Miriam Camerini | Kolòt-Voci

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Osservare lo shabbàt trasgredendolo?

La veloce e decisa reazione di rav Alberto Somekh all’articolo di ieri sulla “cena di shabbàt” organizzata da ebrei per non ebrei… di shabbàt

Rav Alberto Somekh

alberto-moshe-somekhRispondo a questo Kolot illico et immediate. Non nascondo il mio disappunto per l’iniziativa di cui tratta e ciò per diversi motivi:

1) Lo Shabbat “è un segno eterno fra Me e i Figli d’Israele” (Shemot 31,17). Il Kelì Yeqàr commenta la differenza fra Zakhor (“Ricorda!”) e Shamor (“Osserva”) nelle due versioni del quarto comandamento dicendo che solo il ricordo dello Shabbat ne costituisce la dimensione universale, mentre la sua osservanza concreta, ivi compresa la Se’udah, è patrimonio del popolo ebraico.

2) Non basta l’astensione dall’uso del microfono per creare un’atmosfera di Shabbat autentica, se la “Se’udah” ha un accompagnamento musicale, sia pure affidato a sua volta a suonatori non ebrei. La musica strumentale è proibita di Shabbat e ben poco importa discettare sulle origini del divieto.

3) E’ ora di denunciare apertamente il meccanismo mentale di “traslazione” (intesa come lettura per traslati) di concetti della cultura e della vita ebraica invalsa in Italia per cui ci si illude di ricreare con la complicità di simpatizzanti non ebrei e su misura per essi quelle esperienze “interne” che non siamo più in grado di vivere fra di noi come dovremmo. Non è una novità che gli Ebrei Italiani hanno di fatto scelto di nominare propri eredi universali i non ebrei. Che fine ingloriosa per una cultura plurisecolare tanto prestigiosa!

Perché parlo di ebrei vivi invece di ebrei morti

Associare la Memoria al negativo è un’operazione rischiosa, della quale presto potremmo pentirci.

Miriam Camerini

Obbligarci a scriverla con la maiuscola mi pare poi prepotente: le memorie sono infinite e multiformi e hanno il diritto di esistere in ogni formato. Ricordare non può diventare un dovere, perché resterà sempre uno dei massimi piaceri dell’uomo. Questo significa forse che dobbiamo ricordare soltanto le esperienze piacevoli? Naturalmente no. Ricordare ciò che ricordiamo in queste giornate, in questa Giornata che diventa ogni anno più lunga fino a coprire del suo grigio l’intero mese di gennaio, è un dolore profondo e intenso che si rinnova anno dopo anno senza potersi esaurire.

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Visitare Israele e non (voler) capire

Un libro che sta facendo discutere. Per “Internazionale” è una trappola sionista. Per i sionisti è l’ennesimo testo che si ferma ai pregiudizi. Nostalgia del manicheo Joe Sacco e il suo Palestine, perlomeno è disegnato meglio.

Miriam Camerini

Israele vista con gli occhi di un americano. Potrebbe essere questo il sottotitolo del racconto a fumetti Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) di Sarah Glidden, pubblicato in Italia pochi mesi fa da Rizzoli Lizard. Oppure si potrebbe mettere una bella croce su quel “capire”, o inserirvi a forza un “non”. Non capire Israele in 60 giorni, e nemmeno in 60 anni, di vita nostra o del Paese. Naturalmente, non si tratta di capire Israele, quanto di dipanare alcuni dei nostri intricati sentimenti verso la putativa patria.

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Ester a Gerusalemme: dialogo tra due donne sulla meghillà

Ancora su donne e ortodossia ebraica. Lo scorso Purim al Tempio Italiano di Rechov Hillel si è ripetuta la lettura femminile della Meghilàt Ester. Interessante scambio tra due protagoniste.

Daniela Fubini e Miriam Camerini

M : “Vahi biimei Achashverosh, uhu Achashverosh»… che insolita sensazione se queste parole e la melodia che da secoli le accompagna risuonano nel tempio con voce di donna! La prima reazione è di sorpresa, straniamento, qualcosa di «fuori dalla norma»: ma è davvero così strano? Avviciniamoci per capire cosa succede, di chi sono quelle voci.

D : A Purim, in Italia, la maggior parte degli ebrei che ci tengono vanno al tempio la sera per ascoltare la Meghillat Ester, e il giorno dopo magari prima di andare al lavoro la vanno a risentire un pò di corsa, e – salvo le famiglie con bambini piccoli che sono assediate da feste in maschera e non – la cosa finisce lì. Forse si è fatta della beneficienza in ottemperanza alla mizvà di fare doni ai poveri, forse si fa anche il banchetto tradizionale durante il quale bisogna bere a tal punto da dimenticarsi quale sia il buono e quale il cattivo, tra Aman e Mordechai. Le donne poi, di norma preparano i mishlochei manot, fatti in casa o assemblati con dolcetti e caramelle comperate, e tradizionalmente ascoltano la meghillà una sola volta, la sera. Quella del mattino non viene presa in considerazione, pur essendo mizvà tanto quanto l’altra.

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