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Saul Fia, la recensione

Gabriele Niola

20150416saul-fia-cannes-2015Ci sono grida immonde, fuoco, resti umani accatastati, spari e morte ovunque. Ovunque! Eppure non ne vediamo granchè. Saul Fia è tutto girato in primo piano lungo sostanziosi piani squenza, si muove con il suo Saul inquadrandolo strettissimo sul volto e tenendo quel poco che si vede di sfondo fuori fuoco. La soluzione è originale e audace, soprattutto per come nega tutto quello che altrove è ricostruito alla ricerca di un verismo maniacale: l’olocausto.

Saul è infatti un ebreo in un campo di concentramento, uno di quelli deputati ad aiutare i nazisti nello sterminio, uno di quelli che spingono gli altri ebrei nei forni, nelle fosse e nelle “docce” e poi ne ammassano i cadaveri. La sua faccia è sempre impassibile ma intorno a lui ci sono evidenti schizzi d’inferno vero, espressionista, gridato e mostruoso. Nulla è ripulito, anzi molto è enfatizzato. In tutto questo Saul ha deciso contro ogni logica e buon senso di seppellire e onorare un ragazzo morto che identifica come suo figlio. Deve trovare un rabbino, salvarlo, seppellire di nascosto il cadavere per poi far recitare le preghiere del caso e tutto nel giorno più complicato: quello in cui è stata organizzata una ribellione contro i nazisti.

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