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La deriva sexy della festa di Purim

È la festa ebraica che più assomiglia al Carnevale, ma la novità del 2014 è che gran parte dei modelli per bambini più venduti sono “Poliziotta sexy”, “Infermiera sexy”, “Dottore sexy”, “Soldatessa sexy”, “Principessa sexy”. Mobilitazione delle famiglie: “E’ una forma di sfruttamento dei minori”

Maurizio Molinari

SexyPurimPurim è alle porte con bambini e genitori in fila nei negozi per acquistare i costumi da indossare nella festa ebraica che più assomiglia a Carnevale. Ma la novità del 2014 è che gran parte dei modelli più venduti hanno in comune un aggettivo inequivocabile. “Poliziotta sexy”, “Infermiera sexy”, “Dottore sexy”, “Soldatessa sexy”, “Principessa sexy” e molte altre ancora descrivono un’offerta che si caratterizza per abiti succinti, calze a rete e colori sgargianti dal significato assai esplicito. Le famiglie si sentono precipitare in uno shock collettivo, ma non è tutto perché le vendite sul mercato di queste “maschere” vanno talmente bene da aver spinto molti negozi a offrirle in vetrina o sul web solo come “costumi sexy” senza più soffermarsi neanche sulle diverse caratteristica di ciascuna.

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Purim e Kippur – Due feste così diverse eppure così uguali

Analogie e similitudini tra Purim e Kippur

David Gianfranco Di Segni

G DiSegniLa festa di Purim ricorda, come è noto, un fatto accaduto circa 2500 anni fa in Persia durante il regno di Assuero. Si racconta nella Meghillàt Estèr , uno dei libri della Bibbia, che Hamàn, il perfido consigliere del re, voleva sterminare tutti gli ebrei del regno, uomini, donne e bambini. Per intercessione della regina Ester, una giovane ebrea che era diventata moglie del re nascondendo la propria origine ebraica, e di suo zio Mordechai, che era il capo della comunità ebraica, gli ebrei vennero salvati e i responsabili della tentata “soluzione finale del problema ebraico” furono puniti. A ricordo dello scampato pericolo fu istituita la festa di Purim, che letteralmente significa “sorti”, perché il giorno stabilito per il massacro era stato estratto a sorte dal perfido Haman.

La festa è caratterizzata da uno spirito estremamente gioioso: sia la sera che la mattina si legge pubblicamente la Meghillàt Estèr , scritta a mano su uno speciale rotolo di pergamena; si fanno doni ai bisognosi; si inviano cibi e bevande in regalo agli amici; si partecipa a uno speciale banchetto festivo in cui si beve vino a volontà, fino a confondersi e a scambiare le benedizioni con le maledizioni, a tal punto da dire “benedetto Haman” e “maledetti Ester e Mordechai”. I bambini usano mascherarsi, a ricordo del ribaltamento delle sorti.

Purim è una festa contraddistinta da una dimensione molto materiale, in cui manca un rituale religioso specifico, come esiste invece per altre feste comandate dalla Bibbia. È una festa mascherata in tutti i sensi: sia perché ci si maschera, ma anche perché la dimensione spirituale è, per così dire, “mascherata”, nascosta. Il nome stesso “Ester” viene fatto derivare dalla parola ebraica hastèr , che significa appunto “nascondere”: Ester, quando fu prescelta per diventare regina, nascose la propria origine. Anche la dimensione del Divino è nascosta: non è un caso che il Nome di D-o non compaia mai nel libro di Ester, unico in questo fra tutti i libri della Bibbia; solo allusioni alla Divinità sono presenti, come quando Mordechai incita Ester a intercedere presso il re Assuero, perché se non lo farà lei – dice Mordechai – “la salvezza verrà comunque da un altro posto”.

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Meghillat Ester – Lo svelamento del nascosto

” … Questi giorni di Purim non cadranno in disuso tra gli ebrei ed il loro ricordo non cessi in mezzo alla loro discendenza…” (Libro di Ester, 9; 28).

Roberto Della Rocca

DellaRoccaNella sua grande opera di giurisprudenza ebraica, il Mishnèh Toràh, Maimonide (1135-1204) sostiene che nell’era messianica tutti i libri della Bibbia cadranno in disuso tranne il Rotolo di Estèr essendo questo duraturo come i cinque libri della Toràh, l’esistenza della quale è eterna e, continua, “…anche se dovesse scomparire il ricordo di tutte le nostre sofferenze, quello di Purim non sarà mai cancellato”.

Ma perché proprio il Libro di Estèr e con esso il ricordo di Purim dovrebbero sopravvivere a tutti gli altri? La Meghillàh (termine che deriva dalla g-l-l, che significa arrotolare, avvolgere, e che indica la lettura su un rotolo di pergamena come il Sefer Toràh) è un libro che narra di una comunità completamente assimilata, sradicata dalla sua terra d’origine, lontana, materialmente e spiritualmente, dalla Terra di Israele, di cui, in tutto il racconto, non si fà alcun cenno, né come ricordo né, tantomeno, come mèta di aspirazione. Siamo nel pieno della golàh, dell’esilio, quindi, al punto che gli ebrei temono addirittura di rivelare la loro identità.

Un altro segno sorprendente è che, contrariamente a quanto si fà durante la festa di Chanukkàh, a Purim non si legge l’Hallel (lett. lode; è il nome dato ai Salmi 113-118), riservato solo ai miracoli avvenuti in Terra di Israele.

Ciononostante, Estèr ottiene quello che ai valorosi fratelli Maccabei non è stato concesso: non solo il suo libro viene incluso nel canone biblico, ma questo ha dato anche il nome ad un trattato talmudico, chiamato appunto “Meghillàh”.

