Maurizio Molinari | Kolòt-Voci

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Moretto contro il fascista. Il ghetto di Roma come un ring

Un giovane pugile ebreo e un rigattiere collaborazionista sullo sfondo della Resistenza dei perseguitati nella Capitale occupata. Un libro di Molinari e Osti Guerrazzi.

Mirella Serri

A Roma nel dedalo di viuzze che circondano il Portico d’Ottavia, chiamato confidenzialmente la Piazza dagli ebrei romani, Elena era considerata una tipa un po’ stramba, una visionaria. A tarda sera del 15 ottobre 1943, tutta scarmigliata, cominciò a bussare alle porte delle case. Il suo obiettivo? Convocare i capi famiglia. Ma quasi nessuno le diede retta. All’alba del mattino dopo, quando le SS bloccarono via di Sant’Angelo in Peschiera, via del Teatro di Marcello e gli altri accessi al Ghetto, gli ebrei romani capirono che la «matta» aveva ragione e che era in atto quella retata dei nazisti a cui la donna li sollecitava a reagire. Ma come?
Non era impossibile. C’era qualcuno in quelle strade e in quelle piazze che, fin dalla data dell’emanazione delle leggi razziali, aveva cercato di far capire ai correligionari che la rassegnazione era un passaporto per l’aldilà: si trattava di Moretto, al secolo Pacifico Di Consiglio. Questo pugile dilettante fu così uno dei pochi ebrei a mettere in atto un’eccezionale strategia di sopravvivenza: adesso a ripercorrere la vicenda di questo piccolo-grande ribelle sono Maurizio Molinari e Amedeo Osti Guerrazzi in Duello nel Ghetto (in uscita per Rizzoli, pp. 265, 6euro; 20). Un romanzo-verità che con materiali d’archivio e testimonianze inedite ricostruisce, come recita il sottotitolo, «La sfida di un ebreo contro le bande nazifasciste nella Roma occupata».

Tra i diseredati

Il libro di Molinari e Osti Guerrazzi ridà anima e corpo al prestante Pacifico e al suo scontro all’ultimo sangue con Luigi Roselli, uno dei più crudeli collaborazionisti dei nazisti. Ma la vicenda all’Ok Corral tra Moretto e il fascista s’intreccia con una narrazione corale di cui fanno parte gli Spizzichino, i Di Segni, i Pavoncello, i Di Porto e tutti gli altri esponenti della Comunità ebraica romana, costituita in gran parte da diseredati, da coloro che praticavano i mestieri più umili e vari, dagli «stracciaroli» ai «ricordari» o «urtìsti» (quelli che vendono cartoline-ricordo e statuette nel centro capitolino buttandosi «a urto» sui turisti).

È tutto un mondo unito, solidale e colorato che frequenta il bar di Monte Savello e il ristorante Il Fantino in via della Tribuna Campitelli, e che diventa protagonista di una storia fino a oggi mai raccontata: la resistenza dei «dannati della terra», dì coloro che non se ne vanno, fieri di essere italiani e ebrei. Che, quando viene applicata la legislazione antisemita, non hanno rapporti con gli alti papaveri dei ministeri, non hanno aderenze o amici importanti che permettano loro dì essere «discriminati» e di scapolarsela di fronte ai provvedimenti razziali.

Che vogliono comunque dimostrare che Roma appartiene anche a loro e alla loro tradizione.
Se quindi, da un lato, l’ebreo Mario Fiorentini entra a far parte dei Gap, i Gruppi di Azione Patriottica del Partito comunista, Paolo Alatri da prima della guerra cela un deposito di armi e una tipografia clandestina e l’editore Ottolenghi crea un’organizzazione di combattenti, vi sono anche altri oppositori del regime, proprio come Moretto, ragazzo di bottega che dopo 1’8 settembre, privo di relazioni e di conoscenze, cerca senza riuscirci di aggregarsi ai primi gruppi di partigiani.

Da quando aveva compiuto 17 anni nel fatidico ’38 dell’emanazione delle leggi razziali, Pacifico era un perseguitato speciale: le camicie nere del quartiere, come Roselli di professione rigattiere, non tolleravano il suo disprezzo. Il pugile Pacifico era tale di nome ma non di fatto, i suoi uppercut erano ben mirati e non chinò mai la testa di fronte alle più violente smargiassate. Continua a leggere »

Quei 100 coloni che difendono la ‘loro’ terra con odio e violenza

Negli ultimi tre anni quasi 800 attacchi contro arabi e cristiani

Maurizio Molinari

Maurizio MolinariPrecetti per uccidere i non-ebrei, esaltazione della strage di Hebron del 1995, tattiche paramilitari contro i soldati e il progetto di un’enclave «estranea a Israele»: è la miscela di insegnamenti e violenza che il rabbino Yizhak Ginzberg dissemina dall’accademia di «Od Joseph Hai» nell’insediamento di Yizhar, roccaforte dell’ala violenta di «Price Tag», il gruppo autore della maggioranza degli attacchi contro gli arabi in Cisgiordania.

