Vasilij Grossman | Kolòt-Voci

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Perché l’unicità della Shoah è un’invenzione per non parlare dei crimini comunisti

Grass è ambiguo, ma la Shoah non è unica

Giorgio Israel

Alain Finkielkraut aveva previsto già una trentina di anni fa le conseguenze dell’introduzione del termine «genocidio», coniato nel 1944 per distinguere lo sterminio degli ebrei dagli altri crimini contro l’umanità: il formarsi di un codazzo di aspiranti allo stesso privilegio; il dilagare dei «confronti» tesi a dimostrare il diritto a ottenerlo e quindi tesi a sminuire la gravità del genocidio degli ebrei. Come osservò Finkielkraut, «dalle donne agli occitani, ogni minoranza oppressa proclamò il suo genocidio. Come se, senza di ciò, cessasse di essere interessante».

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Le ossa di Berdicev

Fece conoscere la Shoah già durante la guerra, finì perseguitato da Stalin.

Berdicev è una cittadina ucraina di circa 60 mila abitanti. Tanti quanti ne contava all’inizio della Seconda guerra mondiale; solo che allora metà circa erano ebrei. Gli ucraini la chiamavano “la capitale degli ebrei”. Nel XVIII secolo era stata un importante centro del movimento chassidico e nel XIX dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico. Qui i soldati della Wehrmacht vennero accolti nel luglio del 1941 come liberatori dal giogo sovietico. Qui due mesi dopo le SS e gli Einsatzgruppen, con il volonteroso sostegno degli ucraini arruolati nella Polizei, fucilarono in soli tre giorni tutti i trentamila israeliti della città, nella prima operazione di eliminazione degli ebrei sistematicamente pianificata su vasta scala. Alcune tra quei milioni di ossa appartenevano a Ekaterina Savel’evna, madre di Vasilij Grossman, professione scrittore.

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