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Nietzsche e gli ebrei infausti

Giulio Busi

Ebrei come cifra d’inquietudine. Nell’opera di Nietzsche, forse il più tormentato fra i pensatori dell’Ottocento, la parola ebreo è simbolo di un’irrequietezza esponenziale. Il termine «Jude» ricorre con frequenza negli scritti del grande filosofo, e si carica di valori contrastanti: può essere di segno positivo, definizione d’intelligenza e creatività, ma talora suona negativo e straniante. Nelle lettere dei primi anni Settanta, i riferimenti all’ebraicità non si discostano molto dai luoghi comuni diffusi nel l’ambiente tedesco dell’epoca. Nietzsche ricorda per esempio «i nemici ebrei» di Wagner, e si fa beffe della goffaggine dei parvenu di origine giudaica. Di un conoscente antipatico scrive che «era vestito in modo stravagante e privo di gusto come un teatrante ebreo», mentre alla sorella rimprovera: «come puoi pensare che ordini un libro in una scandalosa libreria antiquaria ebraica?». Ma sono pregiudizi che si stemperano nel corso degli anni.

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