Nazismo | Kolòt-Voci

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Peter Singer. Il nazi-animalista ebreo

Il filosofo Peter Singer: “Sopprimiamo i bambini disabili per contenere i costi della sanità”

peter-singerPeter Singer, il filosofo della Liberazione animale, fautore della linea della “parità” tra uomini e bestie, inventore del termine “specismo” (che poi sarebbe il razzismo dell’umanità verso le altre creature), docente di Etica all’Università di Princeton, è tornato a ribadire con convinzione in una intervista radiofonica le sue famigerate tesi sull’infanticidio dei bambini handicappati, misura che per il professore australiano trapiantato negli Stati Uniti sarebbe necessaria nella logica del rapporto tra costi e benefici, tanto da rendere «ragionevole» per il governo e le compagnie assicurative l’ipotesi di negare le coperture per la cura dei neonati gravemente disabili.

Il professore, in un’intervista,  ha designato ripetutamente il bambino disabile con il pronome neutro “it”, quello, per intenderci, che serve nella lingua inglese per indicare le cose e gli animali.

Del resto è noto che nel Singer-pensiero e nella Singer-etica il diritto alla vita dovrebbe essere subordinato alla capacità intellettiva della creatura, che si traduce nella capacità di esprimere preferenze.

Il giornalista investigativo Klein ha chiesto a Singer se creda che con l’Obamacare queste sue tesi estremiste sulla “razionalizzazione” della spesa sanitaria prevarranno, e il pensatore di Princeton ha risposto che stanno già prevalendo perché già oggi molte delle decisioni prese dai medici sono dettate dall’esigenza di ridurre i costi. Continua a leggere »

Il pornonazismo

Da Liliana Cavani a Martin Amis, un penoso filone di voyeurismo sulla tragedia di Auschwitz. Fino a Littell e ai “virtuosi dello schifo”

 Giulio Meotti

R600x__film-portier-de-nuit1Un grande interprete della modernità che se ne intendeva anche di fisting e di sadismo sessuale come Michel Foucault una volta si chiese: “Come è possibile che il nazismo, che era rappresentato da personaggi penosi, squallidi, puritani, della specie delle zitelle vittoriane e tutt’al più viziosette, come è possibile che sia potuto diventare, ora e dappertutto, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, il punto di riferimento assoluto dell’erotismo?”. C’era stato il “Salò-Sodoma” di Pier Paolo Pasolini a rappresentare il bestiale volto della dittatura con gli esercizi di perversione sessuale di quattro maniaci, la ragazza nuda che, malgrado lacrime e preghiere, viene costretta a mangiare escrementi, il banchetto dove escrementi raccolti dai vasi da notte delle vittime e cucinati vengono loro riserviti, la lingua mozzata di un giovane, la ragazza nuda sventrata, il cranio spaccato e il cervello messo a nudo. C’era stata anche “L’ultima orgia del Terzo Reich” di Cesare Canevari, la liaison fra una ex internata e il suo torturatore. Ci sarebbero stati registi come Malle e Fassbinder, tutti più o meno attratti dai festini della Weimar in disfacimento.

Ma la prima a cimentarsi davvero nell’Olocausto spiegato con la lascivia fu Liliana Cavani. Il suo “Portiere di notte” fu un’opera di furiosa tetraggine, una sorta di Grand Guignol nazista sublimato all’erotismo freudiano e ai peggiori istinti. In un albergo di Vienna, nel 1957, ci sono un direttore d’orchestra americano e la sua giovane moglie Lucia, un’ebrea austriaca (nel film ha il volto di Charlotte Rampling), che nel portiere di notte dell’albergo riconosce l’ufficiale delle SS Max (nel film Dirk Bogarde), che elaboratamente l’aveva seviziata, adolescente, in un campo di concentramento. Si riforma il rapporto sado-masochistico del lager, in cui la sopravvissuta procede sempre più impetuosa e ardita del compagno. E non potevano mancare componenti omosessuali.

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Come ti demolisco la Arendt

Eichmann era un cinico nazista, non la “banalità del male”

Mario Avagliano

adolf-eichmannAdolf Eichmann, ovvero il Male non banale. A 51 anni dalla pubblicazione del libro di Hannah Arendt Eichmann in Jerusalem, proposto in Italia da Feltrinelli con il titolo La banalità del male, una nuova ricerca demolisce le tesi della studiosa tedesca naturalizzata americana, che nel 1961 seguì per la rivista New Yorker le 121 udienze del processo in Israele a uno dei principali responsabili della macchina della soluzione finale, condannato a morte e impiccato l’anno dopo.