La ribellione 

Nel libro «Baruch Hagever» Ginzburg elogia la strage compiuta da Baruch Goldestein nel 1995 nella Grotta dei Patriarchi, (29 palestinesi morti 125 feriti), e il suo braccio destro Yizhak Shapira nel libro «I re della Torah» si spinge a legittimare l’uccisione dei bambini non-ebrei perché «se cresceranno diventeranno Diavoli come i genitori»: sono i semi di un odio che ha trasformato l’accademia del piccolo insediamento di Yizhar nel baluardo di «Price Tag», il movimento di protesta nato contro il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza nel 2005 per evitare qualsiasi nuovo smantellamento di insediamenti ebraici. L’unità dello Shin Beth – il controspionaggio israeliano – impegnata a combattere i gruppi estremisti ebraici nel 2013 ha redatto un rapporto – trapelato sui media – secondo cui «sono circa 100» gli attivisti di questa «ala violenta» che formalmente sono di Yizhar ma in realtà vivono sulle «cime delle colline» nell’area fra Yizhar, Elon Moreh e Har Beracha, nei pressi di Nablus, in caravan e case mobili difese da guardie armate.

Gli attacchi

Non a caso la maggioranza degli attacchi, con armi e bombe incendiarie, messi a segno negli ultimi 36 mesi è avvenuto in 14 piccoli villaggi palestinesi dell’area di Nablus – il più colpito è Burin – dove si trova anche Douma, teatro dell’attacco di ieri. Attorno a questo «nucleo duro» ci sono, secondo lo Shin Beth, circa tremila «sostenitori o fiancheggiatori» presenti in altri «insediamenti illegali» in specifiche aree della Cisgiordania: a Nord di Ramallah e Sud di Hebron. Si tratta di estremisti che pianificano attacchi in due direzioni: colpire gli arabi per «restituire la violenza subita» e ostacolare i militari israeliani per impedire lo smantellamento di «avamposti illegali». Continua a leggere »

La superlaica del partito religioso è il nuovo ministro della giustizia

La geniale mossa di Naftali Bennet di “Casa Ebraica” è aver imposto a Nethanyahu Ayelet Shaked alla giustizia

Maurizio Molinari 

Ayelet ShakedIstruttore di commando e ingegnere hi-tech, laica e fondatrice di un partito nazionalreligioso, per gli insediamenti e contro i terroristi: Ayelet Shaked, 39 anni, è il nuovo ministro della Giustizia di Israele, volto di spicco di una destra che guarda al dopo-Netanyahu. Sul suo nome è avvenuta l’ultima trattativa che ha portato alla nascita del Netanyahu IV. Naftali Bennett, leader del partito “Bayt HaYehudi” (Casa Ebraica), ha esitato ad entrare nella coalizione per strappare al premier l’avallo a Sheked alla Giustizia. Il motivo per cui il premier non voleva Ayelet è lo stesso per cui Bennett l’ha imposta: è il volto più brillante e popolare di una nuova destra che va oltre il nazionalismo laico del Likud e l’ortodossia dei partiti religiosi.

Shaked nasce nel 1976 a Bavli, uno dei quartieri più laici e progressisti di Tel Aviv Nord. Dove la maggioranza dei residenti è ashkenazita mentre la sua famiglia viene dall’Iraq. La madre insegna Bibbia, il padre è un tradizionalista e a casa non si parla di politica ma quando, ad 8 anni, vede in tv il duello elettorale fra Shimon Peres e Yitzhak Shamir si sente d’istinto vicina al leader del Likud. “Ho scelto in quel momento da che parte stare” ricorda, spiegando che per “destra” intende “amare il mio Paese”.

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Mattarella ricorda Stefano, il bambino ebreo ucciso a Roma nella strage in Sinagoga del 1982

Fu la prime aggressione antisemita in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

Maurizio Molinari

Assalto alla Sinagoga“Il nostro Paese ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell’odio e dell’intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell’ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un passaggio del suo discorso di insediamento.

Stefano Taché è il bambino ebreo di 2 anni che viene ucciso nell’attentato alla Sinagoga Maggiore di Roma il 9 ottobre 1982. Sono le 11,55 del sabato di “Shemini Azeret”, la festa ebraica durante la quale i bambini ricevono una benedizione collettiva dal rabbino. Il commando di terroristi lo sa, sceglie di colpire puntando a compiere una strage di piccoli. Quando la funzione finisce, i fedeli, le famiglie con i piccoli, escono dall’uscita su Via Catalana.

