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Una vita qualunque – Yigal Leykin

Yigal Leykin, medico anestesista ormai italiano che lavora a Pordenone, pubblica per Giuntina un libro che è un grande romanzo storico, capace di ricostruire attraverso le vicende della sua famiglia un pezzo non troppo noto nei particolari della vicenda che distrusse quasi completamente le comunità ebraiche che vivevano da secoli tra Polonia e Ucraina.

Elisabetta Bolondi

Una vita qualunqueNato a Leopoli, allora una delle repubbliche dell’Unione Sovietica, successivamente si spostò con la famiglia in Polonia e poi definitivamente in Israele, dove ha vissuto fino a oltre novanta anni suo padre, il vero narratore della incredibile vicenda.

Il pretesto narrativo che ha trovato il dottor Leykin per Una vita qualunque infatti è proprio quello di aver messo nelle mani di suo padre, la cui foto è riprodotta in copertina, in uniforme da militare russo, la possibilità di scriverne. Il vecchio signore, da poco vedovo della amata moglie Bussia, ospite di una casa di riposo a Tel Aviv, due settimane prima del suo novantesimo compleanno riceve una strana telefonata: un antico conoscente spuntato dal passato vorrebbe parlargli di sua sorella Telinka, una ragazza diciassettenne sparita insieme a tutta la sua famiglia della cittadina di Kovel, dove i nazisti avevano compiuto stragi inimmaginabili, ma del cui ricordo il fratello maggiore Mitia non era mai riuscito a liberarsi, convinto che l’amatissima sorella fosse riuscita a sfuggire alle mani dei carnefici, secondo un racconto mai verificato.
Nel prepararsi al difficile incontro con il suo drammatico passato, Mitia Leykin decide finalmente di raccontare la sua storia, sepolta per decenni nel fondo della sua memoria e di lasciarla in eredità a suo figlio, che presto giungerà dall’Italia per festeggiarlo.

Il libro passa dal presente, seguendo il testimone nella sua difficile opera di ricostruzione, affidata ad un quaderno a righe dove con una biro ogni giorno del marzo 2009 comincia a scrivere di sé fin dai suoi primi ricordi, al lontano passato. Viveva in una grande casa con i suoi genitori, Noe e Tania, e la sorellina Telinka, ricevendo spesso la visita del nonno materno, Naum, e della vasta parentela, una ricca famiglia di produttori di tessuti, molto rispettati nella comunità ebraica polacca dove la cultura era di casa, dove si studiava, si lavorava, e la vita scorreva felice per i ragazzi. Mitia era il preferito del nonno, un ebreo praticante severo ma convinto dell’importanza dei libri profani per la costruzione della personalità:

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