Riccardo Di Segni | Kolòt-Voci

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Mamma, li riformati!

Antonio Di Gesù (nell’articolo è “Rav Antonio”), è il secondo convertito italiano (ex-ortodosso) che prende la guida di una comunità riformata dopo il milanese Haim Cipriani (Kolòt)

Cecilia Tosi

Bet HillelC’é una sinagoga nuova in città. O meglio: presto ci sarà. Lo promettono gli ebrei di Beth Hillel, un gruppo nato quest’anno a Roma per creare la prima comunità riformata della Capitale. In Italia i riti si svolgono solo in sinagoghe di fede ortodossa, dove le regole dei libri sacri sono vissute come intangibili. Nel mondo, specie negli Usa, esistono invece molti gruppi riformati, che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi. Roma non si è mai aperta a questa prospettiva e i luoghi di culto ricadono sotto l’autorità del rabbino capo. Almeno, così è stato finora.

La prima occasione per presentare la nuova comunità al “pubblico” è stato Yom Kippur: in piazza Margana, tra i vicoli del ghetto, si festeggiava il Giorno dell’Espiazione in modo diverso dal solito. «Sono andato ad assistere al rito al mio tempio abituale, poi ho fatto un salto là», racconta Gadiel. «Quando sono arrivato in piazza Margana ho avuto una sensazione positiva, il clima era più informale del solito, i bambini accolti con entusiasmo e non costretti a stare sull’attenti. E poi, ho visto una donna davanti al testo sacro, questa sì che è una novità: di solito alla lettura si alternano solo uomini». Le donne, i bambini, i gay, le coppie miste. Nessuno deve essere messo da parte, secondo la comunità riformista. «Inclusività. Di questo avevamo bisogno», spiega Franca, che si considera pienamente ortodossa ma condivide questa iniziativa. «Qui a Roma una ventata di intransigenza spinge a un’attenzione eccessiva verso i dettagli, al di là della grande tradizione. Una volta ogni comunità ebraica aveva una sua identità legata al territorio, ora la globalizzazione ha omogeneizzato tutto, cristallizzando le norme dell’ortodossia. E l’Italia è l’unico Paese dove l’intesa con lo Stato riduce a una sola le comunità riconosciute».

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I limiti del dialogo e una sinfonia stonata

Riccardo Di Segni

Riccardo Di SegniL’Osservatore Romano del 15 novembre ha pubblicato un’intervista al rabbino David Rosen (“Perché non possiamo essere nemici”) nella quale tra l’altro appare questa domanda: “Alla fine di giugno Auschwitz ha ospitato una celebrazione in memoria delle vittime dell’Olocausto a cui hanno partecipato importanti rabbini, cardinali e vescovi e dove è stata eseguita una sinfonia sulla sofferenza. Anche lei era presente. Che cosa ha significato questo atto per gli ebrei?”.

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Provare per credere

Il Rabbino capo di Roma: Perché è limitativo definire gli ebrei solo come “credenti”

Riccardo Di Segni 

Quando gli ebrei parlano di rapporto con la propria religione, è raro che si definiscano credenti; il credere lo si dà un po’ per scontato, è poco misurabile nel suo puro movimento di spirito, deve avere una dimostrazione nell’azione. Per cui si preferisce parlare di osservanti. E non è differenza da poco. Nel primo secolo dell’era cristiana i membri dei numerosi gruppi dissidenti dall’orientamento prevalente -che oggi si direbbe ortodosso- e tra questi i primi giudeocristiani, erano definiti dai rabbini con il termine di minim, plurale della parola biblica che indica “la specie”. Qualcuno ha suggerito che l’insolito termine sia una contrazione ironica della parola maaminim, cioè credenti; nel senso che voi dite o pensate o credete di essere credenti, ma la fede è un’altra cosa. Quindi attenzione a usare questa parola.

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Il Papa “buono”, quello “cattivo” e gli ebrei (1)

Stefano Magni

Pubblichiamo la prima parte (su tre) di un’intervista a Sergio Minerbi, ex ambasciatore di Israele a Bruxelles e professore all’Università Ebraica di Gerusalemme.

