Visit of the Pope to the Holy Land,” (Jerusalem: Israel Information Center, September 2000), pp. 5-18; “La beatificazione di Pio IX”, Kol Ha-Italkim, Jerusalem, Anno III, N.11, Ottobre 2000, pp. 1-2; “Did a Real Reconciliation Occur in the Relations between the Church and the Jews?” Kivunim Hadashim, no. 4, April 2001, pp. 74-81 (in Hebrew); “Pius XII: a Reappraisal,” in Carol Rittner and John K. Roth, eds., Pope Pius XII and the Holocaust (London and New York: Leicester University Press, 2002), pp. 85-104; “Pio XII, il Vaticano e il Sabato nero,” Nuova Storia Contemporanea, Anno VI, n.3, Maggio-Giugno, 2002; “The International Crisis around the Basilica of the Nativity,” Kivunim Hadashim, no.7, September 2002, pp. 74-83 (in Hebrew); “The Church: Friend or Foe?” The Jerusalem Post, 24 January 2003, p. B9; “The Christian Palestinians Start a Religious Dispute,” (Hapalestinim hanozrim mezitim mahloket datit), Kivunim Hadashim, no. 8, April 2003; “Giovanni Paolo II e gli Ebrei,” in Ester Capuzzo e Ennio Maserati (editors), Per Carlo Ghisalberti, Miscellanea di Studi, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Maggio 2003, pp. 697-708.

59. Cesare Mannucci, Antisemitismo e ideologia cristiana sugli Ebrei (Milano: Unicopli, 1982).

60. “We Remember: A Reflection on the Shoah,” 16 March 1998, in C. Rittner, St. D. Smith, and I. Steinfeldt, eds., The Holocaust and the Christian World (London: Kuperard, 2000).

61. Roger Cardinal Etchegaray, “Preface,” in Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano (Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2000), p. 5.

62. Sergio Minerbi, “Il Vaticano e i quaranta giorni della Basilica della Natività,” Nuova Storia Contemporanea, Anno VII, n. 1, Gennaio-Febbraio 2002, pp. 131-144.

63. L’agenzia giornalistica cattolica MISNA ha scritto:”Jacques Amateis, Salesian Italian father, 65 years old, was killed this morning in Bethlehem in an attack by the Israeli army,” 2 April 2002. In the afternoon of the same day, MISNA announced in Italian that the priest was alive.

64. Giuseppe Bonavolontà e Marc Innaro, L’assedio della Nativita (Milano: Ponte alle Grazie, 2002), p. 245.

65. Maria Teresa Meli, “Scontro Rai-Mediaset sul video del linciaggio,” La Stampa, 9 October 2000.

66. Arturo Zampaglione, “I Kamikaze di Ramallah,” La Repubblica, 20 October 2000, p. 8.

67. Ringrazio Ioram Melcer per l’informazione.

68. http://www.morasha.it; Riccardo Di Segni, “Un’opinione ebraica sul crocifisso,” 30 September 2002.

69. Lucia Roditi Forneron, “Israele nei libri di scuola,” Israele, l’informazione negata (Roma: Carucci, 1992), p. 79.

70. “I territori della storia,” terzo tomo, a cura di Marco Manzoni e Francesca Occhipinti, Einaudi scuola.

71. Livia Rokach, “Questione Palestinese,” Storia dell’Africa (Firenze: La Nuova Italia, 1979), pp. 404-407, citato in: www.honest reporting.it.

72. Medail Cesare, “Comunita’ Ebraica contro i professori anti-Israele: “Fanno il gioco di Sharon,” Corriere della Sera, 8 February 2003. Signed the appeal: Riccardo Zipoli, direttore del Dipartimento di studi euro-asiatici; Gabriella Buffa, Alessandro Costantini, Rodolfo Delmonte, Francesco Gatti, Daniela Meneghini, Malcolm Sylvers. From other universities: Giuseppe Martella from Urbino, Federico Zanettin of the Università per stranieri in Perugia, Ehab El-Shaer from Bari, and Anna Redaelli from Genova.

73. “Le derive dell’anti-qualcunismo,” Ha keillah, April 2003, no. 2, anno xxviii, p. 24.

74. Quoted by Guido Fubini, “11 Settembre 2001,” Ha keillah, February 2003, no. 1, anno xxviii, p. 3.

75. “Pacifismo unilaterale: confronto tra Pera e Casini,” Il Sole 24 Ore, 6 April 2002.

76. Oriana Fallaci, “Sull’antisemitismo,” Panorama, 18 April 2002, p. 37. Vedasi anche il suo libro: La Rabbia e l’Orgoglio (Anger and Pride, New York: Rizzoli, 2002).

77. Claudia Morgoglione, “Migliaia di persone all’Israele-day,” La Repubblica, 15 April 2002.

78. Ernesto Galli Della Loggia, “Israele, il torto di esistere,” Corriere della Sera, 12 August 2001.

79. Enzo Bettiza, “Per la nuova Jihad il nostro continente coincide con la ‘dimora della tregua provvisoria’,” La Stampa, 7 July 2002.

80. Fiamma Nirenstein, L’abbandono, Come l’Occidente ha tradito gli ebrei (Milano: Rizzoli, 2002), p. 63.

81. Adar Primor, “What is Post-Fascism?” Ha’aretz (weekly supplement), 13 September 2002 (in ebraico).

82. Goffredo De Marchis, “Prodi aderisce all’Israele day,” La Repubblica, 15 April 2002. See also: “Solidarity March for Israel in Rome,” Notizie Italiane, no. 18, June 2002, the Italian Embassy in Tel Aviv.

* * *

Sergio Itzhak Minerbi ha operato in qualità di consigliere economico a Bruxelles (1963-1967), ambasciatore in Costa d’Avorio (1967-1971) e alla Comunità Europea, Belgio e Lussemburgo, (1978-1983) e infine quale direttore generale per gli affari economici fino al 1989. Minerbi ha dedicato gran parte della sua vita agli studi di storia ebraica, sia in qualità di ricercatore all’Istituto di Storia ebraica contemporanea alla Hebrew University di Gerusalemme (1972-1978), che come docente al Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Haifa (1992-1995) e ha pubblicato in questo stesso periodo alcuni importanti libri come: L’Italie et la Palestine, 1914-1920 (1970), The Vatican and Zionism (1990), Un ebreo fra d’Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni (1992), Risposta a Sergio Romano: Ebrei, Shoah e Stato d’Israele (1998), and Eichmann, diario del processo (2000). Attualmente prosegue le sue ricerche con lo studio dei rapporti tra la Chiesa cattolica e gli ebrei soprattutto in relazione alla Shoah.

Fonte:

Jewish Political Studies Review 15:3-4 (Fall 2003)- Post-Holocaust and Anti-Semitism

a cura di Jerusalem Center for Public Affairs

Grazie a Alma Cocco per la segnalazione