Il can can per l’Aia | Kolòt-Voci

Il can can per l’Aia

Emanuele Ottolenghi

Più che pronunciato, il verdetto di ieri all’Aia era preannunciato. Il quotidiano israeliano Haaretz aveva infatti anticipato la sentenza, rivelando che la Corte avrebbe deciso contro la costruzione della barriera difensiva, che secondo i giudici del tribunale viola il diritto internazionale. Il parere non è però vincolante: ha un valore consultivo, tuttavia potrebbe avere un forte potere propagandistico per i palestinesi, che hanno denunciato alla comunità internazionale la costruzione della barriera difensiva come una misura di Apartheid.

Mai diritto fu più certo di quello dove la condanna fu scritta non dai giudici, ma dagli accusatori a processo neanche iniziato. Quindi nemmeno un verdetto, o una sentenza, che presuppone semanticamente una nozione di giustizia. Piuttosto, un linciaggio. Politico e mediatico, di una comunità internazionale, giuristi e pubblicisti insieme, ossessionati da Israele e il suo scontro con i palestinesi, e votati a schierarsi a tutti i costi contro Sharon. Ossessione, quasi che la questione palestinese fosse il nodo centrale del mondo contemporaneo, la madre di tutti i problemi. L’ossessione deriva dalla convinzione che risolto il conflitto si risolverà tutto, come per incanto. A furia di leggersi l’un l’altro, tutti sono convinti di avere ragione. Basterebbe riflettere di più per farsi almeno sorgere un dubbio. Come scriveva per esempio ieri Mai Yamani sull’Independent di Londra: “Per anni i governi arabi hanno declamato la loro linea ufficiale sulle riforme. Vogliamo le riforme, ma fintantoché la questione palestinese non sia stata risolta, non possiamo farle. Perché no?

Questa particolare foglia di fico è ora diventata pateticamente sottile. Le riforme nel mondo arabo non hanno nulla a che fare con la situazione dei palestinesi, per i quali quasi tutti i governi arabi poco si preoccupano. Ha più a che fare con i loro disperati tentativi di rimanere al potere”. Ma leggere costa fatica, e chi si è già fatto un’opinione, difficilmente si fa confondere dai fatti.

Talmente ossessionati e talmente refrattari alla realtà da perdere completamente il senso della misura e dare più attenzione a un conflitto che in quattro anni ha fatto meno vittime di una settimana di raid delle milizie arabe nel Darfur, in Sudan, meno morti nelle rivolte del pane ad Algeri negli anni Novanta, meno perdite umane di tre mesi di genocidio in Ruanda nel 1994, e certamente meno dei tre milioni di africani uccisi in guerre e pulizie etniche dal ’94 a oggi. Ma, evidentemente, per il giornalismo odierno tre milioni di africani morti sono una grande tragedia, ma priva di conseguenze: il conflitto arabo-israeliano invece è la Storia, con la S maiuscola, da cui dipendono i destini del mondo. Ecco dunque spiegato il mistero.

Si rassicurino i filoisraeliani: non si tratta né di ossessione, né di pregiudizio contro Israele o (non sia mai) peggio ancora di antisemitismo. E’ solo che tre milioni di morti africani sono privi di conseguenza. Fosse uno o fossero sei milioni, il mondo rimane uguale. Il che spiega perché, per esempio, lo stesso Independent abbia tre corrispondenti in medio oriente e soltanto uno in tutta l’Africa.

L’utilizzo viziato del linguaggio

Questo osservare il conflitto arabo-israeliano con il microscopio – mentre tanti altri problemi del mondo passano in secondo piano o sotto complici silenzi – provoca paradossi, che sulla stampa si rilevano già dal linguaggio. Il linciaggio dell’Aia ne è la prova provata: la sentenza si scaglia contro “il muro”, e un buon leguleio potrebbe avvalersi proprio di questa terminologia a favore di Israele, visto che di muro non si tratta, a parte il 3 per cento della barriera: segno che il 97 per cento rimanente non crea problemi. Ma il guaio è che l’uso del termine “muro” non denota un accanimento soltanto contro la parte cementata del tracciato difensivo, piuttosto indica come la Corte dell’Aia e la comunità internazionale credano che anche il rimanente 97 per cento sia di cemento, e ritengano comunque che Israele non abbia propriamente diritto a difendersi, né con il cemento né con altri mezzi. Salvo che con il diritto internazionale, lo stesso che non ha salvato il Kuwait da Saddam Hussein e i musulmani di Srebrenica dalle milizie serbe. Meglio i negoziati, convinti come sono tutti che la pace sia ancora possibile. Ma contro il muro/barriera si scagliano perché la politica di sicurezza adottata dal premier israeliano Ariel Sharon – uccisioni mirate, barriera e ritiro unilaterale – sta avendo successo e nulla è più indigesto dell’idea che Sharon e Israele vincano la guerra iniziata da Yasser Arafat, e che i palestinesi rimangano ancora una volta sconfitti dalla storia. Per questo ci si accanisce contro un muro: si vorrebbe vedere Israele sconfitto. Come il conflitto riceve dai mass media attenzione eccessiva rispetto alle sue dimensioni di altre notizie, così il linguaggio che lo descrive diventa esso stesso un’arma mirata a travisare la realtà a fini ulteriori, piuttosto che uno strumento di racconto che rimane per quanto possibile fedele ai fatti.

