Papa Francesco | Kolòt-Voci

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Ecco perché il papa ha torto sul “terrorismo dei disperati”

No, non è per disperazione e povertà. L’analisi quantitativa applicata al terrorismo

Rosamaria Bitetti

Rosamaria-Bitetti-SAESGli attentati di Parigi hanno dato un po’ a tutti l’occasione di esprimere il proprio giudizio, non sempre ragionato, sul terrorismo, e talvolta la scusa per spiegare questo problema secondo la propria chiave di lettura del mondo: la religione, la globalizzazione, la povertà. Piketty su Le Monde spiega il terrorismo, ad esempio, con il suo cavallo di battaglia, la disuguaglianza. Il Papa a Nairobi dichiara che “la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

Siccome Econopoly nasce con l’idea di spiegare i problemi con i fatti e un’analisi rigorosa dei dati, è il caso di riprendere in mano un piccolo classico con cui si cerca, forse per la prima volta, di applicare l’analisi quantitativa al problema del terrorismo. Nel 2007 Alan Krueger pubblica What Makes a Terrorist (edito in Italia da Laterza) cercando di smontare la spiegazione secondo la quale il terrorismo dipenda da povertà, mancanza di accesso all’istruzione e “odio per il nostro modo di vivere”, una spiegazione che è tanto diffusa quanto “accettata quasi interamente per fede, e non per prove scientifiche”.

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La lettera di Laura Malchiodi al Papa

Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della santa sede

abu mazen papa francesco (2)Sua Santità, Le scrivo, ancora, perché trovo sempre più difficile considerarmi Cattolica. Eppure sono sempre stata molto vicina alla Chiesa, grazie anche al fatto che provengo da una famiglia molto religiosa, con due pro-zii Vescovi (Umberto Malchiodi, Vescovo di Piacenza e Gaetano Malchiodi, Vescovo a Loreto, erano fratelli di mio nonno Aldo)… ma non solo per questo. La lettura dei Vangeli, che ho cominciato alle medie e quella della Bibbia, che ho iniziato ad affrontare nel 1972, a 15 anni (grazie al regalo di zio don Umberto), mi hanno sempre più coinvolta. Ho poi conosciuto Madre Speranza, che mi ha detto che sarei rimasta delusa dalla Chiesa, ma che avrei dovuto lottare contro le sue storture e non avrei dovuto abbandonarla… Lei mi sta rendendo estremamente difficile mantenere questa promessa. Oggi, per la prima volta nella mia vita, non me la sento di andare a Messa.

E pensare che ero così felice quando L’ho vista la prima volta!

La Sua scelta del nome Francesco (il mio Santo preferito) mi aveva fatto sperare che Lei volesse in qualche modo testimoniare il suo distacco dai capitoli bui della nostra storia, che hanno visto i Gesuiti come protagonisti di pogrom e persecuzioni orribili nei confronti degli Ebrei… ma evidentemente mi sbagliavo.

E non Le scrivo solo a mio nome. Miei amici, conoscenti e parenti ogni giorno mi confessano il loro imbarazzo profondo e la crisi che stanno attraversando, grazie a Lei.

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Papa Francesco e gli ebrei, dopo l’attentato antisemita di Bruxelles

Beatificazione del cardinal Martini a parte, un’analisi per niente scontata

Gad Lerner

220px-Gad_Lerner_2010_croppedL’odio millenario contro gli ebrei macchia nuovamente di sangue il suolo d’Europa proprio nei giorni in cui si elegge il Parlamento che riunisce i nemici di tante guerre passate. Così l’antisemitismo omicida cambia di segno anche il viaggio di Francesco in Israele. Perché rinnova il senso di pericolo incombente sul popolo ebraico perfino là dove pareva che il senso di colpa rendesse irripetibile la caccia all’ebreo.

Questa minaccia, tale a spingere addirittura all’emigrazione cittadini appartenenti alle comunità israelitiche, precipita sul pontefice, che non potrà prescinderne.

