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Il narcisismo del martire, che un giorno voleva sostituirsi a Dio

David Bidussa

David-BidussaMoshe Habertal nel suo libro Sul sacrificio (Giuntina), propone di analizzare il tema dell’offerta distinguendo tra età antica e modernità. In Antichità prevale la figura del “sacrificare a”. Una dinamica che si compone di varie figure. Nel racconto di Abele e Caino, il sacrificio è anzitutto un dono-offerta, che può essere accettato o rifiutato da Dio; oppure un segno di obbedienza e lealtà, come nel caso di Abramo con Isacco; o infine un rituale per stabilire e confermare un legame di solidarietà tra il divino e il popolo (i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme).

Poi una volta finita la ritualità dell’offerta di sacrificio, anche il concetto di sacrificio muta e trasfigura in quello di “sacrificarsi per”. Quello che conta in questa seconda dimensione è a chi ci si rivolge. Se prima il dialogo era con la divinità, ora il fine sono gli altri umani, la divinità, al più è un mezzo.
Anche in questo caso ci sono varie raffigurazioni.

Nasce una nuova stagione dell’atto sacrificale che coinvolge molto il nostro presente e che sta nell’immaginario e nelle pratiche dell’ “intransigenza radicale” dell’entusiasmo, sia dell’oppositore irreducibile sia del guerriero contemporaneo. Entrambi si offrono e si propongono come martiri.
Entrambi trasformano il loro corpo in oggetto di attenzione.

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