Rabbino | Kolòt-Voci

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Bioetica e figli contesi, la riflessione dell’ebraismo

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoUn albero viene sradicato da un’alluvione e va a finire nel campo, di un altro proprietario, dove attecchisce e fa frutti. Domanda: i frutti di chi sono, del primo o del secondo proprietario? A prima vista andrebbero divisi, ma bisogna fare una distinzione. Vanno divisi se l’albero è arrivato con le radici coperte dal terreno originale, cosa che gli ha consentito per un certo tempo l’autonomia, ma se le radici erano nude, è solo la terra del secondo proprietario che ha consentito l’attecchimento, la crescita e ha dato il nutrimento; quindi il secondo proprietario deve al primo solo il valore dell’albero spoglio. È un caso tipico discusso e codificato da secoli nella legge rabbinica, in parallelo a casistiche analoghe di altri sistemi legali.

Oggi si propone un caso per alcuni aspetti analoghi. Un ovulo fecondato è stato impiantato per errore in un utero diverso da quello della donna cui era stato prelevato l’ovulo, ha attecchito ed è cresciuto. Di chi è il prodotto del concepimento? Lasciato a sè stesso non gli sarebbe stata possibile una crescita autonoma, che invece ora c’è stata grazie all’ospite che lo sta portando in grembo. Tra la storia dell’albero e quella dell’ovulo fecondato vi sono tante differenze, da una parte un vegetale, dall’altra un essere umano, da una parte una situazione essenzialmente economica, dall’altra un sistema di relazioni con sentimenti, rischi e passioni. Eppure nel minimo che accumuna le due situazioni, se fosse lecito un confronto tra i due casi, la conclusione sarebbe che il feto è di chi porta avanti la gravidanza salvo rifusione del valore dell’embrione, valore ben difficile da calcolare, ma che dovrebbe comprendere almeno le spese in senso lato (mediche, stress, ore di lavoro perso) che sono state necessarie per produrlo. Sempre che sia eticamente lecito, e la cosa è notoriamente controversa, fissare un prezzo per questo tipo di “prestazioni” biologiche umane.

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Elio Toaff, la storia dell’ebraismo italiano

Rav Elio Toaff shalit”a compie oggi 99 anni. Tanti auguri!

Daniele M. Regard

COMUNIT¿ EBRAICA, FESTA PER 95 ANNI RABBINO EMERITO ELIO TOAFF -FOTO 7Era il lontano, lontanissimo 1915, nasce a Livorno Elio Toaff, una delle figure storiche dell’ebraismo italiano. Scampato ai campi di sterminio nazisti, un giovane Toaff entra a far parte della Resistenza combattendo sulle montagne. Nel dopoguerra, dopo una breve esperienza nella comunità di Venezia, nel 1951 diventa rabbino capo di Roma.

Un amore, quello con la comunità romana, che crescerà nel corso del tempo. Nel 2001 decide di lasciare il suo posto a capo del rabbinato romano, in questo mezzo secolo Toaff scrive la storia dell’ebraismo italiano. Tradizionalista, ma riformatore, vicino alla gente, capace di parlare al popolo e sembrare allo stesso tempo un gigante in presenza di presidenti, autorità e Papi. Comunica con il verbo e con il cuore, storico il suo incontro nella sinagoga di Roma con Giovanni Paolo II. Riuscì, in questa come in altre circostanze, ad avvicinare le fedi, a farle dialogare per scrivere insieme un futuro di pace, rispetto e fratellanza.

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Il rabbino del ghetto di Varsavia che continuò a insegnare fino alla fine

Un gigante del pensiero ebraico che la furia nazista credette di poter cancellare. I suoi appunti furono trovati per caso sottoterra dove una volta sorgeva il ghetto e pubblicati in Israele dimostrando che l’eroismo non fu solo di chi imbracciò le armi

Chiara Condò 

PiesesneNel 1923 rabbi Kalonymus Shapiro, all’età di trentaquattro anni, fondò a Varsavia la più grande casa di studio chassidica dell’epoca, la Yashiva Daas Moshe, proprio quando una forte secolarizzazione aveva modificato pesantemente il comportamento e le aspirazioni della gioventù ebraica. Si ritrovò così a lottare ardentemente per il ritorno a una vita spirituale più feconda; si dedicò completamente allo studio e ai suoi allievi, all’insegna di uno spirito di fratellanza e vivacità religiosa proprio della filosofia chassid. Chaterine Chalier, ebraista e filosofa, ci riporta in questo testo edito da Giuntina non solo la vita del rabbino del ghetto di Varsavia, come riporta il titolo, ma specialmente le sue meditazioni di fronte al momento in cui “Dio ha velato il Suo volto” al popolo d’Israele.

