Woody Allen | Kolòt-Voci

Tag: Woody Allen

Risata per risata, l’incredibile storia dei comici ebrei americani

Libro: Riso Kosher

Alessandro Izzi

Alle volte si vorrebbe che le statistiche contenessero più verità di una semplice sequela di numeri. Sarebbe bello poter chiudere l’infinita complessità del Reale in pochi dati immediatamente comprensibili e sempre disponibili alla consultazione dello studioso. Se ne potrebbe trarre un breviario che in poche pagine possa guidare l’autostoppista di adamsiana memoria nei meandri della galassia nella strana convinzione che tutto è comprensibile sia pure per paradossi.

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La guerra di Woody

Alla vigilia dell’uscita nella sua New york del nuovo «Whatever works», il 73enne regista fa causa a Dov Charney, patron del marchio giovanile «American Apparel»

«Usano una mia foto per farsi pubblicità» e chiede 10 milioni alla griffe di moda. Replica: la sua immagine ormai vale poco

Se fosse un film si intitolerebbe «La guerra americana di Woody». Mentre Woody Allen torna in Usa per la prima volta dopo un esilio artistico durato quasi cinque anni, – con la prima mondiale del suo nuovo film Whatever Works al Tribeca film festival – il leggendario regista di Manhattan e Mariti e mogli si ritrova al centro dell’ ennesima battaglia legale che rischia di compromettere il già tenue filo che lo lega alla natia America. Dopo aver tradito Hollywood e New York girando tra Inghilterra e Spagna i suoi nuovi film – Match Point, Scoop, Sogni e delitti, Vicky Cristina Barcelona – l’ America attendeva con trepidazione la sua grande rentrée in patria nel festival cinematografico allestito ogni anno a New York dal suo vecchio amico Robert de Niro. Ma a gettare ombra sulla prima mondiale dell’ attesissimo Whatever Works (che inaugura il festival il prossimo 22 aprile) è la causa da lui intentata contro l’ American Apparel, una ditta di abbigliamento rea di aver sfruttato la sua immagine su alcuni manifesti pubblicitari senza il suo consenso. Nel mirino del 73enne regista: un’ immagine tratta dal film Io e Annie, dove Allen appare vestito da ebreo chassidico, con la barba lunga, le treccine payot, e il tradizionale copricapo nero.

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L’idea di famiglia di un ebreo ortodosso sepolta dalle risate

Guanda pubblica Il lamento del prepuzio del giovane scrittore americano Shalom Auslander. Un’irriverente riflessione sulla famiglia e sull’identità culturale che non lascia spazio alla politically correctness

Pier Francesco Borgia

E’ stato accostato all’irriverente umorismo di Groucho Marx e al lucido umorismo di Philip Roth, ma Shalom Auslander, del quale l’editore Guanda ha appena mandato nelle librerie la traduzione italiana di Il lamento del prepuzio, ha molti tratti in comune con il comico ebraico per eccellenza: quel Woody Allen che nella sua prima stagione dietro la macchina da presa ha preso in giro non soltanto la più miope ortodossia ebraica ma anche la claustrofobica idea di famiglia che nella comunità newyorkese degli anni Quaranta era così granitica da risultare immortale.

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Umorismo ebraico

Daniel Fishman

Ogni popolo, cultura e civiltà ha tradizionalmente scelto, tra le diverse discipline, quelle che meglio potessero esprimere le sue credenze, i suoi valori, le sue emozioni. Come comunicare la propria concezione dell’identità personale, del rapporto tra gli uomini ed i suoi simili? Come definire i legami tra i singoli e le Autorità o con l’Assoluto? Come manifestare adesione o critica, incutere timore o esprimere odio, dimostrare devozione e rispetto? In tante maniere; dai tatuaggi al rugby, dalla mitologia alle ceramiche, dalla Cerimonia del Tè alle processioni. Ogni scelta espressiva trova sempre una sua spiegazione storica, religiosa, culturale, ambientale. Continua a leggere »