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I Purim degli altri

Esistono, sparsi per l’intera Diaspora ebraica, altri Purim da celebrare per lo scampato pericolo. Ecco quelli degli ebrei tripolini

Ariel Arbib

Non per far prevalere la mia opinione, sulla necessità storica di festeggiare ancora un altro Purim in ricordo dello scampato pericolo nel Giugno del 1967, ma solo per il piacere di rallegrarvi con aneddoti ebraici a lieto fine, vi voglio raccontare due bellissima storie libico-ebraiche, che hanno entrambe dato origine ad altrettanti Purim, ancora oggi festeggiati con eguale gioia e allegria, tra i tripolini e i bengasini sparsi per il mondo e tra gli Ebrei di Gerba in Tunisia.

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Miracoli non miracolosi

La Meghillà di Ester e il suo corso naturale

Adin Even Israel (Steinzaltz)

A Purìm si aggiunge alle regolari preghiere un particolare brano, ‘Al Hanissìm, che celebra i miracoli di H-shèm. Anche prima della lettura della Meghillà si recita una berachà che esprime il medesimo concetto. Eppure, nel corso dell’intera trama della Meghillà non figura neppure un miracolo; essa sembra narrare una semplice successione di eventi interessanti ed eccezionali, ma facilmente spiegabili, senza che sia necessario affermare che si tratti di miracoli o di prodigi. Tutte le sue componenti risultano chiare, sistematiche e logiche; la successione degli eventi non presenta complessità, gli elementi si uniscono armoniosamente e le svolte, per quanto significative, risultano comprensibili.

Si osservino alcuni esempi estremamente “razionali”.

Il potere di Mordechày

L’ebreo Mordechày, “che siedeva ai cancelli reali”, fin dal principio fece infiltrare “un’agente segreta” alla corte di Achashveròsh. Mordechày era membro della classe più alta del governo persiano, sia di per sé che nelle vesti di rappresentante del popolo ebraico; quale uomo politico di spicco, egli diede così inizio a un lungo gioco, preparando il terreno per il giorno in cui avrebbe ottenuto una posizione di grande potere.

Anche la vicenda di Bigtàn e Tèresh, che all’inizio non sembra essere determinante nel quadro dello sviluppo degli eventi, fu per Mordechày un ottimo espediente per aggraziarsi il sovrano con un atto di fedeltà; fu anche un buon investimento nei giusti contatti, al fine di aprirsi una bella porta a palazzo e di garantirsi un futuro di successo.

L’anello del re

Quanto al motivo per cui il re stesso conferì potere illimitato dapprima ad Hammàn e poi a Mordechày, esso è di carattere puramente politico.

Il regime persiano era autocrate e dittatoriale e i sovrani detenevano poteri e autorità illimitati. Tuttavia, anche nei loro momenti di maggior lucidità mentale, i re non erano in grado di gestire tutte le complesse questioni politiche del loro impero; pertanto usavano nominare un vice a cui attribuivano il potere e l’autorità di firmare qualunque documento a nome del re.

Queste persone rappresentavano una seria minaccia per il trono e pertanto andavano sostituite di tanto con un pretesto quasi qualunque, non necessariamente fondato.

I sovrani dell’epoca preferivano inoltre nominare alla carica di vice degli uomini di origine straniera, privi di qualunque radice storico-politica nel paese e quindi di sostegno da parte della società locale.

Si trattava di uomini su cui si poteva sempre contare, in quanto avrebbero fatto di tutto per il beneficio del sovrano e che, d’altro lato, non potevano usurpare il trono perché sole e prive dell’appoggio delle masse.

Quando un uomo di questo genere vinceva, era il re a guadagnarci; quando perdeva, era lui stesso l’unico a perderci.

Hammàn salì al potere proprio perché straniero, aggaghita: una nullità sociale. Prova ne è che fu impiccato facilmente e senza riscuotere l’opposizione del popolo.

Pe questo stesso motivo Mordechày ottenne a sua volta una posizione del genere: era uno straniero, un ebreo. E nessuno avrebbe pianto vedendolo sulla forca, se mai fosse successo.

Il gioco politico di Estèr Continua a leggere »

Purim: dalla precarietà alla stabilità

Scialom Bahbout

Uno dei paradossi di Purim è che gli ebrei non lo festeggiano tutti lo stesso giorno: il 14 Adàr nelle “prazoth”, città aperte e prive di mura di cinta;  il 15 Adàr nelle “muqafoth homà”, città cinte di mura dai tempi di Giosuè – oggi in pratica la sola Gerusalemme: non sarebbe stato logico concentrare tutti i festeggiamenti il 15 per affermare e mantenere l’unità del popolo ebraico in festa?

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Due feste così diverse, eppure così uguali

Analogie e similitudini tra Purim e Kippur

David Gianfranco Di Segni

La festa di Purim ricorda, come è noto, un fatto accaduto circa 2500 anni fa in Persia durante il regno di Assuero. Si racconta nella Meghillàt Estèr , uno dei libri della Bibbia, che Hamàn, il perfido consigliere del re, voleva sterminare tutti gli ebrei del regno, uomini, donne e bambini. Per intercessione della regina Ester, una giovane ebrea che era diventata moglie del re nascondendo la propria origine ebraica, e di suo zio Mordechai, che era il capo della comunità ebraica, gli ebrei vennero salvati e i responsabili della tentata “soluzione finale del problema ebraico” furono puniti. A ricordo dello scampato pericolo fu istituita la festa di Purim, che letteralmente significa “sorti”, perché il giorno stabilito per il massacro era stato estratto a sorte dal perfido Haman.

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