Il rabbi che la studiosa riporta nella lunga nota biografica fu un uomo che non rinunciò alle sue tradizioni anche e nonostante le forti limitazioni naziste: ogni cortile poteva diventare un luogo improvvisato di preghiera, e la Chalier riporta più di un episodio in cui Shapiro celebrò le festività ebraiche a costo della vita. Le sue omelie, celebrate in sinagoga prima e illegalmente poi, vennero trascritte e sotterrate fra le macerie di Varsavia, come successe a gran parte delle memorie che sono giunte fino a noi. Scrive Chaterine Chalier a riguardo: “Coloro che tennero un diario e tutti coloro che scrissero nel ghetto si preoccuparono di nascondere i loro scritti sotto terra, di nasconderli o di farli passare clandestinamente nella parte cristiana di Varsavia, perché i loro diari, le loro poesie e racconti fossero una testimonianza della lunga agonia del popolo dietro quelle mura. Erano dunque tesi oscuratamente ma tenacemente verso un avvenire che, presentivano, avrebbe avuto fretta di girare la pagina del disastro senza leggerla e senza volerla conoscere.”

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Trieste: Comunità contro rabbino

Ancora un rabbino che minaccia la causa nel tribunale civile piuttosto che in uno rabbinico (Bet Din), contraddicendo la stessa Halakhà che avrebbe dovuto far rispettare. Comunità col coltello alla gola (Kolòt)

Gabriella Ziani

MargalitFatto senza precedenti in Italia, la comunità ebraica di Trieste licenzia sui due piedi il suo rabbino capo, togliendogli il ruolo di guida spirituale ma nello stesso tempo il posto di lavoro. E il rabbino capo, dopo essersi già a lungo consultato con il sindacato Cgil anche per precedenti dissensi, minaccia di far causa alla Comunità, ha assunto un avvocato a Udine, e domani parte per Israele per raccontare tutto al Rabbino capo, la massima autorità mondiale.

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Il rabbino che non svelò mai la formula «magica» della Coca Cola

Francesco Battistini

Acqua, zucchero, caramello, caffeina, acido fosforico, lime, vaniglia, noce moscata, arancia, cannella, coriandolo… Dopo Tutankhamon, Fatima e Pulcinella, quello della ricetta della Coca-Cola è probabilmente il segreto più raccontato della storia. La leggenda vuole che in azienda solo due manager alla volta, e ciascuno solo per metà, siano ammessi a conoscerne l’esatta formula, custodita nel caveau d’una banca. La storia dice che ci fu una sola persona al di fuori della fabbrica, uno che non c’entrava nulla con la bibita più venduta del mondo, a sapere come la si fabbrica.

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Modena: Un gesto criminale

Odio inspiegabile. Danneggiata una lapide commemorativa

«Non riesco a immaginare la ragione di un odio così profondo. Proprio non ci riesco: hanno colpito più volte la Stella di Davide, quasi a volerla cancellare del tutto, estirparla. Perchè tanto accanimento contro il simbolo di una religione?» Dice così il rabbino di Modena, mentre passa con la punta del dito sul “Maghèn David”, lo ‘scudo di Davide’ come recita la Bibbia, che da millenni è il simbolo che protegge il popolo ebraico. Il suo sgomento, nel parco della Resistenza dove si trova la lapide danneggiata, è più forte dell’indignazione e anche della sorpresa.

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Quarti posteriori: Comunicato del Rabbino Capo di Roma

AVVISO – Dal 1 Giugno in tutte le macellerie kasher sarà vietata la vendita dei quarti posteriori fino a quando non sarà possibile l’eliminazione delle parti proibite, eseguita da un esperto menaqqèr sotto il controllo del rabbinato.

Trovare un menaqqèr esperto e affidabile non è semplice; gli esperti sono rari e cari; per anni abbiamo cercato di farne venire uno o di addestrare il personale, ma le difficoltà incontrate hanno reso impossibile l’organizzazione del servizio. Ci siamo dovuti limitare a segnalare nelle macellerie che la carne dei quarti posteriori non era sotto il nostro controllo; non potevamo neppure cambiare le abitudini di cucina di molte famiglie, bruscamente e senza preparazione. Questo è servito almeno a sensibilizzare una parte della comunità sul problema. Continua a leggere »