Prima dell’attentato di Bruxelles non si attendevano sorprese da Francesco nel dialogo ebraico-cristiano –sostanzialmente fermo da quasi tre lustri- e proprio per questo l’arrivo in Israele del papa “terzomondista”, come tale guardato con sospetto dalla destra non solo religiosa (ma anche papa gesuita, seguace dell’appassionato biblista cardinale Martini) di sorprese potrebbe riservarne eccome.

Quando nel marzo del 2000 il cardinale Roger Etchegaray suggerì a Giovanni Paolo II di rivolgersi agli israeliani nel loro stesso linguaggio simbolico, infilando in una fessura del Muro del Pianto il famoso biglietto con la richiesta di perdono al “Dio dei nostri padri” per le sofferenze arrecate agli ebrei, pareva inaugurarsi una stagione straordinaria d’incontro e trasformazione reciproca, nello spirito del Giubileo. Papa Wojtyla aveva faticato non poco a imporre la sua linea di “purificazione della memoria” a un collegio cardinalizio in cui lo stesso cardinale Joseph Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità sulle possibili conseguenze dottrinali di simili “mea culpa”.

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Lettera aperta a Papa Francesco

Giulio Meotti e Prof. Hillel Weiss*

SepolcroCaro Papa Francesco, Secondo l’informazione pubblicata dalla Santa Sede, a Maggio Lei intende visitare la Terra d’Israele e la Città Santa di Gerusalemme, la Capitale d’Israele. Speriamo che Lei possa contribuire alla pace nella nostra regione e specialmente a Gerusalemme, poiché Lei influenza un miliardo di credenti.

Benediciamo la sua ispirazione divina nel voler promuovere la pace e la salvezza tra le nazioni del mondo. Per assicurarci che ciò accada, desideriamo sottomettere alla sua attenzione il fatto che la Bibbia è basata sull’atteggiamento del Signore verso il Popolo d’Israele, con la profezia e la promessa divina del loro ritorno dall’esilio al proprio paese e al Monte del tempio, il luogo piú sacro all’Ebraismo.

Speriamo che a differenza della classica posizione cattolica Lei metterà in chiaro che approva il ritorno del Popolo Ebraico a Gerusalemme per stabilirvi il Tempio, come descritto dai Profeti. Dovrebbe quindi pregare che tutti i popoli della terra si uniscano per aiutare nella realizzazione della visione biblica.

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Nulla avrebbe senso nell’ebraismo senza il perdono

Il Rabbino capo di Roma risponde ai beceri stereotipi antisemiti contenuti nel dialogo tra il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari e il Papa. Nel suo delirio di onnipotenza e facendo del pessimo giornalismo Scalfari pubblica l’intervento di rav Di Segni solo oggi a fianco di una sua replica. Attendiamo con ansia nei prossimi numeri di Repubblica il “dotto” dialogo col Dalai Lama

Rav Riccardo Di Segni 

Riccardo Di SegniCapita sempre più spesso di incontrare delegazioni ebraiche da tutto il mondo che vengono a Roma per incontrare il papa. C’è una tale presenza di visitatori ebrei in Vaticano che qualche volta penso ironicamente che bisognerebbe anche lì aprire una sinagoga. È anche questo un segno del nuovo clima creato da papa Francesco. Non che prima non ci fossero visite e dialogo con gli ebrei; ma ora si aggiungono altri dati: l’esperienza personale di Bergoglio come amico e collaboratore di alcuni rabbini argentini, il suo carattere e un approccio dottrinale che sembra più aperto. È ancora presto per dire dove questo porterà, ma c’è da parte ebraica ottimismo sul piano teologico, mentre su quello politico (i rapporti con Israele) è tutto da vedere.

In generale le aperture di Francesco, il messaggio pastorale e umano, la carica personale di simpatia e modestia, la volontà riformatrice di strutture considerate invecchiate hanno suscitato approvazione anche entusiastica nel mondo dei fedeli cattolici e fuori da questo. Le chiese si riempiono e i cosiddetti “non credenti” osservano ammirati. Per un osservatore esterno, come può essere un ebreo, sarebbe inopportuno commentare questi fatti occupandosi di affari interni della Chiesa, se nonper quanto riguarda i suoi rapporti con l’ebraismo; ma la rivoluzione di Francesco non si limita al suo mondo, propone questioni universali che investono altre realtà e per questo merita attenzione.

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