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Un nuovo siddùr per Torino

La famiglia del Siddur Bene Romi si allarga con l’edizione per Torino

Alberto M. Somekh 

SBR-ITA TO COP 200In onore del Bar Mitzwà di Gabriele Treves viene pubblicato un nuovo Siddur per i giorni feriali e lo Shabbat secondo l’uso della Comunità di Torino. Tale pubblicazione, che fa parte dell’ormai affermato progetto “Siddur Benè Romi” (ed. Morashà, Milano), affianca le altre che negli ultimi tre lustri hanno permesso agli ebrei italiani, primi fra tutti quelli delle Comunità di Roma e Milano, di pregare più agevolmente rispetto al passato, per via della chiarezza dei caratteri e della traduzione italiana “aggiornata” che di certo i frequentatori del Bet ha-keneset apprezzeranno. La nuova edizione integra alcuni brani che non erano presenti nei siddurim precedenti, permettendo pertanto ai frequentatori di non perdere alcuna parte della tefillàh.

Non sappiamo con esattezza quando le Comunità Piemontesi abbiano adottato il rito italiano. Sappiamo invece che la prima ondata immigratoria all’inizio del XV secolo aveva origine Oltralpe. Una seconda cospicua ondata, questa volta di Ebrei provenienti dallo Stato Pontificio (dopo la cacciata voluta da Pio V), Provenzali e Sefarditi, fu incoraggiata da Emanuele Filiberto nel 1572. Nel tempo ciò ha creato in Piemonte un “raduno degli esuli” in miniatura. Ciò è più che evidente nel nostro Siddur. Pur mantenendo l’impianto del rito italiano risente di forti influenze degli altri riti, specialmente quello askenazita. Nella seconda metà dell’Ottocento i “tagli” al Siddur voluti da un certo spirito del tempo hanno lasciato il segno a Torino molto più che altrove. Solo a Torino, peraltro, si è conservato il testo integrale della Hashkavah per i defunti tratto dal Ma’avar Yabboq di R. Aharon ben Berakh’el da Modena (sec. XVII), discepolo del cabalista R. Menachem ‘Azaryah da Fano.

L’opera è frutto del coordinamento del Rabbino Capo Ariel Di Porto con una serie di collaboratori: Rav Alberto Moshè Somekh, Franco Segre, Giulio Tedeschi e Shemuel Lampronti, Chazanim onorari del Bet ha-Kenesset di Torino, che hanno rivisto il testo con grande attenzione, dedizione e perizia filologica; ma il merito è soprattutto di Michael e Simonetta Treves che, unitamente ai nonni Roberto, Graziella e Ghita, hanno reso possibile la pubblicazione.

Un ponte tra spiritualità e materialità

Morashà ha pubblicato il rito italiano secondo l’uso della Comunità di Roma, traslitterato e tradotto

Claudia De Benedetti

Gli amici Mira David Piazza mi hanno donato la prima edizione del volume dedicato a Shabbat del Siddur di rito italiano secondo l’uso della Comunità di Roma con traslitterazione a fianco e traduzione italiana, pubblicato nella collana Sidùr Benè Romi di Morashà: un omaggio che ho molto gradito perché mi ha dato lo spunto per riflettere sul significato che ha per me la tefillà (la preghiera, ndr.).

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Un libro di preghiere speciale

Il rabbino capo di Roma nella sua introduzione al nuovo siddùr di Morashà sottolinea l’importanza della lingua ebraica

Riccardo Shmuel Di Segni

Sfogliando alcuni libri popolari, come le haggadòt stampate nei secoli scorsi in Italia, si rimane stupiti da una strana cosa: accanto al testo originale c’è la traduzione, in italiano o ladino, ma i caratteri in cui è scritta sono ebraici. A quei tempi c’erano persone che avevano difficoltà a capire l’ebraico dei rabbini, la lingua che parlavano era quella locale, ma l’alfabeto che più conoscevano era quello ebraico; o perlomeno si considerava come una sorta di desacralizzazione l’uso di un altro alfabeto in un libro sacro.

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Qinot, le elegie del nove di av

Riccardo Di Segni

Mentre inizia il mese di Av, l’attenzione si dovrebbe concentrare sui drammi della nostra storia. Le pagine dei libri di tefillà di questi giorni sono piene di testi speciali, le qinòt, elegie composte per ricordare i tristi eventi, che verranno lette il 9 di Av. E’ un modo molto particolare e abbastanza eccezionale con cui la nostra tradizione ha reagito al negativo.

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