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Sì, ma non credente di quale religione?

Un rabbino riflette sul significato di laicità ebraica. Osservanti miscredenti e laici devoti.

Gianfranco Di Segni

Va di moda l’ebraismo laico, almeno in Italia. In contemporanea sono appena usciti due testi sull’argomento, quello di Irene Kajon, intitolato Ebraismo laico, La sua storia e il suo senso oggi (Cittadella ed.), e quello di Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio! (Einaudi), simili anche nelle dimensioni. Se nel primo caso la matrice ebraica è evidente già dal titolo, per il secondo basta andare alla quarta di copertina. Tutto ciò, ovviamente, per i pochi che non conoscano già Levi Della Torre (LDT), che d’altronde esplicita nelle prime pagine di “essere un ebreo laico e non credente”. E subito dopo riporta questo breve, geniale dialogo attribuito a Vicky Franzinetti (coautore con LDT e J. Bali de Il forno di Akhnai, Giuntina): “Di che religione sei?” “Ma io non sono credente!” “Sì, ma non credente di quale religione?”.

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A proposito di laicità

Una risposta a un articolo del Bollettino della Comunità ebraica di Milano risolleva una vecchia questione: “ebreo laico” è un ossimoro?

Donato Grosser – New York

Desidero fare qualche commento all’articolo “Così laico, così ebreo” (Bollettino febbraio 2009). Ci sono delle citazioni quali “la laicità non contraddice la religione” e “Il laico possiede alcune componenti che secondo me si ritrovano molto chiaramente nella tradizione ebraica” che possono lasciare perplesso il lettore. La parola laicità viene usata con almeno tre significati diversi: laico significa non ecclesiastico. In questo caso un prete cattolico è un ecclesiatico, mentre chi non ha preso i voti è un laico, anche se pratica la sua religione. Apparentemente questo è l’unico significato ben definito della parola “laico”.

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