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Il tallèt di mio padre

Wahavienu leZion beRinnà” – “ Riportaci a Zion con Gioia”

Ariel Arbib

talled01Nel Talmud è scritto che nella vita nulla succede per caso e nulla accade, se non perché noi stessi ci rendiamo in qualche modo gli artefici degli eventi o non ne creiamo i presupposti perché essi accadano. Per questo, fatti incredibili possono sembrarci tali a prima vista, ma in effetti non sono altro che il risultato dei nostri consapevoli o inconsapevoli interventi. Come sarebbe altrimenti possibile comprenderne il significato, se non attribuendolo a misteriosi ed imperscrutabili fenomeni di magia? Può succedere per questo, che nel naturale e monotono scorrere del tempo singoli personaggi e situazioni casuali, distanti tra loro anche nello spazio, vengano tuttavia fatalmente a contatto. Quando ciò accade, singoli episodi personali, prima totalmente avulsi l’uno dall’altro, si riaccordano con pazienza pezzo dopo pezzo, proprio come le tessere sparse di un puzzle che, ritrovando ordinatamente il proprio giusto spazio, arrivano poi a delineare e a dar forma ad un quadro completo e definito che non avremmo mai neppur immaginato un giorno di poter vedere e toccare con mano.

Spesso, come dicevo, i protagonisti di queste incredibili storie non si sono mai conosciuti e nemmeno mai incontrati tra loro, ma hanno ugualmente contribuito, ognuno per proprio conto e quasi mai volontariamente, a modificarne il corso naturale, spingendole a diventare esperienze uniche ed affascinanti per il solo fatto di essere casualmente capitati nel posto giusto al momento giusto.

La filosofia araba è portata a spiegare questi accadimenti con una sola parola: Maktub: ‘E’ scritto!’. Definendo così ermeticamente il destino di ciascuno di noi come un fatto già stabilito e preordinato dall’Alto e dal quale nessuno può prescindere o sfuggire. Chi invece come me, crede che nella logica dei gesti ci sia qualcosa di Divino e di trascendente, è portato a ritenere che con la scelta delle proprie azioni sia possibile condizionare la propria vita e quella degli altri, determinando per questo cambiamenti epocali e direi in qualche caso anche miracolosi.

Quella che sto per raccontare è verosimilmente una storia come queste, non ha per protagonista un eroe e nemmeno un’eroina, ne un miracolato, ne l’artefice di un accadimento magico, ma è l’incredibile storia, il tragitto di un oggetto sacro, un prezioso manto di preghiera, un Tallet di seta. Quello di mio padre.

Colui che lo aveva così finemente tessuto e ricamato a Tripoli, quasi cento cinquanta anni fa, aveva probabilmente già stabilito quale sarebbe stato il suo meraviglioso destino.

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La donna e le mitzwot di Sukkot

Tratto da una pubblicazione in onore di Keren Perugia per il suo bat-mitzwà,  Chol Ha-Mo’ed Sukkot 5771. Da Torah.it

Gianfranco Di Segni

Una ben nota regola della Mishnà è che le donne sono esenti dalle mitzwòt ‘asè she-hazemàn gheramàn (mitzwot positive legate al tempo; Mishnà, Qiddushin 1, 7 e Talmud bavlì, Qiddushin 34a). Con questa espressione si intende dire “azioni da compiere in un determinato momento del giorno o dell’anno”. Per esempio, le donne non hanno l’obbligo di indossare né i tefillin né il talled, perché entrambe queste mitzwot, secondo l’opinione prevalente, si compiono solo di giorno e non di notte (se però, pur non avendone l’obbligo, le donne abbiano il permesso di osservare queste due mitzwot è un discorso complesso che esula da questo breve scritto).

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