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Come ti manipolo anche la rivolta del ghetto di Varsavia

Mistero dell’edizione gaddica del libro dell’eroe del ghetto di Varsavia

Giulio Meotti

Simcha Rotem

Simcha Rotem

Simcha Rotem è una leggenda. E l’ultimo capo dell’insurrezione ebraica nel ghetto di Varsavia ancora in vita. Ha scritto un diario, tradotto in tutto il mondo, sulla sua storia dentro alla rivolta condotta da duecento ragazzi ebrei male armati contro il potente esercito del Terzo Reich. Avevano soltanto pistole e bottiglie Molotov, ma durarono tre settimane, più dell’esercito francese. Rotem non voleva finire in via Stawki, nel binario che portava alle camere a gas di Treblinka. Così prese parte alla prima azione armata su vasta scala nella storia delle occupazioni naziste. Ma il quartiere ebraico venne trasformato in un immenso rogo. E il maresciallo Stroop ne siglò così la fine: “ll quartiere ebraico non esiste più”.

ll diario di Rotem arriva finalmente in Italia, ma con una doppia edizione. Due giorni fa, su Repubblica, Gad Lerner ha annunciato l’uscita del libro per le edizioni Teti con una sua prefazione. Solo che il libro è già in libreria da un mese per un’altra casa editrice, la Salomone Belforte, che pubblica dal 1805. E’ successo che la Teti, storica casa editrice della sinistra, aveva ricevuto da Rotem i diritti di pubblicazione. Poi qualcosa è andato storto e l’anziano sopravvissuto ha ritirato i diritti alla Teti e ha chiesto alla Belforte di pubblicare il libro.

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Il rabbino del ghetto di Varsavia che continuò a insegnare fino alla fine

Un gigante del pensiero ebraico che la furia nazista credette di poter cancellare. I suoi appunti furono trovati per caso sottoterra dove una volta sorgeva il ghetto e pubblicati in Israele dimostrando che l’eroismo non fu solo di chi imbracciò le armi

Chiara Condò 

PiesesneNel 1923 rabbi Kalonymus Shapiro, all’età di trentaquattro anni, fondò a Varsavia la più grande casa di studio chassidica dell’epoca, la Yashiva Daas Moshe, proprio quando una forte secolarizzazione aveva modificato pesantemente il comportamento e le aspirazioni della gioventù ebraica. Si ritrovò così a lottare ardentemente per il ritorno a una vita spirituale più feconda; si dedicò completamente allo studio e ai suoi allievi, all’insegna di uno spirito di fratellanza e vivacità religiosa proprio della filosofia chassid. Chaterine Chalier, ebraista e filosofa, ci riporta in questo testo edito da Giuntina non solo la vita del rabbino del ghetto di Varsavia, come riporta il titolo, ma specialmente le sue meditazioni di fronte al momento in cui “Dio ha velato il Suo volto” al popolo d’Israele.

Il rabbi che la studiosa riporta nella lunga nota biografica fu un uomo che non rinunciò alle sue tradizioni anche e nonostante le forti limitazioni naziste: ogni cortile poteva diventare un luogo improvvisato di preghiera, e la Chalier riporta più di un episodio in cui Shapiro celebrò le festività ebraiche a costo della vita. Le sue omelie, celebrate in sinagoga prima e illegalmente poi, vennero trascritte e sotterrate fra le macerie di Varsavia, come successe a gran parte delle memorie che sono giunte fino a noi. Scrive Chaterine Chalier a riguardo: “Coloro che tennero un diario e tutti coloro che scrissero nel ghetto si preoccuparono di nascondere i loro scritti sotto terra, di nasconderli o di farli passare clandestinamente nella parte cristiana di Varsavia, perché i loro diari, le loro poesie e racconti fossero una testimonianza della lunga agonia del popolo dietro quelle mura. Erano dunque tesi oscuratamente ma tenacemente verso un avvenire che, presentivano, avrebbe avuto fretta di girare la pagina del disastro senza leggerla e senza volerla conoscere.”

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Vishniac: Le contestate immagini dell’orrore

È lecita la manipolazione delle immagini per una “buona causa”? Se no, come possiamo giudicare lo straordinario lavoro di Roman Vishniac che documentò gli orrori del Ghetto di Varsavia? E se la manipolazione la operano i palestinesi a Gaza oppure le truppe americane in Afganistan? Bel problema.

Michele Smargiassi

Non passa giorno ormai senza che qualcuno scopra con scandalizzata sorpresa una cosa che sorprende ormai solo gli ingenui, ovvero che la fotografia ha un rapporto problematico con la realtà. Ora la croce tocca a un fotografo su cui è difficile nutrire sentimenti ostili: Roman Vishniac, mite biologo ebreo russo a cui la storia riservò il dovere di lasciarci una straziante, empatica documentazione della vita negli shtetl israeliti della Polonia alla vigilia dell’orrendo macello nazista, un lascito potentemente emotivo che ha strutturato il nostro immaginario della persecuzione, e ha fornito le basi iconografiche per innumerevoli film, non ultimo lo Schindler’s List di Spielberg. Continua a leggere »