Gli ebrei buoni e quelli cattivi | Kolòt-Voci

Gli ebrei buoni e quelli cattivi

Una riflessione sulle tesi di Moni Ovadia, Clotilde Pontecorvo e Paola Di Cori

Claudio Vercelli

Ci sono gli ebrei buoni, che piacciono, e ci sono quelli considerati antipatici. I primi, in genere, sono coloro che appartengono alla onorata categoria degli intellettuali, preferibilmente pacifisti, progressisti, non più troppo giovani, spesso di buona estrazione socioeconomica. Sì, perché l’origine sociale non è di certo estranea nella determinazione delle idee che ognuno di noi coltiva rispetto a certi problemi che lo coinvolgono. I buoni piacciono perché parlano un linguaggio universalista, aperto alla comprensione e disposto al dialogo. Sono considerati gli interlocutori ideali per qualsivoglia intendimento di pace. Gli altri sono invece tra quanti risultano essere assai meno graditi, in virtù di una sorta di materialismo dei sentimenti che viene loro contestato e che li caratterizzerebbe perché “poveri di spirito”.

Oggi accade un fenomeno apparentemente curioso, ovvero che i benestanti dicano o credano d’identificarsi con la causa dell’innovazione e del cambiamento, mentre coloro che appartengono agli strati meno abbienti sembrino aver abbracciato le ragioni della conservazione. A ben guardare, nei fatti non è propriamente così, ma viviamo in una situazione dove le rappresentazioni contano molto più della realtà. Ai secondi (la plebe dei “bottegai” e della “piazza”, tanto per intendersi) spesso e volentieri i primi, i colti, contestano la loro stessa presunta essenza, che rivolge lo sguardo solo verso di sé, ai propri interessi materiali. In poche parole, confutano di non essere in grado di andare un centimetro al di là di quella quotidianità di fatti e cose che connotano la vita di tutti noi. Nel caso degli ebrei, poi, c’è chi contesta loro di essere a volte rigidamente ancorati ad uno schematismo culturale e ideologico, anacronistico e settario. Solamente uno spirito intellettuale libero e meticcio saprebbe, a detta di alcuni, rimediare a tale cristallizzazione.

Recentemente, in un articolo denso e accorato pubblicato sull’organo dell’antisionismo militante Il Manifesto , Clotilde Pontecorvo e Paola Di Cori contestavano a una parte consistente della Comunità di Roma l’assunzione di “posizioni di autodifesa aggressiva e miope”. Nel passato, ma ancor di più nel presente. Le parole usate dalle due autrici, ancorché improntate a grande cautela, sembrano ribadire luoghi comuni nei quali fatichiamo a riconoscerci. La pietra dello scandalo, ancora una volta, è Israele, assurto suo malgrado a cartina di tornasole di ogni problema, caricato di responsabilità che non ha, o che per altri paesi tali non sono, a partire dal fatto stesso di esistere. Lo spirito critico nei confronti del suo operato sarebbe coltivato, a caro prezzo, dall’intelligenza ebraica. Gli altri (i più, sembra di capire), rimarrebbero vincolati a cliché più o meno di comodo. La spaccatura tra una élite raffinata e colta ed una corposa parte della comunità, giudicata come frequentemente attardata su posizioni retrograde o comunque chiuse in sé, sarebbe così un dato costitutivo dello stesso modo di vivere due diverse identità ebraiche.

A questo punto si impone un supplemento di riflessione, che senza esacerbare gli animi ci permetta di trovare, nelle pur legittime differenze, temi e terreni di intesa. Ma anche, se necessario, di distinzione.