E capovolge la rappresentazione del criminale di guerra nazista fatta dalla Arendt come «un esangue burocrate» che si limitava ad eseguire gli ordini e ad obbedire alle leggi. A firmare il saggio, uscito questa settimana negli Stati Uniti per i tipi di Alfred A. Knopf e già recensito con grande rilievo dal New York Times, è una filosofa tedesca che vive ad Amburgo, Bettina Stangneth, che ha lavorato attorno alla figura di Eichmann per oltre un decennio, scavando a fondo sulla sua storia.

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Burocrazia tedesca e gli ebrei

Si riconsegnano i quadri sottratti (fa pubblicità) ma in altre vertenze si usa il freno. Costretti da Hitler a svendere aree non più restituite

Roberto Giardina

The-Monuments-Men-changed-historyHanno fatto sensazione la scoperta e il sequestro di 1.280 capolavori del Ventesimo secolo a casa di un anziano signore a Monaco. Cornelius Gurlitt, 80 anni, è il figlio di un grande esperto e mercante d’arte nella Germania nazista. Il padre si era appropriato con pochi marchi delle opere di proprietà di famiglie ebree costrette alla fuga o finite nei forni crematori? E dei quadri dei musei tedeschi condannati da Hitler come arte degenerata? Probabile, ma difficile da dimostrare, e il procuratore ha già deciso di cominciare a restituire almeno 300 tele a Herr Gurlitt.

Suo padre non comprò sempre in modo illegale, e provare un acquisto illecito oggi non è facile. Comunque, prima o poi, la collezione tornerà allo stato tedesco, perché Gurlitt non ha eredi, e non pensa di alienare i capolavori.

Ma la burocrazia tedesca non è sempre così attenta nel rendere giustizia alle vittime del III Reich, come denuncia lo Spiegel nel suo ultimo numero: Die Schande von Teltow, è il titolo dell’articolo, la vergogna di Teltow, zona alla periferia di Berlino. Da 22 anni gli eredi della famiglia Sabersky si battono invano per riavere un vastissimo terreno edificabile, che furono costretti a svendere prima di fuggire all’estero. Accertare i loro diritti dovrebbe essere molto più semplice che trovare i legittimi proprietari di un quadro, anzi la situazione giuridica sembra evidente, ma la zona, in totale oltre mille appezzamenti edificabili su 84 ettari, ha un enorme valore e l’amministrazione pubblica è decisa a non perderne il controllo.

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La sacralità della Shoah

Una risposta all’articolo di Giorgio Israel. Tutti i crimini, di destra e sinistra, sono da condannare. Ma la Shoah è “sacra”

Luciano Belli Paci

L’articolo di Giorgio Israel “Grass è ambiguo, ma la Shoah non è unica” mi ha profondamente disturbato. Vorrei tentare di ribattere, anche se non sono uno storico ed i miei soli titoli per parlarne derivano forse dal fatto di essere figlio, nipote e pronipote di deportati ad Auschwitz.

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L’israeliano antisionista

Intervista a Gilad Atzmon, jazzista che vive a Londra, per il quale “Israele è peggio della Germania nazista”.

Manuel Talens – Rinascita

“Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti” (David Ben Gurion, 1937, Ben Gurion and the Palestine Arabs, Oxford University Press, 1985) “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni loro cultura…”. Ben Gurion

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Il chimico che salvò Primo Levi

Domenico Scarpa

A Torino, nell’aula magna dell’Istituto di chimica, i banchi dell’anfiteatro e la grande cattedra sono gli stessi di quando Primo Levi prese a frequentarla nell’autunno 1937: lo stesso legno, levigato dall’uso e scurito dal tempo. Anche nella «venerabile biblioteca …, a quel tempo impenetrabile agli infedeli come la Mecca, difficilmente penetrabile anche ai fedeli qual ero io», scaffali e armadi a vetri sono quelli di allora. Quell’anno, nel catalogo a schede, la matricola Levi avrebbe potuto scegliere tra ben sette edizioni di un medesimo libro di testo, noto per antonomasia come «il Gattermann»: Ludwig Gattermann, Die Praxis der organischen Chemikers. Proprio su quel manuale di chimica organica pratica Levi avrebbe cominciato a imparare il tedesco, lingua di lavoro della sua disciplina nonché – di lì a qualche anno appena – lingua del lavoro coatto in Auschwitz, Arbeit macht frei. Continua a leggere »