Mai farsi prendere dall’entusiasmo per le prime impressioni superficiali. Leggere sempre i documenti originali prima di esprimere un parere. Andare controcorrente quando la realtà è diversa dai nostri sentimenti. Si possono riassumere così le regole della conversazione con Sergio Minerbi, già ambasciatore di Israele a Bruxelles e professore all’Università Ebraica di Gerusalemme. Ci accoglie nella sua casa in uno splendido e silenziosissimo quartiere residenziale della capitale dello Stato ebraico. “Secondo i progetti originali degli inglesi quest’area doveva essere riservata a un nuovo aeroporto – ci spiega – Ma con l’indipendenza la fame di alloggi è cresciuta. Non altrettanto quella per gli aeroporti”. Sergio Minerbi è emigrato in Israele nel 1947, quando non aveva ancora compiuto la maggiore età. E quando Israele non era ancora indipendente. Ha assistito alla nascita dello Stato ebraico e a tutte le sue guerre. In Italia, comunque, è più noto per i suoi studi delle relazioni fra la Santa Sede e il mondo ebraico, tema di cui è uno dei maggiori esperti. Il tema della nostra conversazione verteva proprio su quello, a partire da Benedetto XVI, il Papa che ha abdicato e che, quando sedeva sul soglio pontificio, suscitava non poche polemiche nella stampa italiana. Anche per i suoi rapporti con l’ebraismo. “Chiedo scusa, ma stimo che gli esperti di questo settore siano molto scarsi. O per questa ragione, o per il mio carattere, io dico sempre il contrario”.

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Alla ricerca del mikvè perduto, nella più antica sinagoga

Roma. In un ristorante di Vicolo dell’Atleta i resti di una civiltà: “Qui era il centro della cultura universale”. Con il Rabbino Capo a Trastevere, cuore della Roma ebraica

Edoardo Sassi

L’umidità è perfetta, lì sotto, ideale per una cantina. E non a caso oggi vi si conservano vini imbottigliati. Si scende, ma non troppo, sotto l’attuale livello stradale. Tutt’intorno archi e mattoni antichi disegnano grandi, silenziose volte. C’è poca luce. Sarà la suggestione, ma un’aura di sacralità si percepisce, in questi ambienti. E si percepisce anche, da qualche parte, la presenza dell’acqua.

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Chanukkà: Come i laici militarizzarono il miracolo

Anche dietro una canzoncina innocente si possono nascondere significati profondi e contrastanti

Riccardo Di Segni

La recente scomparsa del dottor Marco Spizzichino, che prima di esercitare per molti anni a tempo pieno la professione medica era stato insegnante di materie ebraiche alle scuole elementari di Roma, ha evocato, proprio alla vigilia di Hanukkah, l’immagine del morè Spizzichino che dirigeva il coro dei bambini nella tradizionale festa delle scuole che si svolgeva al Tempio Maggiore (e ancora vi si svolge). Ricordo i suoi gesti decisi e ritmati che guidavano i bambini a cantare Mi yemallel gvurot Israel… Uno dei tanti canti per Hanukkah, che ancora oggi circola nelle nostre scuole e nelle riunioni pubbliche festive. Sollecitato da questo ricordo, ho provato a cercare qualche notizia su questo canto e mi si è aperto davanti un mondo intero. Che va riscoperto e spiegato perché è una chiave di comprensione (o di incomprensione) dei significati contraddittori della festa di Hanukkah.

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Puntare su cucina kasher contro pregiudizi

Il Rabbino capo Roma all’evento ‘Gusto Kosher’, i sapori della tradizione ebraica

Virginia Di Marco

Prendere gli antisemiti per la gola, a tavola: è la ricetta del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che punta anche sulla cucina ebraica per contrastare pregiudizi e discriminazioni. “La cucina ebraica è l’arma migliore per combattere l’antisemitismo”, ha dichiarato ieri Di Segni, intervistato da ANSAmed durante l’evento eno-gastronomico ‘Gusto Kosher’, tenutosi nel vecchio ghetto della capitale.

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