Sangue | Kolòt-Voci

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Pesach. Eliminare il chametz, eliminare il sangue

Alberto M. Somekh

אם רעב שנאך האכילהו לחם ואם צמא השקהו מים. כי גחלים אתה חותה על ראשו וה’ ישלם לך

“Se il tuo nemico ha fame, dàgli da mangiare il pane e se ha sete dàgli acqua da bere. Perché così facendo gli attizzi braci in testa e H. ti ripagherà” (Mishlè 25,21).

alberto-moshe-somekhCi sono due divieti alimentari in vigore ancora oggi per i quali la Torah commina la gravissima pena divina del karèt. Di uno di essi si parla nella Parashah odierna ed è il divieto del sangue (issùr dàm):

Wayqrà 17,14: “Poiché il sangue costituisce la vita di ogni essere di carne: il suo sangue è legato alla sua vita: E Io ho detto ai Figli d’Israel: non mangerete il sangue di nessun essere di carne, poiché la vita di ogni essere di carne è contenuta nel suo sangue e chi ne mangerà sarà punito con il karèt”.

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Pèsach: Il sangue della salvezza

David Piazza

DavidPiazzaNel Midràsh Mekhiltà troviamo una singolare discussione tra Rabbi Natàn e Rabbì Itzchàk: dove venne apposto il sangue che agli ebrei venne chiesto di dipingere sugli stipiti, alla vigilia dell’uscita dall’Egitto? Rabbì Natàn sosteneva che era stato dipinto all’interno delle abitazioni, mentre Rabbì Itzchàk all’esterno.

Ci accorgeremo di come questo dettaglio abbia implicazioni profonde riguardo al forte messaggio su che cosa consista l’identità di un popolo che vive in minoranza tra altri popoli.

Innanzitutto sappiamo, dal racconto della Haggadà di Pesach, che un angelo inviato appositamente da Dio per punire gli egiziani e per salvare gli ebrei, passò oltre (“pasàch” – da cui uno tra i diversi significati del nome della ricorrenza) le case imbrattate con il sangue, segno che vi abitavano degli ebrei, e colpì invece le altre case, dove risiedevano gli egiziani. Tutti i primogeniti che si trovavano all’interno di quelle case morirono improvvisamente.

Solo a seguire il significato semplice del testo: abbiamo qui un primo segnale di una identità che viene manifestata. Stiamo già per dire che sicuramente il sangue era fuori, se non riflettessimo (e lo hanno già fatto per noi i nostri Maestri) sul fatto che un angelo non ha certo bisogno di “vedere” un segno posto dall’uomo. Lui sa che c’è, anche senza vederlo.

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Di mamma ebrea ce n’è una sola

Sulla matrilinearità nell’ebraismo

Gianfranco Di Segni

In un recente numero di Ha Keillah (febb. 2005), nella lettera intitolata “Limpieza de sangre”, Claudio Canarutto ha riproposto il problema della trasmissione matrilineare dell’appartenenza all’ebraismo e ha messo a confronto la visione ortodossa con quella riformata, che sarebbe, a suo dire, più moderna perché considera ebrei anche coloro che abbiano il padre ebreo ma non la madre. Sorvolando sulla sgradevolezza di certe sue espressioni, Canarutto sostiene che il popolo ebraico, rifiutando i figli di solo padre ebreo, si priverebbe “dell’innegabile apporto differenziante e vivificante del sangue” degli altri popoli. La “bella norma rabbinica”, che accetta figli di “mamma ebrea, anche se di padre ignoto o, peggio, stupratore”, è “pericolosamente limitativa”. Canarutto afferma, senza rendersi conto di cadere in contraddizione, che “i nostri Rabbini, che si dichiarano tutti ortodossi, perseguono una impossibile politica di ‘purezza’ e di incontaminazione generazionale”. La conclusione, secondo Canarutto, è che “il razzismo, come sempre, è il nostro peggior nemico, anche, e forse più, quello che alligna tra le nostre fila”. E i razzisti sarebbero, evidentemente, i rabbini ortodossi. Continua a leggere »