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Il rabbino e il Papa. L’alleanza mancata contro il nazismo

Riemergono i diari di David Prato, che nel 1936 incontrò Pio XI per chiedergli di fare causa comune di fronte alla marea montante del “neopaganesimo”

Maurizio Molinari

David Prato

Rav David Prato. www.rabbini.it

L’incontro fra un esperto d’arte di Sotheby’s e l’allievo di Renzo De Felice attorno a un manoscritto inedito consente di ricostruire una pagina sorprendente della storia europea: negli Anni Trenta del Novecento i rabbini europei guardavano al Vaticano di Pio XI come possibile fonte di protezione e tutela dall’antisemitismo «pagano». L’esperto d’arte è Angelo Piattelli, romano trapiantato a Gerusalemme, già al servizio di Sotheby’s per la Judaica in Israele ed Europa, che nel 2003, durante una visita in casa di Jonathan Prato per discutere dei diari del padre David che fu rabbino capo d’Alessandria dal 1927 al 1936 e di Roma nel 1937-38 (e dopo la guerra dal 1945 al 1951), trova casualmente una pagina manoscritta ingiallita dove in cima si legge «Capitolo XVI – La missione in Vaticano in favore degli ebrei polacchi».

Piattelli trascrive oltre mille pagine dei diari e si rivolge a Mario Toscano, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma dove fu a lungo a fianco di Renzo De Felice, invitandolo a studiarne assieme le ricostruzioni degli incontri con Mussolini, Ciano e i rapporti con il Vaticano. È proprio Toscano a riassumere ora le novità contenute nell’inedito «Capitolo XVI» in un articolo su Mondo contemporaneo che esce quasi in contemporanea con uno studio di Piattelli sulla Rassegna mensile di Israel dedicato a David Prato.

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Fiero di essere ebreo e nero

Blu, il nuovo simbolo d’Israele. Campione europeo di basket col Maccabi e avanguardia di integrazione. Nato negli USA da padre afro americano è l’idolo dei figli degli immigrati

Maurizio Molinari

David BluAvendo messo a segno 29 punti in complessivi 33 minuti di gioco nelle ultime due partite David Blu è il giocatore con cui Israele identifica la vittoria del Maccabi Tel Aviv nella Eurolega ed è una star che si proietta ben oltre il campo da basket perché rappresenta l’identità di una nazione in rapida trasformazione. Nato nel 1980 in California da padre afroamericano e madre ebrea, emigrato in Israele ed orgoglioso delle radici familiari nel riscatto dalla schiavitù, David Bluthenthal – accorciato in Blu – è un campione nel quale si rispecchiano i giovani israeliani come i figli degli immigrati africani che popolano i quartieri più poveri a Sud di Tel Aviv. Perché si dice «orgoglioso di essere nero ed ebreo» con una determinazione pari a quella che dimostra nei tiri da tre punti, come quello che ha cambiato le sorti della semifinale con il Cska di Mosca e pochi attimi dalla fine. A descrivere il fenomeno-Blu è stato il parterre di Piazza Rabin, inondata da un tappeto umano di migliaia di fan composto anche da sudanesi, eritrei ed altri africani arrivati in Israele negli ultimi dieci anni attraversando a piedi il deserto del Sinai in cerca di lavoro o di asilo politico. Le statistiche indicano che a Tel Aviv 1 abitante su 8 non è israeliano, dando vita ad un sottobosco di povertà che alimenta il degrado, ma nell’abbraccio collettivo a David Blu ed agli altri «eroi di Milano» – come li definiscono i quotidiani locali – queste ferite scompaiono, riproponendo l’unicità del Maccabi Tel Aviv, capace di continuare a rappresentare, di generazione in generazione, le trasformazioni nazionali.

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Il cibo kasher che piace ai non-ebrei

Maurizio Molinari

La nuova moda ha prodotto un giro d’affari che arriva ormai a 200 miliardi di dollari. «Gli americani comprano questi alimenti perché sono sinonimo di purezza»

Hot dog «Hebrew National» nel Dolphin Stadium del Super Bowl, corsi sulla macellazione rituale per i futuri agricoltori all’Università del Mississippi, bevande Gatorade autorizzate dal rabbinato e un mercato di prodotti da 200 miliardi di dollari: il cibo kosher dilaga nei supermercati e nelle case degli americani grazie al fatto che a consumarlo sono soprattutto i non-ebrei, ritenendolo ancora più salutare di quello organico.

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