Lettera aperta alla signora Rosetta Loy | Kolòt-Voci

Lettera aperta alla signora Rosetta Loy

Alberto Somekh

E‘ in corso di svolgimento a Torino la Rassegna di Cultura Ebraica “Arcastella”. Per Venerdì 4 Ottobre alle ore 16 è in programma, presso il Centro Culturale “L’Espace”, un incontro con Rosetta Loy, autrice qualche anno fa de “La Parola Ebreo”. Nel libretto autobiografico, la scrittrice ripercorre le sue vicissitudini giovanili di figlia della borghesia cattolica a Roma in tempo di guerra a contatto con compagne ebree fino al momento della deportazione. Tesi di fondo del volume è che la responsabilità del “silenzio” della Chiesa sullo sterminio degli Ebrei ricade essenzialmente sulla figura di Pio XII e sul suo personale filo-germanismo che avrebbe totalmente condizionato gli ambienti ecclesiastici.

Gentile Signora,

da tempo attendevo l’occasione per incontrarLa. Grazie alla Rassegna di cultura ebraica (ma sarebbe stato più esatto chiamarla “cultura di ebrei”) Arcastella ho avuto questa opportunità. Peraltro, non potendolo fare personalmente, essendo il Venerdì pomeriggio impegnato nei preparativi dello Shabbat, ho scelto il mezzo informatico. Per manifestarLe in tutta franchezza il mio pensiero.

A distanza di sessant’anni l’Olocausto è ancora un peso troppo ingombrante, per ebrei e non-ebrei. Se vogliamo continuare a vivere noi Ebrei dobbiamo imparare, per così dire, a sublimare il problema. Il che non significa affatto rinunciare alla memoria, anzi. Significa non farne oggetto di culto. Di persecuzioni ne abbiamo patite tante nel corso delle umane vicende e verosimilmente ne patiremo ancora. In casi come questo, più che la Presenza di Dio nella storia, per dirla con Emil Fackenheim, che è affare di Dio, a noi in quanto uomini interessa l’assenza dell’uomo.

Per i non ebrei è diverso: essi devono prendere coscienza del problema. Lo sforzo da Lei compiuto in tal senso, gentile Signora, è apprezzabile. La tesi da Lei sostenuta in “La Parola Ebreo” fino ad un certo punto ci viene incontro. Ma affermare che se il predecessore di Pio XII fosse vissuto più a lungo la storia del mondo sarebbe stata diversa solleva numerosi interrogativi. Anzitutto la storia non si costruisce sui “se”. In secondo luogo, non si può pensare che Pio XII, eletto pochi mesi prima dello scoppio delle guerra, non fosse circondato dall’assenso di coloro che, sia pure non all’unanimità, avevano depositato il suo nome nell’urna del conclave in quel preciso momento storico. In terza istanza, non è onesto addossare l’intera responsabilità al capo visibile pro tempore di un’istituzione complessa come la Chiesa cattolica, come se gli altri prelati, sia pure con tutte le lodevoli eccezioni, non avessero potuto nulla. Infine, è una tesi poco onorevole per chi, come lei stessa, afferma di riconoscersi in una istituzione così gestita.

Senza naturalmente voler togliere nulla all’operato di un papa sulle cui personali responsabilità le indagini degli storici sono appena agli inizi, ho un’ultima domanda da porre a Lei e a tutti i cattolici “di buona volontà”. Dopo duemila anni, non Vi sembra giunto il momento che la Chiesa tutta esca dai propri confessionali e dichiari coram populo, come noi Ebrei facciamo il giorno di Kippur, “provo davvero rimorso per quello che è accaduto; ho mancato; non lo farò più”?

Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Torino

Torino, 1° Ottobre 2002