Yiddish | Kolòt-Voci

Tag: Yiddish

Dramma ebraico in tre atti

Ruth Wisse, grande protettrice del sionismo, ci spiega perché il suo popolo sbaglia quando sottovaluta il suo ruolo

Amy Rosenthal

“La storia politica ebraica è stata un fallimento in termini politici”, dice Ruth Wisse, la professoressa di Yiddish di Martin Peretz e docente di letteratura comparata all’università di Harvard, la signora che poco meno di un mese fa è stata premiata dal presidente americano, George W. Bush, con la prestigiosa medaglia nazionale per le scienze umanistiche. “I suoi scritti penetranti – ha dichiarato Bush in quell’occasione – hanno arricchito la nostra comprensione della letteratura e della cultura yiddish nel mondo moderno”.

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Superare la chutzpah

Finkelstein, i cui genitori sono entrambi sopravvissuti dell’Olocausto, discute dell’abuso dell’accusa di antisemitismo.

Norman Finkelstein intervistato da Sherri Mutzer

Audacità. Sfrontatezza. Arroganza. Sfacciataggine. La parola yiddish “chutzpah” può esprimere tutti questi significati, con sfumature sia positive che negative. Ma come il professor Norman Finkelstein dimostra nel suo nuovo libro, “Beyond Chutzpah: sull’abuso dell’antisemitismo e l’abuso della storia“, vi sono quelli che intendono con chutzpah qualcosa troppo in là nella cattiva direzione. Continua a leggere »

Ebrei con gli occhi a mandorla. Ecco la «tredicesima tribù»

La « Piccola Vienna » di Shanghai: per molti fu un rifugio dal nazismo

Giorgio Pressburger

Fino a poco tempo fa, quando mi facevano domande sull’ Europa centrale, rispondevo con il paradosso secondo il quale, in realtà, l’ Europa centrale si trovava ovunque, tranne che in India e in Cina. Infatti, le migrazioni forzate di numerose famiglie, soprattutto ebraiche, fuggite nel Novecento in America, in Australia, in Africa, hanno portato la cultura centroeuropea in molte parti del nostro pianeta. Pensavo che solo i due colossi asiatici facessero eccezione. Ultimamente un viaggio fatto in Cina mi ha persuaso del contrario. A Shanghai, città di quattordici milioni di abitanti della Cina sudorientale, è esistita, fino al secondo dopoguerra, una folta colonia di ebrei arrivata in tre ondate successive. La prima, nell’ Ottocento, da Bagdad, l’ oggi martoriata città dell’ Iraq, la seconda, all’ inizio del Ventesimo secolo, soprattutto dalla Russia zarista, in seguito ai sanguinosi pogrom , la terza al tempo delle persecuzioni naziste, dalla Germania, dalla Polonia e da altri Paesi della famosa e famigerataMitteleuropa. Nel 1944 questa « colonia » contava circa quarantamila anime, tante quanti sono tutti gli ebrei nell’ Italia di oggi. Il quartiere dove questi ebrei si erano installati ancora adesso si chiama con il nome eloquente di « Piccola Vienna ». Continua a leggere »

Gli ebrei buoni e quelli cattivi

Una riflessione sulle tesi di Moni Ovadia, Clotilde Pontecorvo e Paola Di Cori

Claudio Vercelli

Ci sono gli ebrei buoni, che piacciono, e ci sono quelli considerati antipatici. I primi, in genere, sono coloro che appartengono alla onorata categoria degli intellettuali, preferibilmente pacifisti, progressisti, non più troppo giovani, spesso di buona estrazione socioeconomica. Sì, perché l’origine sociale non è di certo estranea nella determinazione delle idee che ognuno di noi coltiva rispetto a certi problemi che lo coinvolgono. I buoni piacciono perché parlano un linguaggio universalista, aperto alla comprensione e disposto al dialogo. Sono considerati gli interlocutori ideali per qualsivoglia intendimento di pace. Gli altri sono invece tra quanti risultano essere assai meno graditi, in virtù di una sorta di materialismo dei sentimenti che viene loro contestato e che li caratterizzerebbe perché “poveri di spirito”. Continua a leggere »

Moni Ovadia, saltinbanco di successo

Per Moni Ovadia, cantore yiddish, il passato buono è Asor Rosa, il futuro possibile Gino Strada. Un saltimbanco di successo che sull’unità censura i mala tempora e a Milano riempie i teatri (anche con Cofferati). Come Benigni, stia attento al suo Pinocchio

MGM – Il Foglio

Roma. Il grande saltimbanco si dice certo che la sinistra in cui lui si riconosce si dissocia dalla kefiah, però resta convinto che l’attuale politica porterà Israele in un cul de sac, per lui il premier, appena rieletto secondo le regole del voto democratico, è un uomo ottuso, imbevuto di odio.

Per lui gli ebrei di Roma, che gli scrivono qualche lettera di critica, hanno una radice “popolare e bottegaia”, sic, poco esercitata al pensiero critico, i rigurgiti di fondamentalismo essendo purtroppo sempre più evidenti, come dimostra anche la brutta storia capitata ad Asor Rosa. Citiamo da recentissima intervista sull’Espresso, nella quale par di cogliere alle intemperanti certezze del grande saltimbanco un qualche imbarazzo nella più accorta intervistatrice, perfino un cedimento quando lui per forza le propina il sogno di fine terapia psicanalitica. Continua a leggere »