Al giorno d’oggi esiste tutta una vulgata di pensiero che enfatizza un certo modo di vedere le cose, apprezzando molto una determinata idea di ebraismo ma rivelando di gradire assai meno i semiti in carne ed ossa. Sussistono soprattutto molti equivoci, troppi, riguardo ai tanti aspetti del rapporto con le realizzazioni concrete di questi ultimi (a partire dal sionismo politico e da Israele) che risultano poco digeribili a parecchi. Insomma, piacciono le fantasie sugli ebrei, non la loro concreta presenza. La diffusione di un certo tipo di cultura semitica, di facile fruizione poiché completamente decontestualizzata, ha raccolto molti assensi: dai libri dei grandi narratori israeliani a tutta la ripresa della cultura yiddish, molte sono le occasioni per apprezzare le creazioni del “genio ebraico” novecentesco. Moni Ovadia, ad esempio, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, raccogliendo assensi di critica e pubblico. E’ bene, tuttavia, che stia attento a non esserne disarcionato, poiché le trappole che sono tese dalle circostanze sono tante, sopravanzano la malizia di colui che vorrebbe dominarle in virtù della sua intelligenza, e le note gaie potrebbero anche trasformarsi nella pantomima del giullare di corte, come appare dalla sua ultima intervista a l’Espresso .

Noi siamo consapevoli di un fatto, ovvero che oggi, per una collettività sempre più dipendente e condizionata dai mezzi di comunicazione di massa, una cosa non conta per come è bensì per come viene rappresentata e fruita. Sappiamo, in altre parole, che si possono apprezzare le opere disprezzando talvolta la concretezza dei loro autori e il contesto nel quale vengono pensate e costruite. In altri termini, si può leggere con diletto Yehoshua pensando poi che gli israeliani siano carnefici. Nelle università italiane è spesso così.

Buona parte della vicenda del conflitto israelo-palestinese sta dentro l’angosciante ridondanza e la devastante ripetitività di giudizio che i massmedia e l’opinione pubblica hanno fatto propri nel corso del tempo, consolidando una pessima immagine dello Stato ebraico e concorrendo a diffonderla sulla scorta di antichi pregiudizi: come se la sua essenza stesse tutta dentro la cattiva interpretazione che si dà del suo operato e della sua stessa esistenza. La spasmodica concentrazione sulle “colpe” d’Israele fa sì che esso sia divenuto colpevole a priori, e che possa essere giudicato anche solo in nome di responsabilità presunte, che sono tematizzate dagli intellettuali di cui sopra come un tradimento dell’immagine di “bontà” e una infrazione al destino di vittima che agli ebrei è costantemente ascritto. Nelle critiche rivolte a questi ultimi, al loro essere oramai irriducibili a tale subalternità, c’è come l’eco di un tradimento. Gli ebrei non stanno al loro posto, insomma.

Sappiamo che due sono i contenitori di pensiero, prima ancora che i contenuti, ad essere in crisi: l’antifascismo, almeno quello nella sua versione accademica, perbenista, museale e incartapecorita di una generazione stanca e perdente; ma anche la sinistra stessa, parola con la quale si definisce oramai una diaspora di soggetti e di pensieri privi di un centro di gravità. Non a caso di entrambi Asor Rosa, apocalittico cantore della contemporaneità, ne è sintesi, nella immensa contraddittorietà che il suo libro ” La pace ” concentra ed esprime. Il problema, allora, non è di giocare alla parte dell’ebreo seducente, ma di ragionare sulla priorità di una identità in trasformazione della quale, ancora una volta, le diverse generazioni, ma soprattutto le più giovani, dovrebbero essere parte attiva. Poiché ai linguaggi vecchi e corrosi dal tempo corrispondono sempre soggetti anziani, almeno nello spirito. E i cliché richiamano finzioni, non persone.

Oggi la nuova frontiera dell’ebraismo peninsulare sta nel sapersi dare questa mèta. Ben venga il richiamo al pensiero critico, ma che esso non sia giocato contro quanti ragionano fuori dalla “società che conta”, dai salotti buoni, cercando magari nel confronto con i propri pari le ragioni di una comune esistenza. La grandezza e la persistenza dell’ebraismo sta anche nella semplicità di gesti, parole e fatti. Quelli che ognuno di noi pone in essere quotidianamente, senza essere incapsulato dentro categorie tanto onnicomprensive quanto lontane dal vissuto.

Da Shalom (che ringraziamo per la gentile concessione)