Non solo la querelle muro/barriera, ma le evocative analogie usate sui giornali mostrano come l’ossessione conduca alla rimozione: del senso della misura, delle differenze storiche, della verità. Il sistema difensivo israeliano è stato paragonato al muro di Berlino (giovedì per esempio in una vignetta dell’International Herald Tribune) o bollato come “muro dell’Apartheid”. Ma il “muro” israeliano, anche se muro fosse, serve a tenere i terroristi fuori dal territorio israeliano, non a imprigionare i suoi cittadini impedendo loro di andare verso la libertà, come era il caso a Berlino. Certo, impedisce ai palestinesi di venire in Israele, ma francamente l’Europa farebbe meglio a non salire in cattedra in tema di immigrazione e chiedere confini aperti a Israele quando fa di tutto per tenere chiusi i suoi. In quanto all’Apartheid, di nuovo non c’è paragone, solo demonizzazione. Certo, dà fastidio pensare che i due popoli dovranno vivere vivere separati ma, per buona pace di Sergio Romano, dopo tanta guerra e tanto sangue, meglio stare lontani gli uni dagli altri. Certo, l’economia palestinese ne soffrirà, dice Romano. Avrebbero dovuto pensarci prima i palestinesi, invece di scatenare l’Intifada e perfezionare il modello dell’attentatore suicida, attualmente unico brevetto d’esportazione nel mondo dell’economia palestinese. Ripetono in tanti che il muro impedirà ai palestinesi di avere uno Stato vero, a causa della scarsità di terreno e del pessimo rapporto tra densità di popolazione e risorse. I lettori possono esser perdonati, ma i giornali dovrebbero sapere che anche Singapore, in tema di densità di popolazione e risorse naturali non se la cava molto bene. Perché Singapore è Singapore e Gaza rimarrà Gaza ha più a che fare con cultura e leadership di chi là vive e di chi là comanda. Ma queste cose non si possono scrivere né dire in Europa oggi, e così quasi nessuno le scrive.

Ma non occorre andar fino all’Aia per vedere come sulle parole si vince una guerra, almeno quell’aspetto mediatico e propagandistico del conflitto che è ormai centrale in ogni crisi. Basta fermarsi ai giornali italiani, che di voli pindarici lontani dalla realtà ne fanno da sempre sul conflitto arabo-israeliano. Si pensi ad esempio alle espressioni utilizzate: “esercito, governo, politica di Tel Aviv”. Ma di chi parlano i nostri giornalisti quando dicono “esercito di Tel Aviv”, dei vigili urbani? E chi sarà mai il “governo di Tel Aviv”, il sindaco? E “la politica di Tel Aviv” di che tratta? Nettezza urbana? Piano traffico? L’espressione deriva dal mancato riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele. A parte il fatto che quando si parla di eserciti o politiche non occorre necessariamente riferirsi alle capitali da cui partono gli ordini e le direttive, raramente infatti si scrive “esercito di Washington”.

Al giornalista che vuole evitare di trattare Gerusalemme come Londra e Roma per non far incappare la testata in un incidente diplomatico basterebbe dire “esercito israeliano”, “politica israeliana”, “governo israeliano”. E’ pure meno involuto. Sorge allora il dubbio che ci sia non l’ignoranza (imperdonabile peraltro al cronista), ma forse malafede di chi non riesce a metabolizzare né ad accettare un fatto innegabile anche se politicamente controverso: la sede del governo israeliano, con i suoi ministeri, il Parlamento, il palazzo del governo e quant’altro caratterizza il concetto di “capitale”, è a Gerusalemme. La lista di segni che provano l’ossessione dei mass media per il conflitto israelo-palestinese è ancora lunga, ma ripetitiva e richiede dunque soltanto un’ultima osservazione. Se a ragione si denunciano l’ossessione e la distorsione delle notizie su una questione come quella mediorientale su cui tutti credono già di sapere tutto, come fidarsi delle notizie sul resto del mondo, di cui poco si sa?

Il Foglio – Sabato 10 Luglio 2004